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Nirmal Purja, l’uomo che trasformò il limite in una battaglia collettiva

by Sergio Filacchioni
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Nirmal Purja

Roma, 3 ago – Nirmal Purja è morto a 43 anni sul Broad Peak. Il 30 luglio una valanga ha travolto la spedizione internazionale di dieci alpinisti che stava guidando lungo la via normale della montagna, tra il campo 2 e il campo 3. La sua morte è stata confermata il 1° agosto da Elite Exped; il corpo è stato individuato due giorni dopo da una squadra di soccorso impegnata sul versante pakistano. Purja è morto nel Karakoram, dentro il paesaggio estremo che aveva trasformato nel campo di prova della propria volontà.

Dieci uomini sulla vetta del K2

Per comprendere ciò che lascia bisogna però tornare al 16 gennaio 2021. A pochi metri dalla cima del K2, dieci alpinisti nepalesi si fermarono per aspettarsi. Avrebbero potuto contendersi il primato individuale della prima salita invernale dell’ultimo Ottomila ancora inviolato nella stagione fredda. Scelsero di raggiungere insieme la vetta, cantando l’inno nazionale del Nepal. Purja era tra loro, ma l’immagine destinata a rimanere non mostrava un uomo davanti agli altri. Mostrava una squadra, una bandiera e una nazione che entrava nella storia dell’alpinismo senza prestare il proprio lavoro all’impresa di qualcun altro. Tre gruppi inizialmente separati avevano unito uomini, materiali ed esperienza per risolvere insieme uno degli ultimi grandi problemi dell’Himalaya e del Karakoram. Era questo il nucleo più profondo della sua battaglia. Per generazioni gli uomini d’alta quota nepalesi avevano aperto vie, fissato corde, trasportato bombole e carichi, soccorso clienti e reso possibili le spedizioni occidentali. Eppure, quando quelle spedizioni tornavano a casa, il racconto conservava quasi sempre soltanto i nomi degli europei e degli americani. Purja non inventò l’alpinismo nepalese, né fu necessariamente il suo interprete più elegante. Fu però l’uomo capace di rovesciare l’inquadratura. Con lui l’alpinista nepalese non rimaneva più sullo sfondo: guidava la spedizione, controllava la propria immagine, pronunciava il proprio nome e rivendicava il valore della comunità alla quale apparteneva.

Dalla povertà alle forze speciali

Nirmal Purja era nato il 25 luglio 1983 a Dana, nel distretto di Myagdi, nel Nepal occidentale. Proveniva da una famiglia povera, isolata anche a causa del matrimonio dei genitori tra caste differenti. Il padre aveva servito nei Gurkha; la madre, Purna Kumari, lavorava nei campi e si impegnò per l’istruzione delle donne. Furono i fratelli maggiori, anch’essi militari, a finanziare gli studi del più giovane. Nelle pagine autobiografiche di Oltre il possibile, Purja attribuisce alla madre la propria capacità di lavorare senza tregua e di sopportare la privazione. La povertà non viene raccontata come una leggenda costruita a posteriori, ma come la condizione concreta dalla quale nacquero la disciplina, l’ambizione e il bisogno di non dipendere dalla volontà altrui. Entrò nei Gurkha britannici nel 2003. Dopo sei anni superò la durissima selezione dello Special Boat Service, diventando il primo Gurkha ad accedere a uno dei reparti più selettivi delle forze armate britanniche. Servì in Afghanistan, partecipò a operazioni ad alto rischio e si specializzò nella guerra in ambiente freddo.
Il suo approccio alla montagna ereditò da quella vita un metodo preciso: pianificazione, rapidità, controllo emotivo, attenzione ai dettagli e capacità di decidere mentre il corpo e la mente cominciano a cedere. Il motto dei Gurkha, «meglio morire che essere codardi», non si tradusse tanto in un disprezzo della vita quanto nel rifiuto di lasciare che fosse la paura a determinare l’azione. Purja arrivò relativamente tardi all’alpinismo. Nel 2012, a ventinove anni, raggiunse per la prima volta il campo base dell’Everest. Due anni dopo salì il Dhaulagiri, il suo primo Ottomila. Fu lì che comprese di possedere una capacità fuori dal comune di muoversi e recuperare ad alta quota. Quella scoperta fisica si saldò rapidamente alla mentalità costruita nelle forze speciali.

