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Leone XIV contro l’estrema destra, mentre la Chiesa perde l’Europa

by La Redazione
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Leone XIV estrema destra

Roma, 30 set – La frase attribuita a Leone XIV nelle ultime ore è più complessa del titolo con cui è stata fatta circolare. Durante la conferenza stampa sul volo da Metz a Roma, interrogato sul declino della Chiesa cattolica in Germania e sulla crescita dei partiti estremisti, il Papa ha invitato a studiare il rapporto tra l’avanzata dei gruppi di estrema destra e «una certa combinazione» di quelle posizioni con «un particolare tipo di religione», precisando che tale combinazione, a suo giudizio e secondo i vertici cattolici e protestanti tedeschi, «non rappresenta un’autentica espressione del cristianesimo». Ha quindi richiamato i valori evangelici della comprensione, della compassione e dell’accompagnamento, contrapposti a «distruzione, divisione e odio».

Non ha dunque pronunciato la formula brutale secondo cui «l’estrema destra non è cristiana». Ha fatto qualcosa di politicamente più interessante: ha rivendicato alla Chiesa il potere di stabilire il confine tra una forma autentica e una forma inautentica di cristianesimo nel momento stesso in cui quel confine incontra la politica europea. È qui che la questione smette di riguardare un titolo giornalistico e comincia a riguardare la direzione presa dalla Chiesa cattolica in Europa. Perché mentre la gerarchia ecclesiastica si mostra estremamente vigile davanti al rischio che il cristianesimo venga associato alle nuove destre identitarie, assai meno rassicuranti sono i risultati della sua capacità di conservare, formare e riprodurre una comunità cristiana nel continente. Il paradosso emerge in modo particolarmente netto proprio dalla Germania evocata dal Pontefice.

La Germania che il Papa guarda solo a metà

Leone XIV non ha improvvisato una posizione personale. La Conferenza episcopale tedesca aveva già fissato la propria linea nel febbraio 2024 con il documento Völkischer Nationalismus und Christentum sind unvereinbar, «Nazionalismo völkisch e cristianesimo sono incompatibili». I vescovi non si limitarono a una condanna del razzismo in termini generali, ma individuarono esplicitamente nell’AfD una forza nella quale ritenevano ormai dominante una concezione nazionalista völkisch, arrivando a sostenere che i partiti di estrema destra non potessero costituire per i cristiani un luogo di attività politica né una scelta elettorale compatibile con quella impostazione. La Chiesa evangelica tedesca aderì alla stessa linea, comprendendo esplicitamente l’AfD tra i partiti dai quali invitava a prendere le distanze. È dunque su un terreno già preparato dalle gerarchie tedesche che si colloca l’intervento di Leone XIV. Solo che il medesimo episcopato che da due anni investe una parte rilevante della propria autorità pubblica nel definire i confini politici dell’appartenenza cristiana presiede una Chiesa la cui consistenza sociale si sta riducendo a una velocità difficilmente compatibile con qualunque rappresentazione rassicurante.

I dati per il 2025 pubblicati dalla stessa Conferenza episcopale tedesca registrano 19,2 milioni di cattolici, pari al 23% della popolazione. In un solo anno hanno formalmente lasciato la Chiesa 307.117 persone; nello stesso periodo gli ingressi sono stati 2.269 e i rientri 5.443. La partecipazione alla messa domenicale, pur leggermente risalita rispetto agli anni precedenti, riguarda appena il 6,8% dei cattolici. Le parrocchie sono scese da 9.291 a 8.997 e nell’intera Germania, nel corso del 2025, sono state celebrate 25 ordinazioni sacerdotali. Il dato assume un’altra dimensione se osservato storicamente. Nel 1970 partecipava alla messa domenicale il 37,4% dei cattolici tedeschi; nel 1990 il 21,9%; nel 2000 il 16,5%; nel 2010 il 12,6%; nel 2024 il 6,6%. Nello stesso intervallo il numero dei cattolici è passato dai 27,2 milioni del 1970 ai 19,8 milioni del 2024. DBK Le vocazioni seguono una traiettoria analoga: nel 1985 erano entrati 628 nuovi candidati al sacerdozio diocesano, nel 2000 erano 211, nel 2024 appena 47. Questi numeri dimostrano che la Chiesa tedesca possiede oggi una capacità molto maggiore di intervenire nel conflitto politico che di produrre continuità religiosa. Ed è precisamente questa sproporzione a rendere significativa la risposta del Papa.

