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Mattarella, il «Garante della Sostituzione» che confonde Marcinelle con Lampedusa

by Sergio Filacchioni
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Mattarella Marcinelle

Roma, 8 ago – Ogni 8 agosto ricomincia la stessa operazione. Si commemorano i 262 morti del Bois du Cazier, 136 dei quali italiani, e la tragedia di Marcinelle viene puntualmente trasformata in una lezione sull’immigrazione contemporanea. Quest’anno è stato ancora Sergio Mattarella, da buon «Garante della Sostituzione», a stabilire il collegamento, richiamando nel suo messaggio la necessità che la «gestione dei flussi migratori» rispetti la dignità delle persone. La conclusione implicita è quella che da anni accompagna qualsiasi ricordo dell’emigrazione italiana: anche noi eravamo migranti, quindi…

Ma è precisamente questa equiparazione che va respinta. Non perché gli italiani non siano emigrati. Lo fecero a milioni. Ma perché la storia smette di essere storia quando fenomeni diversi vengono privati del loro contesto e ridotti a una categoria morale buona per ogni epoca. Marcinelle non racconta semplicemente di uomini che attraversarono una frontiera alla ricerca di condizioni migliori. Racconta un preciso modello economico, una precisa fase della ricostruzione europea e soprattutto un preciso tipo umano.

L’Italia mandava uomini, il Belgio dava carbone

Il 23 giugno 1946 Italia e Belgio firmarono il protocollo passato alla storia come accordo «uomini contro carbone». L’Italia si impegnava a favorire il trasferimento di 50mila lavoratori nelle miniere belghe, fino a duemila alla settimana. Bruxelles, a sua volta, avrebbe venduto all’Italia carbone necessario a un Paese uscito materialmente distrutto dalla guerra e impegnato a rimettere in moto il proprio apparato produttivo. Il Parlamento europeo ha ricordato che l’accordo prevedeva almeno 2.500 tonnellate mensili di carbone ogni mille minatori italiani. Questa era la semplice brutalità di quell’accordo. Gli uomini dovevano avere meno di 35 anni ed essere fisicamente idonei al lavoro sotterraneo. Una volta arrivati, molti scoprirono condizioni assai diverse dalle promesse dei manifesti di reclutamento: baracche, turni massacranti, disciplina rigidissima, rischi continui. Il contratto li vincolava al lavoro minerario e prevedeva l’obbligo di trascorrervi almeno un anno. È questo elemento che scompare nella commemorazione edificante del nostro «Garante della Sostituzione». Quegli uomini non erano una rappresentazione astratta della mobilità umana. Erano operai collocati dentro una gigantesca macchina produttiva europea. Il Belgio aveva miniere e mancava di braccia; l’Italia aveva braccia e mancava di carbone.

Due epoche, due tipi di uomini completamente diversi

Qui sta il punto politico che la retorica del «siamo stati migranti anche noi» evita sistematicamente. Gli italiani di Marcinelle appartenevano a una società nella quale il lavoro non era soltanto lo strumento individuale per migliorare il proprio tenore di vita. Era inserito dentro un progetto di ricostruzione materiale di una nazione. Fabbricare, estrarre, costruire, produrre erano le coordinate di un continente che usciva dalle macerie. Quegli uomini lasciavano famiglie e paesi per scendere a centinaia di metri sotto terra. Non perché vi fosse qualcosa di nobile nello sfruttamento al quale erano sottoposti, ma perché il loro tempo chiedeva precisamente questo: corpi, disciplina, fatica, produzione. Ed è proprio qui che il paragone con l’attuale immigrazione di massa diventa storicamente inconsistente. Quale equivalente esiste oggi dello scambio uomini-carbone? Quale progetto industriale italiano viene alimentato dagli attuali flussi? Quale grande trasformazione produttiva giustifica questa continua evocazione dell’accoglienza?

