Roma, 2 ott – Il Partito democratico che avrebbe dovuto lasciarsi alle spalle gli eccessi della stagione woke riparte dal ddl Zan. Elly Schlein non lo ha chiamato per nome, ma il riferimento politico è difficile da equivocare. Dopo l’aggressione subita a Bologna da un ragazzo di vent’anni, preceduta secondo quanto denunciato da insulti omofobi, la segretaria del Pd ha annunciato che il partito è «in prima linea per approvare finalmente una legge contro i crimini d’odio» e che intende farlo nella prossima legislatura, una volta cambiata la maggioranza.
Il Pd rispolvera il ddl Zan in vista del 2027
Del resto non serve nemmeno riesumare materialmente il ddl Zan, perché è già lì. La proposta di legge C.401, presentata da Alessandro Zan e da altri deputati del Pd il 19 ottobre 2022, dichiara nella propria relazione di «riprodurre sostanzialmente» il testo approvato dalla Camera nella precedente legislatura e fermato al Senato il 27 ottobre 2021. Prevede l’estensione delle norme contro discriminazione e violenza motivate da ragioni razziali, etniche, nazionali o religiose anche ai motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità, accompagnandola con una strategia nazionale, rilevazioni statistiche e altri strumenti di prevenzione.
Il punto interessante non è però stabilire se il nuovo Pd sia sufficientemente woke o se abbia tradito qualche recente proposito di revisione culturale. La vicenda mostra qualcosa di più strutturale, che riguarda ormai una parte molto più ampia della politica italiana. Di fronte ai conflitti sociali, culturali e identitari cresce la tendenza a tradurre l’ostilità in una categoria specifica, assegnarle un nome, individuare il gruppo che ne è vittima e costruire intorno a quella classificazione una risposta pubblica. Il ddl Zan è uno dei luoghi in cui questa logica assume anche una forma penale. Ma non è l’unico né necessariamente il più significativo.
L’identità esiste solo se indica una vittima
L’aggressione di Bologna è un buon punto da cui osservare il meccanismo. Se una persona viene percossa o minacciata, esiste innanzitutto un comportamento concreto, con una vittima, un responsabile da individuare e fattispecie previste dall’ordinamento. La legislazione sui crimini d’odio compie un passaggio ulteriore: non considera soltanto ciò che è stato fatto, ma qualifica pubblicamente la relazione tra la condotta e l’identità della persona colpita. Si tratta di un artificio giuridico coerente con il modello degli hate crimes, e nasce precisamente dall’idea che una violenza motivata dall’appartenenza della vittima a un determinato gruppo comunichi un’intimidazione che oltrepassa il singolo individuo. Ma proprio qui si apre un problema politico. Per riconoscere un’aggressione omotransfobica non basta constatare l’aggressione: occorre rendere giuridicamente leggibile l’identità colpita e il pregiudizio dell’aggressore. Sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità diventano quindi non soltanto caratteristiche della persona, ma categorie attraverso le quali lo Stato classifica il conflitto.
È lo stesso paradosso già visibile in altri campi. Una cultura politica che per decenni ha insistito sul carattere fluido, costruito e negoziabile delle identità deve necessariamente irrigidirle quando arriva il momento di amministrarne la vulnerabilità. L’identità viene relativizzata quando fonda un’appartenenza; deve invece diventare sufficientemente determinata quando occorre stabilire chi sia oggetto di una discriminazione specifica. Il problema non è negare l’esistenza delle discriminazioni, ma osservare come il riconoscimento può produrre anche la reificazione delle identità: gruppi complessi e internamente differenziati finiscono per essere rappresentati come unità relativamente compatte proprio perché la politica ha bisogno di sapere chi riconoscere e chi proteggere.
La categoria dominante degli “hate crimes”
La stessa dinamica è ormai evidente ben oltre il centrosinistra. Il 4 marzo il Senato ha approvato il disegno di legge contro l’antisemitismo, nato da una proposta del leghista Massimiliano Romeo e dal successivo confronto tra sette testi presentati da maggioranza e opposizione. Il 30 settembre la commissione Affari costituzionali della Camera ne ha concluso l’esame. Il ddl sull’antisemitismo e quello Zan non sono equivalenti. Il primo non introduce nuove sanzioni penali, come ha espressamente chiarito il Senato, mentre adotta in via normativa la definizione operativa dell’IHRA e costruisce intorno a essa una strategia nazionale, un coordinamento istituzionale, raccolta dei dati, formazione e monitoraggio. La differenza giuridica è sostanziale, ma politicamente permette di osservare il medesimo processo a uno stadio diverso: una forma particolare di ostilità viene separata dal conflitto generale, definita pubblicamente e trasformata in oggetto di una politica autonoma. Alla definizione seguono gli strumenti necessari a renderla operativa: raccolta dei casi, formazione di chi dovrà riconoscerli, strategie nazionali, coordinatori, campagne e strutture amministrative.