Il cristianesimo universale non è una religione senza appartenenze

Il problema, infatti, non può essere risolto ripetendo che il cristianesimo è universalista. Lo è per definizione. L’universalità della salvezza cristiana non coincide però con l’irrilevanza delle appartenenze storiche, culturali e nazionali. La tradizione cattolica conosce perfettamente questa distinzione. Il Catechismo afferma senza particolare ambiguità che «l’amore e il servizio della patria derivano dal dovere di riconoscenza e dall’ordine della carità». Giovanni Paolo II, parlando all’Unesco nel 1980, definì la nazione «la grande comunità degli uomini» uniti soprattutto dalla cultura, sostenendo che essa esiste «mediante» e «per» la cultura e possiede una propria sovranità fondamentale. Non stava elaborando un’eccezione polacca alla dottrina cattolica: precisava espressamente che il riconoscimento del diritto della nazione alla propria identità non costituiva «eco di alcun nazionalismo». Quindici anni dopo, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, tornò sul punto distinguendo ancora una volta nazione e Stato e sostenendo il diritto di ogni nazione all’esistenza, alla lingua, alla cultura e alla possibilità di «modellare la propria vita secondo le proprie tradizioni», entro il limite costituito dai diritti fondamentali e dalla tutela delle minoranze.

La contrapposizione teologicamente significativa non passa dunque tra universalismo cristiano e appartenenza nazionale. Passa – al massimo – tra universalità e idolatria della nazione, tra appartenenza e concezione razziale del popolo, tra riconoscimento della propria comunità e negazione della dignità altrui. Sono distinzioni che volenti o nolenti, appartengono già al patrimonio cattolico e che proprio per questo rendono problematica la tendenza a trascinare un campo politico molto più ampio sotto categorie come «odio», «divisione» ed «estremismo». Non perché qualsiasi movimento che si definisca identitario debba essere automaticamente compatibile con il cristianesimo, ma perché non spetta alla parola “identità” dimostrare ogni volta la propria innocenza davanti a un cristianesimo trasformato in sinonimo di indifferenziazione. La stessa tradizione ecclesiale che afferma l’unità della famiglia umana ha riconosciuto patria, nazione, cultura, eredità storica e obblighi particolari verso la propria comunità. È proprio su questo equilibrio che negli ultimi anni si è verificato uno spostamento considerevole.

Da Francesco a Leone, la stessa grammatica

Con Francesco una determinata lettura dell’universalismo cristiano è progressivamente diventata anche una grammatica politica. Fratelli tutti descriveva il ritorno dei «nazionalismi chiusi, esasperati, risentiti e aggressivi» come una regressione e affermava che le migrazioni sarebbero state «un elemento fondante del futuro del mondo». In altri interventi Bergoglio oppose ripetutamente apertura e chiusura, arrivando a indicare nei «nazionalismi chiusi» l’incapacità di concepirsi come parte della più vasta famiglia umana. Con Leone XIV la continuità è visibile: la preoccupazione ecclesiastica torna a concentrarsi sull’uso politico dell’identità europea e nazionale, mentre categorie come apertura, accompagnamento, fraternità e dignità acquistano un ruolo crescente nella traduzione pubblica del messaggio cristiano. Il risultato è che la Chiesa sembra sempre più pronta a interrogarsi sull’eccesso di identità dentro la politica europea proprio mentre affronta una drammatica carenza di identità religiosa nella società europea.

Una religione non sopravvive perché conserva una sede, un patrimonio artistico, una diplomazia e una posizione riconosciuta nell’ordinamento. Sopravvive se riesce a trasmettere una fede, a generare vocazioni, a mantenere riti condivisi, a costruire famiglie e comunità nelle quali una generazione consegna alla successiva un sistema di significati. È esattamente questa catena della trasmissione che in Europa si sta interrompendo.

Una Chiesa che non riesce più a riprodursi

L’Italia presenta dinamiche meno estreme di quelle tedesche, ma la direzione è la stessa. L’Istat, nel rapporto Trenta anni di vita quotidiana pubblicato nel 2026, ricostruisce un rovesciamento netto. Nel 1995 il 39,7% della popolazione dai sei anni in su frequentava un luogo di culto almeno una volta alla settimana; trent’anni dopo la quota è sostanzialmente dimezzata. Nello stesso periodo la percentuale di chi non frequenta mai è cresciuta fino al 31,5% nel 2023, superando i praticanti già nel 2018. Il dato più pesante riguarda proprio il meccanismo attraverso cui una cultura religiosa dovrebbe riprodursi. Nel 1995 il 70,3% dei bambini tra 6 e 13 anni frequentava settimanalmente un luogo di culto; nel 2023 la percentuale era scesa al 32,4%. Non è semplicemente l’invecchiamento di una società secolarizzata: è il venir meno della trasmissione religiosa nelle generazioni che dovrebbero sostituire quelle precedenti. Anche i sacramenti stanno perdendo la loro funzione di struttura ordinaria della vita collettiva. Nel 2024 oltre sei matrimoni italiani su dieci sono stati celebrati con rito civile, mentre i matrimoni religiosi sono diminuiti dell’11,4% rispetto all’anno precedente.