Project Possible e i quattordici ottomila

Nel 2018 lasciò la carriera militare per dedicarsi a un progetto che quasi tutti consideravano irrealizzabile: scalare i quattordici Ottomila in sette mesi. Lo chiamò Project Possible, trasformando già nel nome un programma alpinistico in una dichiarazione di guerra contro il limite. Per finanziarlo consumò i risparmi, ipotecò la casa e cercò sponsor mentre organizzava contemporaneamente uomini, permessi, voli, trasferimenti ed equipaggiamenti. Non fu soltanto un’impresa atletica. Fu un’operazione logistica di dimensioni enormi, concepita secondo lo schema di una missione militare e realizzata da una squadra di specialisti nepalesi che Purja voleva fossero riconosciuti come alpinisti, non come semplici portatori. Tra il 23 aprile e il 29 ottobre 2019 completò la sequenza in 189 giorni, contro un precedente riferimento di quasi otto anni. L’impresa venne allora celebrata come il nuovo record mondiale. Una successiva revisione dei criteri sulle “vere vette” stabilì tuttavia che le ascensioni del Dhaulagiri e del Manaslu si erano fermate prima dei rispettivi punti culminanti. Purja tornò su entrambe nel 2021 e il tempo ufficiale venne ricalcolato in due anni e 168 giorni. La correzione è necessaria sul piano storico, ma non cancella la portata atletica, organizzativa e culturale del progetto. Nel 2024 completò inoltre le vere vette di tutti i quattordici Ottomila senza ossigeno supplementare in due anni e 150 giorni. Divenne così il primo uomo ad aver concluso due volte l’intero ciclo degli Ottomila, una delle due senza bombole. Il documentario 14 Peaks: Nothing Is Impossible trasformò infine una vicenda nota soprattutto agli appassionati in un racconto globale. Purja aveva compreso che, nell’alpinismo contemporaneo, non bastava compiere l’impresa: bisognava possederne anche la narrazione. Usò immagini, social network, cinema e linguaggio motivazionale con una consapevolezza che alcuni giudicarono eccessiva, ma che rese impossibile ignorarlo.

La speranza è nella squadra

La sua filosofia viene riassunta nel libro da una formula apparentemente elementare: «la speranza è Dio». Purja non si definiva religioso. La sua fede era la convinzione che un obiettivo, quando assorbe interamente la volontà, possa spostare il confine di ciò che viene considerato possibile. Non era semplice ottimismo: era una disciplina mentale costruita attraverso l’allenamento, il rischio e la ripetizione. Ma il suo pensiero non si esauriva nell’esaltazione dell’individuo. Durante Project Possible partecipò a difficili operazioni di soccorso sull’Annapurna e sul Kangchenjunga, consumando tempo ed energie che avrebbero potuto compromettere il progetto. Per lui una vetta perdeva valore quando veniva raggiunta abbandonando qualcuno in difficoltà. Il gruppo, come nelle forze speciali, doveva essere composto da uomini capaci di pensare e assumersi responsabilità, non da seguaci incaricati di obbedire.
Qui emerge anche la contraddizione più feconda della sua figura: Purja era un individualista assoluto, dotato di un ego enorme e di una fiducia quasi provocatoria nei propri mezzi. Eppure comprese che la propria impresa avrebbe avuto un significato più grande soltanto trasformando l’io in un “noi”. Trattava la montagna come una missione da vincere, ma il gesto più alto della sua vita fu fermarsi sotto una vetta e aspettare gli altri. Cercò il proprio nome nella storia e finì per aprire uno spazio nel quale potessero entrare i nomi di un intero popolo. Altri abbasseranno i suoi tempi e saliranno con meno mezzi. I record sono destinati a cadere. Più difficile sarà cancellare l’immagine dei dieci nepalesi sul K2: uomini che, dopo avere spezzato l’ultimo limite dell’inverno himalaiano, decisero che nessuno avrebbe dovuto entrare nella storia da solo. È lì, più che in qualsiasi altra cosa, che rimane custodito lo spirito di Nirmal Purja.

Sergio Filacchioni

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