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Popoli, miti e memoria: alle origini della nazione con Anthony D. Smith

by Sergio Filacchioni
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Roma, 9 set – Poche parole sono usate oggi con tanta disinvoltura quanto identità, nazione, etnia e origini. E poche sono diventate altrettanto equivoche. L’identità viene spesso trattata come qualcosa che l’individuo definisce autonomamente; la nazione come sinonimo più o meno elegante dello Stato e della cittadinanza; l’etnia come una specie di dato biologico o razziale; le origini come un problema genealogico da risolvere risalendo abbastanza indietro nell’albero di famiglia. È precisamente questo groviglio di significati apparentemente ovvi che rende ancora interessante The Ethnic Origins of Nations, pubblicato nel 1986 dal sociologo britannico Anthony D. Smith. Un libro che appartiene ormai alla storia degli studi sul nazionalismo, ma che conserva una capacità piuttosto rara: costringe a smontare quasi una per una le categorie con cui il senso comune contemporaneo pensa l’appartenenza collettiva.

Le origini della nazione secondo Anthony D. Smith

Smith parte da una polemica accademica che potrebbe sembrare remota e che invece porta immediatamente al cuore del problema. Da un lato vi erano i primordialisti, inclini a trattare le comunità etniche e nazionali come qualcosa di naturale, quasi un prolungamento della parentela. Dall’altro i modernisti, per i quali la nazione sarebbe essenzialmente un prodotto recente: capitalismo, burocrazia, industrializzazione, scuola di massa, stampa e Stato moderno avrebbero creato ciò che le società precedenti non conoscevano. Smith rifiuta entrambe le scorciatoie. La nazione moderna non è eterna, ma neppure spunta dal nulla alla fine del Settecento. Le trasformazioni della modernità sono reali e decisive, ma agiscono su materiali culturali più antichi: miti, memorie, simboli e valori capaci di attraversare le generazioni, cambiare significato, essere reinterpretati e tuttavia continuare a delimitare il campo delle appartenenze possibili.
Qui compare la parola decisiva del libro: ethnie. Smith preferisce il termine francese proprio perché non coincide né con la razza, né con il popolo inteso politicamente, né con la nazione. L’etnia, nel suo significato, è innanzitutto una comunità storica e culturale. La sua realtà non risiede principalmente in indicatori biologici o demografici, ma nei significati attribuiti nel corso delle generazioni a esperienze comuni. Tali interpretazioni si sedimentano, vengono trasmesse, modificate e alla fine assumono per chi nasce dopo una consistenza quasi esterna: non sono state scelte dal singolo individuo, ma costituiscono parte del mondo culturale nel quale egli viene socializzato.

L’ethnie come fondamento della realtà nazionale

Smith individua sei dimensioni fondamentali dell’ethnie: un nome collettivo, un mito di discendenza comune, memorie storiche condivise, elementi di cultura distintiva, un legame con un territorio specifico e un senso di solidarietà. È importante capire quanto questa definizione sia lontana dall’uso corrente della parola “etnia”. Non è necessario che una comunità condivida una lingua esclusiva: gli scozzesi, ricorda Smith, conservarono una forte identità anche quando la lingua cessò di costituire il principale elemento di differenziazione. Non è neppure necessario che possieda materialmente la propria terra: il territorio può sopravvivere nella memoria, nella religione, nei racconti dell’esilio e nella speranza del ritorno. E soprattutto non è necessario dimostrare una discendenza biologica comune. Ed è proprio sulle origini che Smith compie una delle operazioni concettuali più interessanti. Il “mito della discendenza comune” non significa per lui una certificazione genetica. Al contrario, precisa esplicitamente che ciò che conta è la discendenza presunta, il sentimento di avere antenati e origini comuni. Il mito risponde a domande sociali prima ancora che storiografiche: perché siamo un “noi”? Perché sentiamo di appartenere alla stessa comunità? Quale storia lega i morti, i viventi e coloro che verranno dopo?

