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Roma, 29 ago – È arrivato. È alto cinque piedi e otto pollici e ha uno schermo in testa. «Può svolgere compiti ripetitivi che solo gli umani oggi possono fare (…) e potrà trasformare l’economia mondiale riducendo i costi del lavoro». Dopo un ingresso trionfale all’«Al Day» sulla colonna sonora di Matrix, Elon Musk si è espresso così in merito alla sua ultima, post-umana creazione: il Tesla Bot. Si tratta di un robot dalle sembianze umane, ultima frontiera dell’intelligenza artificiale.



Siamo già umanoidi

Il suo scopo, come avverte il multimiliardario americano, non è uno in particolare: esso sfrutterà i sistemi di apprendimento artificiale e potrà venire impiegato per supplire alle esigenze più svariate, laddove l’intervento umano non sia necessario. Sconcertante la quasi totale assenza di commenti nelle pagine dei rotocalchi, che si limitano a registrare il fatto e a consegnare riassunti più o meno stringati delle parole del «visionario». Un atteggiamento, questo, che indica inequivocabilmente una transizione già avvenuta: siamo già umanoidi, nemmeno lontanamente toccati dalla preoccupazione della definizione di «non necessario».

«Non necessario»: quante volte abbiamo sentito accostare queste due parole negli ultimi anni (con un incremento significativo negli ultimi mesi). Trovare al bar un amico – e non una macchina – che ti faccia il caffè sotto casa non è necessario, certo. Ma, a ben riflettere, nemmeno andare a prendere il caffè sotto casa lo è. Nemmeno berlo, il caffè. E forse nemmeno bere. E, perché no? Anche fare l’amore, vivere.

Con il Tesla Bot una nuova cesura?

Non ci spenderemo in facili paragoni fra la trasformazione che abbiamo davanti e libri o film distopici. Guardiamoci indietro: scorgiamo la rivoluzione industriale, impenetrabile crepaccio che sancisce l’inizio della modernità. Scorgiamo il mondo che l’ha partorita, quello dell’illuminismo settecentesco, che, a distanza di neanche duecento anni dai capolavori di Shakespeare e Ariosto, sfornava le teorie utilitaristiche e calcolava matematicamente la felicità (Bentham), schiaffeggiando secoli di speculazioni di Aristotele, Platone, Seneca, Tomaso, Dante. Quella che abbiamo davanti è una cesura tale e quale a quella appena menzionata. Se non peggiore.

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L’uomo tradizionale non può non sentirsi assalito da una voce che ripete: «Che sarà?». Che sarà dell’uomo, dello spirito? Riusciranno a ricreare anche quest’ultimo in laboratorio? Questi sono timori fondati, sono angosce che chi frequenta i testi di Evola e Guenon – ma anche i romanzi di Céline – conosce e affronta quotidianamente. E tuttavia, come insegna proprio quel
genio che fu Céline, l’angoscia inizia laddove si tiene in considerazione il mondo (la modernità, per dirla con altra categoria): «fossero anche novecentonovantacinque milioni [contro di me] e io solo, sarebbero loro che hanno torto, e io che ho ragione: non voglio morire».

Noi non vogliamo morire. Abbiamo una sola via per pervenire allo scopo, una via che anzitutto è interiore: è la rivolta – la rivoluzione lasciamola a certi individui di rosso vestiti. È il rimanere saldi e il resistere (mai resilienti!) fra le rovine, incrollabile notte sicuri non di ciò che vediamo attorno a, ma dentro noi stessi. Questo non lo potrà cambiare nessun Tesla Bot.

Andrea Monti



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3 Commenti

  1. Ti abbozzo una risposta relativamente alla tua ultima domanda-affermazione: la moneta non è più una riserva di valore dagli anni ’70, da allora non c’è più primariamente il baratto c’è primariamente la truffa.

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