Roma, 29 set – C’è un filo che unisce la porchetta esibita da Simone Carabella davanti a una preghiera islamica, il Corano bruciato da Ferenc Venturelli, in arte Eterno, e una parte della comunicazione costruita attorno a bandiere, crocifissi, anti-wokismo e immaginario MAGA. Non riguarda soltanto il metodo, già discutibile, con cui questioni politiche enormi vengono ridotte alla misura di un contenuto social dai cacciatori d’hype. Dietro la provocazione emerge una lettura più generale: la trasformazione demografica prodotta dall’immigrazione viene progressivamente reinterpretata come avanzata dell’Islam e, di conseguenza, come episodio di una guerra di civiltà fra un’Europa cristiana e una comunità musulmana antagonista.
È uno sviluppo coerente con un modello comunicativo che ha bisogno di rendere immediatamente visibile il conflitto. La questione migratoria, presa sul serio, costringe a parlare di natalità, mercato del lavoro, salari, domanda di manodopera, cittadinanza, edilizia, welfare, scuola, rapporti fra capitale e lavoro, trasformazione dei quartieri e capacità dello Stato di controllare il proprio territorio. La rappresentazione religiosa semplifica tutto questo attraverso un sistema di simboli molto più efficace: il crocifisso e il Corano, il maiale e l’halal, la chiesa e la moschea. Nel precedente caso di Carabella era già accaduto qualcosa di simile: una questione potenzialmente interessante sul rapporto fra associazionismo, comunità immigrate e costruzione del consenso territoriale era stata assorbita completamente dalla scenetta del panino. Con Eterno il passaggio è diventato ancora più evidente, perché il gesto contro il libro sacro islamico ha trasformato direttamente un problema politico in una provocazione religiosa.
Il problema, a questo punto, non è più soltanto stabilire se la comunicazione sia efficace o ridicola: può essere entrambe le cose. Bisogna chiedersi quale interpretazione della realtà produca. Ed è qui che lo schema comincia a mostrare tutti i suoi limiti, perché l’Islam non ha prodotto il processo demografico che questa destra sostiene di combattere. È arrivato dentro quel processo.
Prima dell’Islam vengono demografia, lavoro e immigrazione
La sovrapposizione fra immigrazione e Islam è di per sé statisticamente sbagliata. Nel 2020 vivevano in Europa circa 86,8 milioni di persone nate in un Paese diverso da quello di residenza. Secondo Pew Research Center, il 56% di questi migranti era cristiano, il 20% non possedeva alcuna affiliazione religiosa e il 18% era musulmano. Anche considerando che una parte consistente dei cristiani migranti proviene da altri Paesi europei, il dato impedisce di trattare la mobilità internazionale verso l’Europa come un fenomeno intrinsecamente islamico. La trasformazione della composizione delle società europee deriva quindi da un meccanismo più ampio. Un continente caratterizzato da bassi tassi di natalità e crescente invecchiamento della popolazione ricorre sempre più spesso all’immigrazione per compensare il rallentamento della popolazione attiva. La Commissione europea ha rilevato che la quota della popolazione in età lavorativa nata fuori dall’Unione è passata da circa l’8% nel 2014 al 12,6% nel 2024 e che l’immigrazione ha contribuito in misura significativa alla crescita recente dell’occupazione, attenuando contemporaneamente le carenze di manodopera.
Questo è uno dei punti che la retorica della guerra religiosa rende quasi invisibile. L’immigrazione di massa non è soltanto il prodotto di un’ideologia dell’accoglienza ma è diventata una componente strutturale del modello economico europeo. Viene considerata una risposta al declino della popolazione in età lavorativa, alla scarsità di personale in determinati settori e alla necessità di mantenere livelli di produzione e di occupazione che la sola dinamica demografica interna rende sempre più difficili. Proprio qui si realizza quella convergenza che una parte della destra evita accuratamente di affrontare. Da un lato il progressismo culturale ha lavorato per decenni alla delegittimazione del confine come principio ordinatore, della continuità demografica come interesse politico e dell’appartenenza nazionale come criterio capace di produrre diritti e doveri differenti. Dall’altro il capitalismo contemporaneo ha bisogno di mobilità: del capitale, delle merci e della forza lavoro. La sinistra cosmopolita e la destra padronale partono da premesse differenti e arrivano allo stesso risultato materiale, cioè alla normalizzazione di una società nella quale la popolazione viene considerata una variabile sostituibile rispetto alle esigenze economiche e nella quale ogni resistenza alla trasformazione viene prima privata di legittimità culturale e poi ricondotta a un problema morale.
