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L’Italia torna al nucleare: il prezzo dell’assenza e le prospettive per il futuro

by Marco Battistini
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Roma, 24 set – Dopo l’ok della Camera arrivato nello scorso mese di giugno anche il Senato ha dato il via libera al Governo per poter costruire – nel limite temporale di dodici mesi – il quadro normativo utile per regolamentare il ritorno in Italia dell’energia nucleare. “Una scelta coraggiosa e di buon senso” l’ha definita, forse un po’ troppo superficialmente, la premier Giorgia Meloni. 

Dipendenti e vulnerabili

Sì, perché la doppia approvazione arrivata dal Parlamento non si configura come un ritorno al passato, tutt’altro. Eppure un passo indietro è doveroso: secondo i dati Ocse aggiornati al 2024 nell’ultimo decennio abbiamo importato energia nella misura del 74%. Tra il 2019 e il 2025 il sovrapprezzo pagato rispetto alla media Ue è passato dall’8% al 26%. I prezzi all’ingrosso dell’elettricità sono invece schizzati in aumento del 120%.

Quarant’anni senza energia nucleare hanno significato forte dipendenza dall’estero e maggiore vulnerabilità rispetto allo scenario internazionale. Ma anche significativa inflazione interna. Ultimo, non per importanza, l’importante deficit nella programmazione energetica.

Il ritorno dell’atomo

Il ritorno dell’atomo va letto sia come strumento di sovranità sia come elemento economico. Confindustria valuta l’impatto di una possibile filiera nazionale con un giro d’affari annuale pari a cinquanta miliardi di euro: una ventina di mini reattori di nuova generazione potrebbero significare centoventimila nuovi posti di lavoro. Restando nel campo delle previsioni entro un decennio scarso ecco le prime attivazioni. Per poter lavorare a pieno regime a metà secolo.

Fondamentale, per contenere le tempistiche, il know-how che può portare in dote Sogin (Società Gestione Impianti Nucleari), s.p.a. completamente controllata dallo Stato attualmente impegnata nello smantellamento delle vecchie centrali. Ma il nuovo nucleare passerà anche da NuclItalia, neonata società a responsabilità limitata che integra le conoscenze di Enel – socio di maggioranza – Ansaldo e Leonardo.

Palla al Governo

Come si suol dire, quindi, la palla passa adesso all’esecutivo di centro-destra. Il governo Meloni avrà un anno di tempo per emanare tutta una serie di atti normativi volti a disciplinare localizzazione delle aree, costruzione degli impianti, messa in sicurezza, catena degli approvigionamenti (ovviamente da diversificare stringendo accordi con i maggiori produttori mondiali: Kazakistan, Canada, Namibia, Australia), smaltimento dei rifiuti, ricerca e sviluppo, organizzazione pratica. Il progetto nazionale andrà comunque integrato in un quadro continentale in continua evoluzione – in tal senso i francesi Edf, insieme alla controllata Edison, sono in prima fila.

Ad ogni modo gli sforzi saranno concentrati sui modelli Smr (Small Modular Reactor) raffreddati ad acqua, standardizzati e a progettazione modulare, attualmente preferibili al “grande nucleare” per una questione di spazi – possibile prossimità con più distretti industriali, minor consumo del suolo – tempi e costi.

Oltre l’elettricità: quale nucleare?

Quando tutto sarà “realtà” saranno tre, presumibilmente, le successive fasi da affrontare. In un primo momento il nucleare, ancora con percentuali marginali, contribuirà alla stabilizzazione del sistema energetico. Nel secondo step diventerà strutturalmente parte integrante del mix, insieme alle rinnovabili (instabili per natura) in un’ottica di riduzione progressiva del combustibile fossile.

Ma il vero salto di qualità arriverà solamente se l’Italia si dimostrerà in grado di (ri)creare un proprio sistema nucleare, capace di gestire la filiera in tutta la sua integrità. Ovvero dall’università all’ingegneria, dalla tecnica specialistica ai vari rami industriali interessati. Da una questione di fabbisogno energetico nazionale si passerebbe al possibile realizzarsi di una piattaforma nucleare italiana di importanza continentale. Ogni grande cammina inizia con il primo passo.

Marco Battistini

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