Roma, 23 lug – New York non è più la stessa da quando a City Hall siede il compagno Zohran Mamdani. Giovane, musulmano, barricadero e dichiaratamente socialista (targato Dsa, l’ala più a sinistra dei Democratici americani), il neosindaco della Grande Mela ha deciso di trasformare l’imminente Assemblea Generale delle Nazioni Unite del prossimo settembre in un potenziale campo di battaglia diplomatico.
Il guanto di sfida
L’ultima trovata, che sta facendo tremare i palazzi del potere e infuriare la comunità ebraica, è arrivata direttamente dalle frequenze del podcast The Interview del New York Times. Alla domanda diretta sulla possibile presenza a Manhattan del primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Mamdani non si è tenuto: “Credo che Netanyahu debba stare all’Aia. È un criminale di guerra incriminato dalla Corte Penale Internazionale. Stiamo valutando attivamente con il nostro ufficio legale se ordinare alla polizia di New York di arrestarlo”.
Un vero e proprio guanto di sfida che ha valenza doppia perché, oltre a essere lanciato a Gerusalemme, è un chiaro messaggio anche per la stessa Casa Bianca di Donald Trump, che ha già bollato le sparate del sindaco come “inappropriate” e prive di alcun fondamento giuridico.
Un sindaco in crociata: dalle barricate pro-Pal a City Hall
Che Mamdani avesse il dente avvelenato contro lo Stato ebraico non è certo un mistero. Fin dai tempi del college a Bowdoin, dove fu tra i fondatori della sezione locale degli estremisti pro-Pal di Students for Justice in Palestine, l’attuale sindaco ha sempre cavalcato la retorica terzomondista e anti-israeliana.
Ma un conto è fare l’attivista nei campus o il deputato d’assalto all’Assemblea dello Stato di New York. Un conto è guidare la metropoli che ospita la più grande comunità ebraica al di fuori da Israele. Da quando ha giurato lo scorso gennaio, Mamdani sembra più intenzionato a fare il megafono della propaganda internazionale che a raccogliere la spazzatura o a gestire la metropolitana.
Il premier israeliano, dal canto suo, ha liquidato la minaccia con un’alzata di spalle durante un’intervista radiofonica. Accusando Mamdani di stare apertamente dalla parte di Hamas e invitandolo a “guardare bene chi sta condannando e chi sta elogiando”. Ancora più duro il Console Generale d’Israele a New York, Ofir Akunis: “Invece di occuparsi di questioni su cui non ha alcuna autorità, farebbe meglio a iniziare a governare New York. Se c’è qualcuno che merita di essere arrestato, quello è lui”.
Lo smantellamento dell’eredità di Eric Adams
La minaccia di arresto a Netanyahu è solo la punta dell’iceberg di una gestione cittadina che sta spaccando la città. Mamdani, infatti, è finito da settimane al centro di una violentissima bufera politica per aver iniziato a smantellare, pezzo dopo pezzo, l’eredità del suo predecessore Eric Adams.
Adams, pur tra mille controversie giudiziarie, aveva varato una serie di rigide misure di sicurezza e protocolli speciali a tutela delle sinagoghe, delle scuole ebraiche e dei quartieri più esposti all’ondata di antisemitismo che ha travolto la città dopo il 7 ottobre. Misure che l’amministrazione Mamdani sta progressivamente revocando o depotenziando in nome di una presunta “equità” e della riduzione dei fondi alla polizia, mandando su tutte le furie i capi delle comunità che ora si sentono abbandonati al proprio destino.
Il nodo legale: pura propaganda
Al di là dei proclami ideologici e dei titoli sui giornali, gli esperti legali sono stati categorici: quella di Mamdani è pura propaganda politica senza alcuna base giuridica. Nessuna giurisdizione: Gli Stati Uniti non riconoscono la Corte Penale Internazionale dell’Aia e la legge federale americana vieta esplicitamente alle autorità locali di cooperare con essa.
Inoltre, i leader stranieri che si recano al Palazzo di Vetro per l’Assemblea Onu sono coperti da rigidi trattati internazionali di immunità diplomatica che nemmeno il sindaco di New York può violare. Persino il Governatore dello Stato, Kathy Hochul, era intervenuta in passato ricordando che il sindaco non ha alcun potere legale di emettere o far eseguire ordini di cattura internazionali.
Mamdani, del resto, ha già iniziato a mettere le mani avanti, ammettendo che “rispetterà la legge di New York senza riscriverla di testa propria”. Ma, al netto della “fuffa” diplomatica, il segnale politico resta devastante: la Grande Mela, un tempo porto sicuro e alleato storico, oggi è in mano a una sinistra radicale che preferisce corteggiare le piazze calde dell’estremismo piuttosto che garantire la sicurezza interna. La sfida di settembre è aperta e il clima sotto i grattacieli si preannuncia rovente.
Tony Fabrizio