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Dalla realtà sociale alla categoria morale: la politica delle “fobie” contro le identità

by Sergio Filacchioni
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Roma, 28 set – Il Ddl sull’antisemitismo e la mozione contro l’islamofobia approvata nel V Municipio non sono la stessa cosa. Hanno natura giuridica, competenze e conseguenze differenti. Il primo, approvato dal Senato il 4 marzo e ora trasmesso alla Camera come C.2830, assume la definizione operativa dell’IHRA e i relativi indicatori come riferimento per politiche di contrasto all’antisemitismo; la seconda, approvata oggi con 13 voti favorevoli e 7 contrari, introduce sul territorio municipale strumenti di monitoraggio, iniziative contro la discriminazione e interventi relativi anche ai luoghi di culto.

Leggerle insieme, tuttavia, permette di individuare una tendenza più vasta. Negli ultimi decenni il linguaggio pubblico ha sviluppato una capacità crescente di scomporre il conflitto in categorie specifiche di ostilità: antisemitismo, islamofobia, omofobia, transfobia e un numero potenzialmente indefinito di altre definizioni. A ogni identità riconosciuta corrisponde progressivamente una particolare forma di offesa; a ogni offesa una statistica; a ogni statistica una richiesta di intervento; a ogni intervento nuovi strumenti di classificazione. La questione non è tanto nei numeri quanto nel salto politico che avviene dopo, quando il singolo episodio smette di essere soltanto un comportamento concreto e diventa la manifestazione di una categoria generale attraverso cui interpretare rapporti sociali molto più complessi.

L’identità negata e l’identità amministrata

Il paradosso è che questa cultura nasce nello stesso ambiente politico che per decenni ha sostenuto il progressivo indebolimento delle appartenenze tradizionali. Nazione, popolo, religione, comunità, differenza sessuale e memoria storica sono state spesso trattate come costruzioni contingenti dalle quali l’individuo moderno avrebbe dovuto emanciparsi. Ma mentre le identità maggioritarie venivano relativizzate, quelle minoritarie diventavano progressivamente oggetto di riconoscimento istituzionale. Nancy Fraser aveva individuato il problema già negli anni Novanta osservando il passaggio dalla politica della redistribuzione alla politica del riconoscimento. La sua critica non consisteva nel negare le ingiustizie culturali, ma nel segnalare due possibili effetti: il displacement, cioè lo spostamento dell’attenzione dalle condizioni materiali al riconoscimento simbolico, e la reification, cioè l’irrigidimento di appartenenze complesse in identità collettive apparentemente omogenee. Fraser arrivava a osservare che alcune politiche di riconoscimento possono «congelare» gli antagonismi che vorrebbero mediare e favorire proprio separatismo e intolleranza.

È qui che la critica alle «fobie» diventa più profonda di una polemica sulla libertà d’espressione. Il problema non è soltanto che una definizione elastica possa essere applicata male, ma anche l’apparato costruito attorno alla definizione modifica il modo stesso in cui i gruppi vengono percepiti e imparano a percepirsi. Per proteggere «i musulmani» dall’islamofobia occorre prima stabilire che essi costituiscano un soggetto collettivo sufficientemente definito da possedere una vulnerabilità specifica. Per monitorare l’antisemitismo occorre individuare quali comportamenti abbiano come bersaglio «gli ebrei» in quanto categoria. Questo sforzo trasforma inevitabilmente identità religiose, culturali e storiche estremamente differenziate in unità amministrativamente leggibili. Rogers Brubaker ha chiamato groupism proprio questa tendenza a trattare gruppi etnici e nazionali come entità nettamente delimitate, internamente omogenee e protagoniste naturali del conflitto. Per Brubaker, le istituzioni, le categorie pubbliche, i progetti politici e le routine organizzative non si limitano a osservare i gruppi ma contribuiscono attivamente alla loro salienza sociale. Il paradosso può quindi essere formulato in maniera semplice: una politica che vuole combattere la divisione deve prima dividere la popolazione nelle categorie che intende tutelare.

La politica non nasce dalle fobie

Questo modo di guardare alla società produce anche una rimozione del conflitto propriamente politico. Carl Schmitt aveva formulato in maniera estrema la distinzione tra amico e nemico come criterio specifico del politico: non un sentimento di antipatia personale, ma il riconoscimento pubblico di collettività che possono trovarsi in opposizione perché difendono modi differenti di esistenza comune. La sua teoria individua un punto che rimane utile per capire il problema contemporaneo: il conflitto politico non è necessariamente il prodotto di un errore morale o di un pregiudizio psicologico. Può nascere da interessi, appartenenze e concezioni della vita realmente incompatibili su questioni determinate. Tradurre automaticamente questo conflitto nel vocabolario della «fobia» significa compiere un’operazione precisa. L’avversario non è più qualcuno che possiede interessi diversi, che difende un’altra concezione della società o che contesta una trasformazione del proprio territorio. Diventa qualcuno affetto da una forma di irrazionalità morale: ha paura, odia, discrimina.