Per comprenderlo non serve attribuire alla definizione “grande sostituzione” qualcosa di cospirativo o segreto. L’impresa che reclama lavoratori stranieri perché non trova abbastanza manodopera e l’intellettuale che considera il confine nazionale una sopravvivenza del passato possono non condividere nulla e contribuire alla medesima trasformazione. Il primo agisce attraverso l’interesse economico, il secondo costruisce il sistema morale che rende quella trasformazione accettabile. La combinazione fra i due è molto più importante della religione professata dal lavoratore che arriva. Eppure, una volta tradotto il problema nel linguaggio dello scontro di civiltà, tutto questo scompare. Il datore di lavoro non è fotografabile quanto una moschea; la struttura demografica non produce il video di trenta secondi che produce una preghiera collettiva; il meccanismo attraverso cui il capitale richiede nuova forza lavoro è più difficile da trasformare in contenuto rispetto a una donna velata. Così il musulmano diventa il volto della trasformazione e, attraverso uno scambio fra immagine e causa, finisce per esserne indicato come responsabile.
L’Islam può trovare nella sostituzione ciò che non ha creato
Ovviamente, dire che l’Islam non abbia prodotto questa dinamica non significa ridimensionare il problema specificamente islamico. Significa localizzarlo nel punto corretto della mappa. L’Islam può essere politicamente una conseguenza della trasformazione demografica e, successivamente, diventare una forza capace di orientarne gli sviluppi. L’arrivo e il radicamento di popolazioni provenienti da Paesi musulmani produce nel tempo qualcosa che non coincide con il semplice aumento statistico dei residenti. Nascono luoghi di culto, associazioni, reti economiche, sistemi di solidarietà, interlocutori delle amministrazioni, organizzazioni culturali, leadership religiose e forme di rappresentanza politica. Una popolazione inizialmente frammentata per nazionalità, lingua, classe sociale e grado di osservanza può progressivamente imparare a riconoscersi anche attraverso una categoria più generale, soprattutto quando quella categoria viene continuamente utilizzata dalle istituzioni e dagli avversari.
È qui che il problema dell’Islam diventa realmente politico: quando un’identità religiosa acquisisce abbastanza densità sociale da organizzare interessi, negoziare spazi e presentarsi come interlocutore collettivo. Il meccanismo è particolarmente interessante perché viene alimentato da entrambi i lati dello scontro apparente. Nel pezzo sulle politiche delle «fobie» avevamo richiamato proprio il concetto di groupism: le istituzioni e il linguaggio pubblico non si limitano a riconoscere gruppi già perfettamente costituiti, ma contribuiscono alla loro produzione politica quando trattano popolazioni internamente differenti come soggetti collettivi omogenei. Il progressismo produce questa dinamica quando costruisce «i musulmani» come categoria vulnerabile alla quale attribuire una protezione specifica contro l’islamofobia. La destra anti-islamica realizza lo stesso processo quando costruisce «i musulmani» come nemico collettivo al quale attribuire una volontà politica altrettanto unitaria. Da una parte il musulmano viene costituito come vittima, dall’altra come avversario; in entrambi i casi gli viene riconosciuta precisamente quella unità politica che inizialmente potrebbe non possedere.
È un paradosso che dovrebbe preoccupare soprattutto chi teme la formazione di comunità separate. Il giovane di origine albanese che non entra in una moschea da anni, il marocchino praticante, il bosniaco culturalmente musulmano, il pakistano legato a una particolare corrente religiosa e il militante islamista non rappresentano naturalmente un unico soggetto politico. Diventano più facilmente leggibili come tale se amministrazioni, partiti, associazioni e oppositori continuano a rivolgersi a loro innanzitutto in quanto musulmani. La radicalizzazione dell’identità religiosa trova così uno spazio che non coincide necessariamente con la radicalizzazione ideologica. Prima ancora che qualcuno diventi islamista, può diventare politicamente musulmano, cioè imparare a interpretare questioni di scuola, lavoro, rappresentanza o politica estera attraverso un’appartenenza religiosa comune. È in questo passaggio che l’Islam può acquisire un peso politico ben superiore a quello strettamente teologico. La trasformazione demografica crea la possibilità materiale; l’organizzazione comunitaria può trasformarla in capacità politica. Si tratta esattamente dell’inverso della sequenza suggerita dall’immaginario dello scontro di civiltà. Non è l’Islam a produrre l’immigrazione di massa per conquistare demograficamente l’Europa; è una società che importa popolazione per ragioni economiche, demografiche e politiche a creare le condizioni dentro le quali anche l’identità islamica può stabilizzarsi, organizzarsi e rivendicare potere.
