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Piazzapulita resuscita Hitler per spiegare l’AfD. Il solito catechismo che ignora la realtà

by Sergio Filacchioni
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AfD Piazzapulita

Roma, 19 set – Per Stefano Massini non ci sono molti dubbi: dopo ottantuno anni Adolf Hitler può finalmente ringraziare gli elettori dell’AfD. «Qualcuno nel mio nome ha stravinto», dice il Führer resuscitato nello studio di Piazzapulita. Il 43,8% ottenuto dal partito in Sassonia-Anhalt diventa così l’ennesimo capitolo del ritorno del nazismo, questa volta non più confinato nelle curve e nelle teste rasate, ma penetrato nel rassicurante ceto medio tedesco. La signora con le buste della spesa, lo studente che aspetta il tram, la ragazza che compra i regali di Natale: sotto la normalità borghese, ci viene spiegato, Hitler sarebbe tornato a respirare. Tutto già sentito, ovviamente.

Da Piazzapulita il solito catechismo senza sostanza

È un racconto che una certa classe intellettuale continua a propugnare da decenni, proprio perché non richiede quasi nessuna conoscenza della storia. Figuriamoci della storia tedesca successiva al 1945. Basta saltare dalla caduta del Reich alle urne del 2026 e immaginare che ottant’anni siano trascorsi senza lasciare nulla in mezzo. Eppure c’è un dettaglio abbastanza ingombrante: l’AfD ottiene i suoi risultati più clamorosi non nella Germania che per quarant’anni ha custodito la continuità istituzionale della Repubblica federale, ma precisamente nei territori dell’ex DDR, cioè nello Stato tedesco che aveva fatto dell’antifascismo la propria religione civile, la propria giustificazione storica e uno dei fondamenti della propria legittimità politica. Ancora nel 2026 l’AfD raccoglie nell’Est percentuali mediamente circa doppie rispetto all’Ovest.
Il paradosso meriterebbe qualche attenzione in più. Perché se proprio si vuole cercare una giustificazione politica al successo dell’AfD orientale, il primo spettro da evocare non dovrebbe essere quello del Führerbunker ma quello dell’“antifaschistischer Schutzwall”, il “muro di protezione antifascista”: così la DDR chiamava ufficialmente il Muro di Berlino.

La Germania che aveva sconfitto il fascismo per decreto

La DDR non si limitava a dichiararsi antifascista. L’antifascismo era dottrina di Stato. La Repubblica democratica tedesca si presentava come erede del movimento di resistenza comunista, il “nuovo e migliore Stato tedesco”, contrapposto alla Repubblica federale nella quale, secondo la propaganda orientale, continuavano invece a vivere le strutture politiche, economiche e culturali del fascismo. Questa costruzione consentiva alla SED anche una straordinaria scorciatoia rispetto alla questione della responsabilità storica: eliminati capitalismo e vecchie élite, si consideravano eliminate anche le radici del nazionalsocialismo. La DDR poteva dunque dichiararsi, in qualche modo, “innocente per costituzione”. Il passaggio è essenziale perché l’antifascismo smise rapidamente di indicare soltanto il rifiuto del regime hitleriano e divenne un metodo per classificare politicamente il dissenso. La Bundeszentrale für politische Bildung ricorda come la SED utilizzasse l’etichetta fascista contro i propri avversari: la Jugoslavia di Tito divenne un regime fascista, il governo di Bonn esercitava un “terrore fascista”, la rivolta operaia del 17 giugno 1953 fu liquidata come “putsch fascista”. Persino il Muro eretto per impedire ai cittadini orientali di fuggire a Ovest veniva trasformato semanticamente in una barriera contro il fascismo. Fascismo e antifascismo, conclude uno studio già nel 1991, finirono così per diventare vere e proprie “formule propagandistiche”.

Come non confrontarsi mai con il nazionalsocialismo

E così dal Politbüro a Piazzapulita il meccanismo torna familiare. L’avversario politico non deve essere compreso nella sua specificità: può essere ricondotto alla categoria storica del fascismo. La categoria, una volta sufficientemente dilatata, cessa di descrivere un fenomeno determinato e comincia a funzionare come giudizio morale sul presente. È precisamente ciò che si ripete nell'”originalissimo” monologo di Massini. Il suo Hitler dice infatti: «Io non sono un’idea». Applausi. In fin dei conti se Hitler fosse ancora un’idea bisognerebbe confrontarsi con le idee del nazionalsocialismo, con la sua razionalità interna, la sua visione dell’uomo, del diritto, della natura, della comunità e della vita buona. Bisognerebbe poi mostrare in che modo l’AfD riproduca effettivamente quella specifica concezione del mondo. Molto più semplice trasformare Hitler in paura, rabbia, identità e “fame di primato”. Più facile trasformare il nazismo in semplice “assenza di pensiero”. Una volta compiuta questa metamorfosi, Hitler può abitare praticamente qualunque conflitto politico.
L’AfD ha però una storia assai meno esoterica. Nasce nel 2013 dalla contestazione della politica europea durante la crisi dell’euro e nella propria prima fase veniva classificata dagli studiosi come formazione liberal-conservatrice ed eurocritica; negli anni successivi si sposta progressivamente verso destra e incorpora correnti nazionaliste, alcune delle quali sono state classificate dalle autorità tedesche come estremiste. Ma questa trasformazione è avvenuta nella storia della Repubblica federale del XXI secolo, post-1989, antifascista dalla testa ai piedi.