La politica viene così psicologizzata. Il conflitto cessa di richiedere innanzitutto una risposta politica e diventa un problema di educazione, prevenzione, sensibilizzazione e monitoraggio. Il V Municipio di Roma in questo caso offre un esempio concreto. Dietro la discussione sull’islamofobia esistono questioni che non hanno nulla di astratto: luoghi di culto, uso degli immobili, trasformazione demografica dei quartieri, rappresentanza politica delle comunità immigrate, condizioni economiche e convivenza fra pratiche culturali differenti. La mozione è stata presentata da esponenti della maggioranza municipale e approvata dopo settimane di fortissima contrapposizione; la giornata del voto ha visto mobilitazioni contrapposte e tensioni dentro e fuori l’aula. Ma se definire alcuni comportamenti come islamofobi può descrivere correttamente episodi specifici, “islamofobia” non può spiegare perché un quartiere attraversato da mutamenti economici, culturali e demografici produca conflitto. Quando viene utilizzata come categoria generale, rischia anzi di invertire causa ed effetto: la tensione non deriverebbe più dalla trasformazione concreta del territorio, ma dalla disposizione morale di chi reagisce a quella trasformazione.

La vittima come identità politica

C’è poi una conseguenza meno immediata ma non meno rischiosa di questo iper-normativismo. Una politica interamente organizzata intorno al riconoscimento dell’offesa può contribuire a fare della vittimizzazione una componente stabile dell’identità collettiva. Ovviamente non esiste alcuna legge psicologica per cui una persona continuamente definita vittima diventi violenta. La ricerca mostra però un fenomeno trasversale: percezioni intense di ingiustizia, deprivazione del proprio gruppo, minaccia identitaria e vittimizzazione possono, in determinate condizioni, alimentare radicalizzazione e disponibilità allo scontro. Una vasta rassegna pubblicata dall’Annual Review of Psychology rileva che la percezione di ingiustizia e deprivazione collettiva interviene nei processi di radicalizzazione. Il meccanismo non appartiene a una religione o a una cultura specifica: riguarda la possibilità che un’identità politica venga organizzata intorno alla convinzione che il proprio gruppo sia sistematicamente leso da un nemico esterno.
Il problema delle politiche pubbliche non è quindi che «creino terroristi». Il punto è che l’istituzionalizzazione permanente della vulnerabilità può offrire ai gruppi un lessico attraverso cui organizzare il proprio rapporto con il resto della società: noi siamo coloro che subiscono, gli altri sono coloro dai quali dobbiamo essere protetti. Ian Hacking ha studiato un processo analogo attraverso il concetto di looping effect. Le classificazioni riferite agli esseri umani, osservava, possono diventare interattive: una persona viene classificata, entra in rapporto con quella classificazione, reagisce a essa e la propria reazione modifica a sua volta la categoria. Una definizione istituzionale produce infatti statistiche; le statistiche producono comunicazione pubblica; la comunicazione contribuisce a rendere la categoria più disponibile attraverso cui interpretare gli eventi; l’aumento delle segnalazioni rafforza a sua volta la percezione dell’emergenza. Non necessariamente perché il fenomeno sia immaginario, ma perché osservazione e realtà sociale entrano in un circuito di retroazione.

Il Ddl antisemitismo e la trasformazione della categoria in apparato

Lo stesso problema si pone con il Ddl sull’antisemitismo. Il testo approvato dal Senato il 4 marzo assume la definizione operativa dell’IHRA e costruisce attorno al contrasto dell’antisemitismo una serie di strumenti pubblici. La questione culturale precede tuttavia la fattispecie penale. Quando uno Stato seleziona una definizione ufficiale di un fenomeno politico e sociale e la inserisce nei processi di formazione e monitoraggio delle proprie istituzioni, quella definizione acquista un’autorità che non possedeva nel semplice dibattito pubblico. Ciò diventa particolarmente delicato perché l’antisemitismo contemporaneo si intreccia con una materia eminentemente politica: Israele, sionismo, guerra a Gaza, rapporti fra Stati e conflitto mediorientale. La definizione IHRA afferma espressamente che la critica a Israele comparabile a quella rivolta a qualsiasi altro Paese non costituisce antisemitismo, ma include fra i propri esempi anche manifestazioni che riguardano Israele quando questo venga rappresentato come collettività ebraica. Il confine, dunque, esiste ma richiede interpretazione. Ed è precisamente l’interpretazione a diventare rilevante quando una categoria passa dalle associazioni e dal dibattito culturale alle istituzioni. Il rischio non è soltanto che qualcuno venga sanzionato ingiustamente. È più profondo: il conflitto intorno a Israele può essere progressivamente riletto attraverso il rapporto fra una comunità vulnerabile e i soggetti che la minacciano, quando invece contiene interessi geopolitici, orientamenti ideologici e giudizi storici che non possono essere ridotti alla religione.