I dati dello stesso Ministero del Lavoro raccontano, infatti, una realtà differente. Nel 2025 i lavoratori stranieri erano quasi 2,6 milioni, il 10,7% degli occupati. La loro incidenza raggiunge il 29,8% nei servizi collettivi e personali, il 21,5% nell’agricoltura, il 19,2% negli alberghi e nella ristorazione e il 17,9% nelle costruzioni. Nell’industria in senso stretto la quota scende al 10%, sostanzialmente in linea con la media nazionale, mentre precipita nei settori a maggiore qualificazione: 3,1% nell’informazione e comunicazione e appena 1,6% nelle attività finanziarie e assicurative. Questo significa che l’immigrazione italiana contemporanea si inserisce soprattutto nei segmenti a minore qualificazione di un’economia stagnante, non in uno sforzo nazionale di industrializzazione paragonabile a quello del dopoguerra. Già il rapporto ministeriale del 2025 rilevava per i lavoratori non comunitari una retribuzione media annua inferiore del 30,4% alla media complessiva, collegando il divario proprio alla concentrazione nelle qualifiche inferiori e al minor numero di giornate lavorate.

Quei morti erano lavoratori, non migranti

L’8 agosto 1956 il Bois du Cazier divenne una trappola. Dei 274 uomini presenti nel turno, 262 morirono. Gli italiani furono 136, provenienti da quasi tutta la Penisola, con un tributo particolarmente pesante dell’Abruzzo. Per quindici giorni si continuò a scavare nella speranza di trovare sopravvissuti. Alle 3.25 del 23 agosto la squadra di soccorso risalì dalla profondità di 1.035 metri. Il verdetto entrò nella memoria nazionale: «Tutti cadaveri». Quelli erano lavoratori italiani nel cuore della ricostruzione industriale europea. Il carbone che estraevano serviva anche alla ripartenza del Paese che avevano lasciato. Erano uomini sacrificati a un modello produttivo feroce, certamente, ma portatori di un compito collettivo riconoscibile. È proprio questa differenza che oggi si tenta di cancellare sotto il sostantivo indistinto di «migrante». Quel mondo pretendeva dagli uomini di produrre, costruire e resistere, spesso oltre ogni limite accettabile. Il nostro promette soprattutto l’accesso al consumo dentro un sistema che produce sempre meno. Ed è qui che il paragone con Marcinelle diventa persino offensivo.

Che cosa hanno a che fare quei minatori con la filiera contemporanea dell’accoglienza, con i bandi, le cooperative, i centri, le strutture finanziate per ogni posto occupato? Che cosa hanno a che fare con il migrante trasferito in un borgo che non vede nascere un bambino da anni, non perché lì esista un lavoro ad aspettarlo o una funzione produttiva da assolvere, ma perché la sua presenza mantiene in piedi una struttura, un appalto, un progetto, una voce di bilancio? E che cosa hanno a che fare i minatori del Bois du Cazier con quell’immigrazione che resta sospesa per mesi o anni ai margini del mercato del lavoro, senza una qualificazione, senza una funzione economica definita, concentrata nelle periferie e nelle stazioni, esposta ai circuiti del lavoro nero, dello spaccio e della microcriminalità? Ed è proprio questa la grande verità che Mattarella contribuisce a nascondere con la sua retorica parruccona: non esiste alcuna grande missione civile o produttiva dietro gli sbarchi. Esiste un sistema che alimenta lavoro povero, caporalato, compressione salariale e una macchina dell’accoglienza che vive precisamente sull’emergenza.

Il lusso di non avere una patria

E allora Mattarella può continuare a predicare un bene che nella realtà non esiste, fatto di flussi senza conflitto, accoglienza senza costi, integrazione senza fratture e lavoro senza appartenenza. È il linguaggio perfetto di una classe dirigente cresciuta abbastanza lontano dalla fatica materiale da non riconoscere una verità elementare: il lavoratore non è una particella economica intercambiabile, ha una patria, una comunità, una storia e qualcuno per cui sacrifica il proprio lavoro. I minatori di Marcinelle questo lo sapevano fin troppo bene. Il carbone che estraevano aveva una destinazione, il loro sacrificio aveva un nome, la loro fatica tornava — anche brutalmente — dentro il destino dell’Italia. Il «Garante della Sostituzione», invece, vede soltanto individui in movimento e diritti da amministrare. Solo chi ha smesso di vedere gli italiani come popolo può permettersi questo lusso.

Sergio Filacchioni

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