Il quadro europeo è ancora più chiaro quando si passa alle vocazioni. I dati dell’Annuarium Statisticum Ecclesiae mostrano che tra il 2023 e il 2024 il numero dei sacerdoti presenti in Europa è sceso da 155.091 a 152.608. Nello stesso anno i seminaristi europei sono diminuiti del 5,48% e rappresentano ormai soltanto l’11,7% dei candidati al sacerdozio nel mondo, mentre l’Africa ne raccoglie il 34,5%. Le religiose professe in Europa sono diminuite del 3,5% in dodici mesi, a fronte di una crescita del 2,6% in Africa. Leone XIV conosce perfettamente il problema. Il 21 settembre, appena una settimana prima delle dichiarazioni sull’estrema destra, parlando alle Clarisse Cappuccine ha riconosciuto esplicitamente la «riduzione numerica delle comunità» determinata dal calo delle vocazioni. In Italia la scarsità di candidati è tale che già nel 2024, durante il confronto tra Francesco e la Cei sulla riorganizzazione delle diocesi, si discuteva di unificare strutture e seminari regionali, descritti come talvolta popolati da «un esiguo gruppo di aspiranti sacerdoti». È questa la scala sulla quale andrebbe misurata la priorità ecclesiastica.

Prima di stabilire chi sia cristiano, bisognerebbe tornare a fare cristiani

Non esiste un rapporto statistico che consenta di attribuire la secolarizzazione europea alle posizioni di Francesco sui migranti o alle dichiarazioni di Leone XIV sull’estrema destra. Il declino religioso è molto più antico e coinvolge trasformazioni demografiche, culturali, familiari e sociali iniziate decenni fa. Ma proprio per questo il problema della gerarchia ecclesiastica è ancora più serio: davanti a un processo di tale profondità, la scelta di dove investire la propria autorità pubblica non è irrilevante. La Chiesa europea dispone di sempre meno sacerdoti, sempre meno religiosi, sempre meno praticanti e sempre meno bambini inseriti stabilmente nella propria vita comunitaria. In Germania centinaia di migliaia di persone abbandonano formalmente ogni anno l’istituzione che i vescovi guidano. Eppure una parte crescente dell’energia simbolica della gerarchia viene spesa per stabilire fino a dove possa spingersi la politica dell’identità prima di uscire dall’«autentico cristianesimo». Qui sta il paradosso delle parole di Leone XIV. La questione decisiva per il cattolicesimo europeo non è anzitutto impedire a una parte della destra di appropriarsi del cristianesimo; è capire perché una parte sempre più grande degli europei non senta più alcun bisogno di appropriarsene.

Una Chiesa che nel 1970 portava a messa quasi quattro cattolici tedeschi su dieci e oggi ne porta meno di uno su quindici dovrebbe forse interrogarsi meno sulla quantità di identità presente nella società europea e maggiormente sulla quantità di fede rimasta nelle proprie comunità. Non perché debba rinunciare a parlare della politica, né perché il Vangelo sia estraneo alla vita pubblica. Al contrario: proprio chi pretende di parlare alla società in nome di una verità universale deve prima riuscire a dimostrare di saperla ancora trasmettere. Altrimenti si produce una situazione singolare. L’istituzione che perde i fedeli conserva la pretesa di distribuire certificati di autenticità; quella che chiude e accorpa le proprie strutture continua a delimitare il perimetro morale della società; quella che fatica a generare nuovi sacerdoti appare assai più sicura quando deve spiegare agli europei quali appartenenze siano compatibili con il cristianesimo.
Prima ancora dell’estrema destra, è questo il problema che Leone XIV ha davanti. Non stabilire chi abbia diritto di richiamarsi a una civiltà cristiana ormai sempre più debole, ma capire come una Chiesa che l’ha custodita per secoli possa tornare a renderla viva.

Vincenzo Monti

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