L’errore grossolano del progressismo

La contraddizione della politica contemporanea emerge così in tutta la sua evidenza. Da una parte viene ripetuto che le identità sono fluide, ibride, costruite e continuamente negoziabili. Dall’altra lo Stato ha bisogno di renderle sufficientemente solide da attribuire loro una tutela specifica. L’identità è relativa quando pretende di fondare un’appartenenza collettiva; diventa improvvisamente oggettiva quando deve essere amministrata come categoria vulnerabile. Non occorre per questo aderire alla conclusione opposta, quella dello “scontro di civiltà”, ovvero quella logica in cui ogni comunità è rappresentata come internamente omogenea o ogni differenza debba trasformarsi in antagonismo: attribuire automaticamente un’unica volontà politica a intere religioni era e rimane fuorviante. Il punto, allora, è riconoscere che le identità collettive sono fatti politici senza bisogno che lo Stato le trasformi tutte in categorie terapeutiche.
Un conflitto sulla composizione di un quartiere è un conflitto urbano e demografico prima di essere una fobia. Un contrasto sui luoghi di culto riguarda norme, spazi, rapporti di forza e concezioni della città prima di poter essere ridotto al pregiudizio. Una disputa su Israele è geopolitica e ideologica prima di essere classificata attraverso l’antisemitismo. Naturalmente, dentro ciascuno di questi conflitti possono comparire discriminazione e odio. Ma la presenza dell’odio non esaurisce la natura del conflitto. Ed è questo che la politica delle «fobie» rischia di perdere: nel tentativo di sottrarre ogni identità all’ostilità, finisce per insegnare a ciascuna identità a riconoscersi innanzitutto attraverso l’ostilità che riceve.

Quando le buone intenzioni irrigidiscono le identità

La teoria delle minacce intergruppo mostra da tempo come la percezione di minacce realistiche o simboliche possa generare paura, rabbia, discriminazione e reazioni reciproche fra gruppi; queste reazioni possono a loro volta produrre nuove risposte dall’altra parte e alimentare il conflitto. Il meccanismo non implica che la minaccia iniziale sia necessariamente falsa né che l’escalation sia inevitabile. Mostra però che le relazioni tra gruppi funzionano come processi di azione e reazione, non come una semplice divisione fra aggressore immobile e vittima passiva. Una politica pubblica concentrata esclusivamente sulla protezione di categorie particolari può allora incorrere in un paradosso: rafforzare la percezione che la società sia effettivamente costituita da blocchi permanentemente contrapposti. Il giovane che cresce sentendosi spiegare costantemente che la propria comunità è oggetto di una specifica ostilità può interiorizzare quella rappresentazione oppure respingerla; può diventare più diffidente, più militante, più solidale con il proprio gruppo o semplicemente ignorarla. Non esiste un esito automatico. Ma la classificazione è entrata nel suo ambiente simbolico e gli offre una possibilità ulteriore di interpretazione della propria esperienza.
La stessa cosa vale dall’altra parte. Se un residente viene continuamente descritto come possibile portatore di «islamofobia» quando contesta trasformazioni del proprio quartiere, può moderare le proprie posizioni oppure reagire alla categoria che gli viene attribuita e radicalizzarle. Le identità si costituiscono anche e soprattutto per opposizione. Una politica che trasforma ogni conflitto in una diagnosi morale rischia dunque di moltiplicare risposte antagoniste proprio mentre pretende di neutralizzarle. Non è ovviamente una legge fisica inconfutabile, ma un rischio reale che l’Europa conosce bene: identità fortemente fuse con il gruppo, valori sacralizzati e percezione di ingiustizia possono concorrere, insieme a molti altri fattori, all’accettazione di comportamenti estremi in contesti ideologici molto differenti.

Il popolo prima della categoria

La domanda decisiva non è quindi se antisemitismo o discriminazione antimusulmana esistano. Esistono comportamenti che possono essere descritti in questi termini, così come esistono molte altre forme di ostilità tra gruppi. La questione è quale funzione politica attribuire alla categoria. Può rimanere uno strumento circoscritto per descrivere determinati comportamenti. Oppure può diventare il paradigma attraverso cui istituzioni, scuole, partiti e media organizzano interi campi della realtà sociale. È nel secondo caso che il riconoscimento rischia di trasformarsi nella reificazione descritta da Fraser: gruppi sempre più definiti, vulnerabilità sempre più specifiche, apparati sempre più specializzati e, sullo sfondo, la progressiva scomparsa delle cause materiali e politiche del conflitto. Un quartiere può essere povero, trasformarsi demograficamente, vivere una competizione per gli spazi e sviluppare conflitti culturali. Una guerra può dividere società intere e produrre schieramenti inconciliabili. Un popolo può percepire minacciata la propria continuità culturale. Tutto questo appartiene alla politica prima di appartenere all’odio.
La società delle «fobie» rovescia invece l’ordine: prima costruisce la categoria morale, poi cerca dentro quella categoria la spiegazione del conflitto. E così, mentre dichiara di voler superare le identità contrapposte, rischia di renderle più coscienti di sé, più organizzate e più dipendenti dal riconoscimento istituzionale. La questione non è cancellare le identità ma capire se una società possa imparare a trattarle come realtà politiche senza trasformare ogni attrito fra esse in una nuova patologia da classificare, sorvegliare e punire.

Sergio Filacchioni

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