Il mito che mobilita le comunità

Qui bisogna liberarsi anche di un secondo automatismo contemporaneo: mito non significa semplicemente menzogna. Il problema posto da Smith non è stabilire se Achille, Artù, Guglielmo Tell o un remoto antenato fondatore abbiano fatto esattamente ciò che la tradizione racconta. Naturalmente esiste una differenza fra storiografia e leggenda, ma il sociologo si interessa a un’altra questione: perché una certa storia continua a essere raccontata, perché mobilita una comunità, perché un personaggio diventa esemplare e un altro viene dimenticato. I miti di origine incorporano dati storici, fantasie, rielaborazioni e memorie e finiscono per costituire ciò che Smith, riprendendo un termine particolarmente efficace, chiama mythomoteur: una struttura narrativa capace di dare senso all’esperienza della comunità e di orientarne l’azione. La sua efficacia non dipende soltanto dalla verificabilità documentaria, ma dalla sua capacità di produrre coerenza emotiva, estetica e sociale.
È un passaggio essenziale perché modifica anche il significato di identità. Nel linguaggio corrente l’identità viene spesso concepita secondo due estremi opposti: o come un’essenza immutabile che si eredita intatta, oppure come qualcosa di completamente fluido, ridefinibile a piacimento. Smith non accetta né l’una né l’altra immagine. Per lui l’identità collettiva è un senso del sé comunitario fondato sulla storia e sulla cultura, filtrato attraverso simboli e mitologie ereditate. Cambia, viene reinterpretato, incorpora nuovi significati; ma non per questo è disponibile senza limiti alla volontà di chi vive nel presente. Ogni generazione riceve un repertorio precedente sul quale può intervenire, non un foglio bianco.

Cosa può fare il nazionalismo

È proprio per questo che Smith contesta anche le versioni più semplicistiche dell’idea secondo cui le identità collettive sarebbero soltanto “inventate” dalle élite. Certamente intellettuali, governi, sacerdoti, artisti e movimenti politici selezionano, reinterpretano e talvolta reinventano tradizioni. Ma non possono fabbricare indifferentemente qualsiasi passato e aspettarsi che funzioni. Esistono vincoli sedimentati. Smith arriva a sostenere che le radici etniche delimitano in misura considerevole ciò che i moderni nazionalismi possono fare: le élite devono lavorare con materiali che abbiano qualche possibilità di risuonare nella popolazione alla quale si rivolgono. La costruzione nazionale esiste, ma non è costruzione dal nulla. Da qui deriva forse la parte più provocatoria del libro per il lessico politico contemporaneo: la distinzione fra nazione civico-territoriale e nazione etnico-genealogica non coincide affatto con la contrapposizione rassicurante fra una nazione puramente giuridica e una nazione fondata sull’appartenenza culturale. Smith ricostruisce due differenti vie alla modernità nazionale. Nel modello territoriale, storicamente sviluppatosi soprattutto nell’Europa occidentale, prevalgono territorio, leggi comuni, cittadinanza, istituzioni e uguaglianza dei diritti. Nel modello etnico acquistano maggiore importanza discendenza presunta, cultura vernacolare, costumi, storia particolare e mobilitazione del popolo. Ma le due forme tendono continuamente a contaminarsi.

Oltre alle origini, il progetto comune

Ed ecco il punto che manda in crisi l’idea della nazione civica come semplice contratto amministrativo. Per Smith, anche la comunità territoriale ha bisogno di qualcosa che la legge, da sola, non può produrre. La cittadinanza non coincide soltanto con il possesso di documenti, diritti e doveri: implica partecipazione, fraternità e identificazione. Soprattutto, la costruzione della nazione territoriale funziona soltanto quando esiste un terreno di significati condivisi. Smith lo dice senza molti giri di parole: le nazioni territoriali devono diventare anche comunità culturali. La solidarietà civica necessita di una sorta di “religione civile”, composta anch’essa di memorie, miti e simboli, diffusa attraverso una lingua comune e le istituzioni educative.
La scuola di massa, l’esercito, la lingua standardizzata, i musei, le cerimonie pubbliche e la monumentalizzazione del passato non sono dunque decorazioni poste sopra una struttura nazionale già esistente. Partecipano alla sua costruzione. Smith ricorda come persino la Francia, oggi facilmente immaginata come una nazione naturalmente coesa, abbia avuto bisogno di un lungo processo attraverso cui lo Stato educatore trasformò popolazioni legate a identità regionali e locali in cittadini consapevolmente francesi. La modernità non elimina la dimensione simbolica dell’appartenenza: la organizza su scala di massa.
Lo stesso vale per il rapporto con la terra. Se nel linguaggio amministrativo il territorio è semplicemente una superficie compresa entro determinati confini, nella formazione delle comunità storiche esso diventa paesaggio: montagne, fiumi, città, santuari, rovine e campi di battaglia acquistano significati che nessuna carta catastale potrebbe registrare. Una patria non è intercambiabile con una porzione equivalente di chilometri quadrati. Smith lo mostra con un esempio particolarmente netto: al congresso sionista del 1903 poteva essere materialmente immaginabile insediare comunità ebraiche in Uganda o Argentina, ma né Uganda né Argentina occupavano nella memoria ebraica il posto di Gerusalemme e della terra ancestrale.