Una guerra di religione con un solo campo religioso
A questo punto lo schema della guerra di civiltà incontra un problema ancora più difficile. Perché uno scontro religioso presuppone due soggetti religiosi, mentre l’Europa contemporanea presenta una vistosa asimmetria fra la memoria cristiana del continente e la consistenza effettiva del Cristianesimo come forza sociale organizzata. I dati sono più interessanti degli slogan. Nel 2020 il 67,1% degli europei risultava ancora classificato come cristiano, contro il 6% di musulmani. Presa in questi termini, l’idea di una futura maggioranza islamica è lontanissima dalla situazione reale. Ma il dato più significativo si trova altrove. Nel 2010 i cristiani erano il 74,6% della popolazione europea e le persone prive di affiliazione religiosa il 18,7%; dieci anni più tardi i primi erano scesi al 67,1% e i secondi saliti al 25,3%. In termini assoluti l’Europa aveva perso circa il 9% della propria popolazione cristiana, mentre i non affiliati erano aumentati del 37%. Nello stesso periodo i musulmani erano cresciuti del 16%, raggiungendo circa 46 milioni di persone. Pew attribuisce esplicitamente il cambiamento religioso più importante del continente alla disaffiliazione dal Cristianesimo.
Il problema quindi è la differente consistenza delle appartenenze che quei numeri misurano. Il Cristianesimo europeo conserva una forza culturale enorme, inscritta nel calendario, nel paesaggio, nell’arte, nella lingua, nei riti familiari e nella stessa idea storica d’Europa. Ma non tutto ciò che è culturalmente cristiano costituisce una comunità di fedeli e ancora meno costituisce un soggetto disposto a organizzarsi politicamente sulla base della propria fede. La domanda che la retorica sullo scontro di civiltà evita è esattamente questa: quale sarebbe oggi il fronte cristiano? E no, non basta contare i battezzati. Bisogna chiedersi quanti frequentino regolarmente una chiesa, quanti conoscano la dottrina che affermano di voler difendere, quanti considerino la religione un principio capace di ordinare concretamente la propria esistenza e, infine, quanti sarebbero disposti a subordinare altre appartenenze a quella cristiana. Lo scontro di civiltà pretende una mobilitazione che non deriva automaticamente da un dato censuario.
La contraddizione appare ancora più evidente quando dal cristiano immaginario si passa alla Chiesa reale. Il 28 settembre Leone XIV, interrogato sulla crescita dell’estrema destra tedesca, ha osservato la presenza di una combinazione fra alcune posizioni dell’estrema destra e «un certo tipo di religione», precisando che, tanto secondo lui quanto secondo i vertici cattolici e protestanti tedeschi, quella combinazione non rappresenta «un’autentica espressione del cristianesimo». Durante lo stesso viaggio in Francia ha insistito sul dialogo interreligioso e, visitando la Maison Bakhita di Parigi, ha posto l’accoglienza e l’integrazione dei migranti dentro un esplicito discorso cristiano sulla fraternità. La distanza fra questo Cristianesimo istituzionale e quello evocato dalla destra social è abissale: chi propone di opporre la Cristianità all’Umma si trova davanti al fatto che la principale istituzione cristiana dell’Europa occidentale rifiuta precisamente di concepire il proprio ruolo in questi termini.
Rimane allora una domanda molto concreta: chi dovrebbe rappresentare politicamente questa presunta Cristianità combattente? Eterno, Carabella, Caccialupi, Mario Adinolfi? La questione non riguarda la serietà religiosa dei singoli. Riguarda il vuoto di rappresentanza che la loro stessa esposizione rende evidente. Se la Chiesa non si propone come comando di un blocco identitario europeo e se la grande maggioranza dei cristiani culturali non costituisce una comunità politicamente mobilitata, l’esercito occidentale dello scontro di civiltà deve essere inventato nello stesso momento in cui viene convocato. Lo schema finisce così per attribuire all’Islam una compattezza superiore a quella reale e al Cristianesimo europeo una compattezza che ha largamente perduto. Proprio per questo è strategicamente debole: immagina il proprio avversario come comunità e il proprio campo come civiltà quando il secondo, molto più del primo, è attraversato da una secolarizzazione profonda che ne ha dissolto i legami religiosi effettivi.
