Roma, 29 set – Se volete misurare lo stato di salute della democrazia nell’Urbe, non serve scomodare i grandi trattati di sociologia politica: basta osservare la surreale combinazione di “events” che il teatrino capitolino ci regala con cadenza quasi quotidiana. Da una parte trovate le aule nobili del Campidoglio che ospitano nella Sala della Protomoteca un evento privato nel quale il “Premio Internazionale della Cultura” viene consegnato nientemeno che a Wanna Marchi e Stefania Nobile; dall’altra, nelle periferie del V Municipio, l’istituzione si trasforma nel terreno di confronto fra maggioranza politica, associazionismo antifascista e oppositori della mozione contro l’islamofobia. Un corto circuito perfetto, dove la farsa culturale del centro fa da pendant alla violenza politica della periferia.
La «mafia antifascista» al V Municipio
La sceneggiatura vista al V Municipio è il classico capolavoro d’ipocrisia a cui la sinistra ci ha ormai abituati. Mentre la maggioranza di centrosinistra era impegnata a votare l’ennesimo documento ideologico contro l’islamofobia — una di quelle carte burocratiche che servono a posizionarsi sul piedistallo della superiorità morale e, diciamolo pure, una “marchetta”, visto l’interesse politico che ruota intorno alla questione — le gradinate dell’aula venivano riempite dai militanti delle realtà antifasciste e antagoniste mobilitate a sostegno del provvedimento. Una presenza tutt’altro che casuale. Il presidio era stato promosso dal Pd insieme ad Anpi e realtà pro-Pal del territorio, mentre Eleonora Mattia, vicepresidente Pd della commissione Affari costituzionali del Consiglio regionale del Lazio, ha successivamente rivendicato «la grande mobilitazione delle associazioni del territorio e della società civile» che aveva accompagnato l’approvazione della mozione.
Il messaggio, subliminale ma neanche troppo, era chiaro: occupare lo spazio politico per impedire agli altri di esistere. Una sorta di antistato informale, una versione contemporanea delle vecchie truppe ausiliarie di piazza, riportate dentro il perimetro delle istituzioni. Sia chiarita una cosa, a scanso di equivoci e scorciatoie polemiche: dalle colonne di questo giornale non abbiamo mai fatto mistero della nostra linea ideale sul conflitto tra Israele e Palestina. Ma quando la politica scade nella prepotenza di strada e l’antifascismo militante imbocca la via dell’intimidazione, allora possiamo tranquillamente dire che ci ha semplicemente e irrimediabilmente saturato la pazienza. Perché non si tratta più di “dialettica accesa” o di folklore da centro sociale. Quando parliamo di «mafia antifascista», il riferimento non è evidentemente a una qualificazione penale, ma a un metodo: controllo dello spazio, intimidazione dell’avversario e pretesa di decidere chi abbia o meno diritto di parola.
Lo schiaffo sferrato a Massimiliano Zossolo, fondatore di Welcome to Favelas, subito dopo il suo intervento — durante il quale aveva strappato una bandiera palestinese — resta un fatto grave. È avvenuto all’interno di un’aula consiliare già presidiata da Digos e Reparto Mobile, nel pieno di una seduta scandita da cori contrapposti, Bella ciao e Inno di Mameli. Non sono quelli aggrediti ieri ad andare a piagnucolare in questura ogni volta che una folata di vento passa tra i rasta. Ma l’atteggiamento visto in aula serve precisamente a marcare il territorio, a trasmettere l’idea che in quel perimetro politico l’avversario non debba semplicemente essere contestato, ma espulso simbolicamente e, quando qualcuno supera il limite, anche fisicamente. È in questa saldatura tra pressione ambientale, intimidazione e superiorità morale rivendicata che il termine “mafioso” acquista, nel nostro ragionamento, il suo significato politico: non l’esistenza di un’organizzazione criminale, ma l’adozione di un metodo che pretende di controllare il territorio e imporre attraverso la forza informale ciò che la politica non riesce a ottenere attraverso il confronto.
Il copione che non funge più da maschera
Il meccanismo è sempre lo stesso ed è di una linearità quasi disarmante: il Pd fornisce la patina istituzionale, promuovendo mozioni volte a definire e monitorare le “fobie” del cittadino comune; le frange di piazza esercitano invece una pressione politica che pretende di silenziare sul nascere chiunque osi deviare dall’ortodossia. Non significa che consiglieri democratici e militanti antagonisti siano esattamente la stessa cosa. Significa che, nella giornata del V Municipio, si sono ritrovati nello stesso spazio e dalla stessa parte della mobilitazione, pur ricoprendo ruoli differenti. Da una parte la maggioranza approvava il provvedimento; dall’altra associazioni, movimenti antifascisti e centri sociali ne sostenevano politicamente l’approvazione. Due mondi distinti che finiscono troppo spesso per alimentarsi reciprocamente: l’istituzione offre legittimità alla mobilitazione e la mobilitazione restituisce all’istituzione la pressione della piazza.
E così mentre in Campidoglio si eleva il trash al rango di cattedra, nei municipi il confronto politico viene ridotto a una prova di forza. Se l’idea di democrazia consiste nel trasformare le istituzioni in un club privato nel quale chi non canta in coro viene accompagnato alla porta a schiaffi, sarebbe almeno il caso di risparmiarci le periodiche filippiche sulla libertà e sulla partecipazione.
Il pericolo della connivenza interessata
Il V Municipio è anche uno dei quadranti nei quali emergono con maggiore evidenza alcuni dei conflitti sociali che attraversano la Capitale. Pochi giorni fa circa 1.500 residenti hanno manifestato a Tor Sapienza contro degrado, occupazioni abusive, spaccio e insicurezza, indicando lo stabile occupato di via Cesare Tallone come uno dei principali punti critici. Alcuni residenti hanno denunciato anche presunti traffici di armi. Nel corteo si è parlato molto anche di fentanyl, con testimonianze di cittadini convinti che l’oppioide fosse arrivato nelle strade del quartiere. È precisamente qui che emerge il problema politico. Da una parte quartieri che denunciano spaccio, occupazioni, degrado e perdita di controllo dello spazio urbano; dall’altra un sistema politico che preferisce leggere il conflitto attraverso categorie morali come “islamofobia”, “razzismo” e “odio”, trasformando spesso la contestazione delle condizioni materiali in una questione di linguaggio e sensibilità.
A forza di saturare gli spazi per non far sedere gli altri, si rischia soltanto di mostrare quanto sia fragile la presunta egemonia culturale che si vorrebbe difendere. E soprattutto di lasciare irrisolti i conflitti reali che attraversano le periferie: sicurezza, immigrazione, occupazioni, droga, controllo del territorio e convivenza. Sono questi i conti che, prima o poi, la politica romana dovrà affrontare. E a pagarli non saranno né le mozioni né i presìdi organizzati, ma quei cittadini che oggi scendono in strada con il tricolore e vengono troppo facilmente liquidati come fascisti, razzisti o portatori dell’ennesima “fobia”.
Tony Fabrizio