Il neonazismo che l’antifascismo non poteva vedere

A dar retta a Massini, la DDR avrebbe governato per quarantuno anni un popolo segretamente e irrimediabilmente “nazista dentro”. Strano, lo Stato che sosteneva di aver eliminato le radici del fascismo, che spiava e sorvegliava migliaia di cittadini, non riuscì a vedere il radicalismo di destra che covava al proprio interno? Come può lo Stato antifascista per definizione aver prodotto così tanto fascismo? Perchè in fin dei conti, oggi, sono proprio quei territori dell’ex DDR a causare la “resurrezione di Hitler”. Le possibilità allora sono due: o si ammette che una società definita quasi esclusivamente attraverso l’antifascismo può produrre, per reazione o per fallimento, precisamente ciò che pretende di negare; oppure bisogna riconoscere che la categoria “nazismo” applicata all’AfD non può spiegare assolutamente nulla. In entrambi i casi, il problema è molto meno Hitler di quanto Massini vorrebbe farci credere.
Insomma, il fenomeno AfD, nella forma politica che oggi mette in crisi la Germania e i sonni dell’intellighenzia progressista, appartiene molto più alla storia della Germania orientale antifascista e post-antifascista che a quella del nazionalsocialismo. Perchè proprio nell’Est emergono con maggiore forza alcune delle caratteristiche che oggi vengono frettolosamente infilate nel contenitore del “ritorno del fascismo”: sfiducia nelle istituzioni federali, risentimento verso le élite occidentali, ostilità verso l’ordine politico costituito dopo la riunificazione, un rapporto molto diverso con la Russia e una percezione ancora diffusa di essere cittadini tedeschi di seconda classe. Uno studio pubblicato nel 2026 individua nell’alienazione politica il più forte predittore del sostegno all’AfD nell’Est e mostra come la percezione di essere trattati da cittadini di serie B alimenti proprio questa distanza dalle istituzioni.

Tutto ciò che esce dal cordone sanitario è nazismo

Insomma, non dovrebbe essere difficile capire perché tutto questo abbia poco a che vedere con il 1933, e molto di più con il 1945, il 1989 e ciò che è successo dopo. La Germania orientale ha perso uno Stato, un sistema economico, un’intera classe dirigente e milioni di posti di lavoro; è stata incorporata nelle istituzioni occidentali e continua ancora oggi a presentare una distanza patrimoniale enorme rispetto all’Ovest. Nel 2023 il patrimonio netto medio delle famiglie orientali era ancora appena il 49% di quello occidentale. Ridurre la risposta politica a questa storia a un improvviso risveglio del nazionalsocialismo significa semplicemente raccontare una storia che non esiste, se non nei salotti televisivi.
Una connotazione che diventa ancora più evidente quando le stesse posizioni attraversano il vecchio confine destra-sinistra. Il BSW di Sahra Wagenknecht, nato da una scissione della Linke e quindi da una storia che discende direttamente dalla sinistra post-DDR, condivide con l’AfD l’opposizione alla politica tedesca sull’Ucraina, la richiesta di ristabilire rapporti più stretti con Mosca e una forte critica all’establishment federale. Dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt, Reuters ha sottolineato proprio l’esistenza di queste convergenze pur dentro due tradizioni politiche opposte. Il fenomeno diventa incomprensibile se si continua a leggere ogni fuoriuscita del risultato elettorale dal tradizionale cordone CDU-SPD come ritorno dell’estremismo.

Come cancellare la storia sentendosi intelligenti

Ed è forse proprio questo il punto che tutta la retorica sulla “nuova emergenza nera” serve a nascondere. L’AfD non inquieta perché ripete il nazionalsocialismo, ma perché rompe categorie politiche che l’antifascismo tedesco pensava di avere reso definitive. Costringe a fare i conti con una Germania orientale che non si riconosce pienamente nell’ordine nato dalla riunificazione, che conserva memorie, interessi e fratture differenti dall’Ovest e che ormai vota fuori dai confini stabiliti della rispettabilità politica impostata dal Processo di Norimberga in poi. Davanti a questo fenomeno si potrebbe provare a capire che cosa sia cambiato nella società tedesca in ottant’anni di sensi di colpa e risentimento, di consumismo e disarmo spirituale, di spionaggio e socialismo reale. Oppure si può continuare a riesumare Hitler, trasformando decenni di storia in una parentesi inutile tra la morte del cancelliere e il suo ritorno sotto le mentite spoglie del ceto medio. È la soluzione più facile. Ed è anche quella più stupida, sotto ogni punto di vista: permette di non capire assolutamente nulla, sentendosi infinitamente bravi.

Sergio Filacchioni

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