È precisamente la dinamica che pochi giorni fa emergeva anche nella vicenda dell’islamofobia discussa nel V Municipio di Roma. Anche lì il punto non era l’esistenza o meno di episodi di discriminazione verso i musulmani, ma il salto che avviene quando “islamofobia” passa dall’essere una parola con cui descrivere alcuni comportamenti a una categoria attraverso cui leggere stabilmente conflitti che riguardano contemporaneamente luoghi di culto, trasformazioni demografiche, uso degli spazi, immigrazione, sicurezza e rappresentanza politica. Omotransfobia, antisemitismo e islamofobia sono fenomeni differenti e gli strumenti escogitati per affrontarli non producono le stesse conseguenze normative. Ciò che li rende politicamente leggibili insieme è la crescente tendenza della politica ad organizzare della società attraverso cataloghi di vulnerabilità specifiche.
La psicologizzazione delle masse
Un contrasto tra gruppi può nascere da interessi materiali, concezioni incompatibili della vita comune, mutamenti demografici, trasformazioni urbane, appartenenze religiose, conflitti internazionali, rapporti economici o semplicemente dalla volontà di gruppi differenti di orientare la stessa società in direzioni diverse. Il conflitto politico non presuppone che una delle due parti sia psicologicamente malata. Il vocabolario delle “fobie” tende invece a compiere uno spostamento significativo: l’avversario non sostiene più soltanto una posizione, difende un interesse o rifiuta un cambiamento, ma diventa il portatore di una disposizione morale negativa nei confronti dell’identità altrui. Il conflitto viene quindi tradotto in termini di odio, paura, pregiudizio e discriminazione. È la psicologizzazione della politica di cui parlavamo quando commentavamo l'”educazione sessuo-affettiva” come palliativo dei conflitti scolastici: secondo questa logica non servono innanzitutto mediazione, decisione, rappresentanza e capacità di governare rapporti di forza; servono educazione, sensibilizzazione, monitoraggio e prevenzione. Naturalmente possono esistere aggressioni motivate dall’odio, episodi di antisemitismo e discriminazioni contro omosessuali o musulmani. Riconoscerli non obbliga però a fare della categoria attraverso cui li descriviamo la spiegazione generale del conflitto dal quale emergono.
È precisamente questa distinzione a diventare sempre più fragile nell’imbuto dei crimini d’odio. Un’aggressione omofoba dimostra l’esistenza dell’omotransfobia e l’omotransfobia dimostra la necessità di un nuovo apparato normativo; un episodio antisemita alimenta una statistica sull’antisemitismo e la statistica consolida la necessità di una strategia dedicata; la conflittualità intorno a una comunità religiosa viene censita come islamofobia e la categoria diventa a sua volta il filtro con cui interpretare gli episodi successivi. Si tratta del looping effect: le classificazioni applicate agli esseri umani non sono semplici etichette apposte dall’esterno, perché le persone possono riconoscersi, organizzarsi, reagire e modificare il proprio comportamento attraverso le categorie nelle quali vengono inserite. La classificazione non si limita quindi a fotografare una realtà sociale; può diventare uno degli elementi che concorrono a strutturarla.
Come si costruisce un sistema panottico
Qui emerge la contraddizione più interessante dell’intero sistema. Per combattere la discriminazione verso gruppi definiti, lo Stato deve innanzitutto sapere quali gruppi esistano, quali siano le loro caratteristiche rilevanti e quali condotte debbano essere interpretate come rivolte contro di essi. La politica antidiscriminatoria si trova così davanti a un paradosso: per impedire che le persone vengano ridotte alla propria appartenenza deve prima classificare proprio quell’appartenenza e renderla diversa dalle altre.
Come abbiamo visto, è un modo trasversale di governare la società. La linea di divisione non passa più semplicemente tra progressisti favorevoli ai crimini d’odio e conservatori contrari. Passa più in profondità, tra due modi di concepire il conflitto politico. Nel primo, interessi, appartenenze e identità possono entrare in contrasto e spetta alla politica dare forma a quel contrasto, governarlo e decidere. Nel secondo, il conflitto tende progressivamente a essere scomposto in una relazione tra categorie vulnerabili e forme specifiche di ostilità dalle quali proteggerle. È questo secondo paradigma che sta guadagnando sempre più spazio in Italia. Ma una società che dichiara di voler impedire che gli individui siano imprigionati nelle proprie identità rischia di costruire istituzioni che hanno bisogno di sapere, con precisione crescente, a quale identità ciascuno appartenga e quale ostilità gli corrisponda. Un modo panottico di fare politica, purtroppo sempre più ordinario.
Sergio Filacchioni