Gli eroi come figure della virtù collettiva

Ed è a questo punto che entrano in scena eroi ed età dell’oro. Ogni mitologia nazionale tende, secondo Smith, a ordinare il proprio passato secondo alcuni grandi motivi: origine nel tempo, origine nello spazio, antenati, migrazione, liberazione, età eroica, decadenza e rinascita. Non è difficile riconoscere questa grammatica nelle narrazioni di popoli lontanissimi fra loro. E l’eroe ne costituisce la personificazione: non è soltanto un individuo eccezionale, ma l’incarnazione di una comunità immaginata nella sua forma più compiuta. Guglielmo Tell, Cuchulain, Achille, Artù o gli eroi del Kalevala contano perché consentono a una collettività di contemplare in forma umana una certa idea delle proprie virtù.
Anche qui il fraintendimento più facile sarebbe pensare che Smith auspichi un ritorno letterale a un passato eroico. È esattamente il contrario. Il nazionalista norvegese moderno non vuole ricostruire materialmente l’età vichinga; ciò che vi cerca è uno stile dell’indipendenza, dell’avventura e dell’autonomia capace di orientare il presente. La funzione dell’età dell’oro consiste nel fornire un modello di rigenerazione, non nell’abolire i secoli trascorsi. Lo stesso meccanismo spiega perché ogni generazione possa scegliere nel proprio passato figure diverse, enfatizzare un’epoca invece di un’altra e reinterpretare una stessa tradizione secondo esigenze nuove.

La nazione come fatto antico e moderno

La nazione di Smith è dunque un oggetto assai più strano di quello suggerito dal lessico quotidiano. È moderna nelle istituzioni e antica nei materiali con cui costruisce il proprio significato. Possiede cittadinanza, economia, territorio, amministrazione e mobilitazione di massa, ma ha bisogno anche di memoria, genealogia simbolica, paesaggio, eroi e racconti. È per questo che Smith la definisce, in sostanza, gianica: rivolta contemporaneamente verso il futuro e verso il passato. Senza le trasformazioni moderne avremmo comunità etniche ma non le nazioni così come oggi le conosciamo; senza un passato etnico utilizzabile, sostiene Smith, avremmo più facilmente Stati e apparati che comunità nazionali capaci di solidarietà.
Forse è proprio questa la ragione per cui The Ethnic Origins of Nations merita di essere ripreso in mano quarant’anni dopo. Non perché offra una formula semplice per stabilire chi “appartiene” e chi no, ma perché mostra quanto siano povere le formule semplici. Etnia non significa solo sangue. Origine non significa certificato genealogico. Identità non significa né essenza immobile né arbitrio individuale. Nazione non significa semplicemente Stato. E mito non significa falsità. Tutte queste parole indicano, in Smith, differenti livelli di una stessa costruzione storica: il modo in cui esseri umani separati nel tempo arrivano a pensarsi come parti della medesima storia.

Una moltitudine nel tempo

Alla fine del libro il discorso torna infatti al problema da cui era partito: il rapporto fra memoria e continuità. Una comunità sopravvive non perché rimanga identica a se stessa, ma perché riesce a rinnovare e raccontare nuovamente la propria storia, affidandola alla generazione successiva. È probabilmente la definizione meno burocratica e insieme meno biologica della nazione che si possa immaginare: non una sostanza conservata sotto vetro, non un contratto stipulato fra sconosciuti, ma una storia ereditata, trasformata e consegnata. Per Smith è precisamente in questo continuo passaggio fra memoria e reinterpretazione che una moltitudine diventa, e continua a essere, un “noi”.

Sergio Filacchioni

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