Il MAGA americano trapiantato in una società che non è l’America
La genealogia di questa lettura non nasce per intero in Italia. Nel caso di Lorenzo Caccialupi il riferimento americano è esplicito: l’incontro con Charlie Kirk durante un periodo di studio negli Stati Uniti, il «Make Italy Great Again», il rapporto con l’ambiente di Turning Point e una comunicazione successivamente costruita attorno a immigrazione, Islam, anti-wokismo, Tricolore e valori cristiani. Anche il precedente articolo individuava in questa traiettoria il tentativo di importare un pacchetto di cultural wars statunitensi e riverniciarlo rapidamente di tricolore. La ricostruzione pubblicata sulla rete italiana legata a Kirk conferma la centralità di questa matrice. Il punto interessante non è denunciare l’americanizzazione come se bastasse l’origine straniera di un’idea a renderla falsa. È comprendere quale ordine politico viene importato insieme agli slogan. Negli Stati Uniti il Cristianesimo conservatore non è semplicemente un riferimento culturale, anzi nell’ambiente evangelico bianco costituisce da decenni una forza elettorale, associativa e mediatica organizzata. Possiede università, chiese, reti editoriali, gruppi di pressione, strutture di mobilitazione e un rapporto diretto con il Partito repubblicano che non ha equivalenti nell’Europa occidentale. Dentro questa costellazione l’ostilità all’Islam, la battaglia contro il progressismo culturale e un forte sostegno a Israele appartengono a uno stesso universo politico.
Quest’ultimo elemento merita attenzione perché spiega un’altra assenza ricorrente nel modello importato. Nel 2025 circa sette protestanti evangelici bianchi americani su dieci dichiaravano un’opinione favorevole di Israele; nel maggio 2026 erano inoltre l’unico grande gruppo religioso statunitense nel quale una maggioranza esprimeva un giudizio favorevole sul governo israeliano. Il rapporto fra evangelismo americano e Israele è uno degli elementi che danno forma al concetto di «Occidente giudaico-cristiano» utilizzato da buona parte della destra americana. Quando quella grammatica viene importata in Europa, porta con sé una precisa disposizione del campo: Islam da una parte, Cristianesimo e Israele dall’altra. La critica al sionismo diventa così molto più difficile da integrare nel discorso, perché metterebbe in discussione uno degli assi attorno ai quali è stato costruito il fronte occidentale che si intende imitare.
È qui che l’importazione del modello MAGA mostra un limite politico ben più profondo della semplice imitazione estetica. La storia europea del Cristianesimo, i rapporti fra Chiesa e Stato, l’esperienza coloniale, la presenza musulmana, la questione mediterranea e il rapporto con Israele sono completamente diversi da quelli statunitensi. Prendere il sistema americano di alleanze simboliche e trasferirlo sul continente significa smettere di elaborare una posizione propriamente europea nel momento stesso in cui si proclama di voler difendere l’Europa. Soprattutto significa rinunciare a una critica complessiva dell’ordine che ha prodotto la trasformazione che si contesta. Una destra che individua nel musulmano il nemico fondamentale può continuare a convivere perfettamente con il capitalismo che richiede immigrazione, con la subordinazione geopolitica agli Stati Uniti e con una lettura del Medio Oriente che assume Israele come avamposto naturale del proprio campo. La radicalità religiosa finisce così per coprire una sorprendente moderazione rispetto ai rapporti economici e geopolitici reali. Il Corano diventa il bersaglio proprio perché è più semplice da incendiare del sistema che ha portato in Europa milioni di persone.
Dal macrofenomeno all’epifenomeno
È questo il punto sul quale la critica alla destra degli influencer deve diventare più profonda. Carabella ed Eterno possono essere liquidati come provocatori e Caccialupi presenta indubbiamente un profilo differente, più politico e strutturato. Ma il problema comune non risiede nella personalità dei singoli quanto nel paradigma che contribuiscono a diffondere: la convinzione che la trasformazione demografica europea possa essere letta adeguatamente attraverso lo scontro fra identità religiose. La sequenza reale, come abbiamo visto, è diversa. Prima viene una società europea che non genera abbastanza figli per riprodurre la propria struttura demografica; poi viene un sistema economico che continua ad avere bisogno di lavoratori e considera l’immigrazione una risposta razionale a quella scarsità; contemporaneamente agisce una cultura politica che ha progressivamente svuotato di legittimità l’idea che un popolo possieda un interesse autonomo alla propria continuità. Solo a questo punto arrivano popolazioni straniere che si stabilizzano, costruiscono famiglie, associazioni e istituzioni, modificando inevitabilmente la composizione delle città. Solo dentro questo sistema una delle identità presenti dentro quelle popolazioni, quella islamica, può acquisire abbastanza consistenza da trasformarsi da fatto religioso in realtà politica.
Persino il progressismo, in questa rappresentazione, viene combattuto nel punto più innocuo. Non per la sua concezione universalistica dell’uomo, per la dissoluzione delle appartenenze o per la sua capacità di fornire al capitalismo globale una morale perfettamente compatibile con la circolazione illimitata, ma perché difenderebbe il kebab sotto casa. Lo «scontro di civiltà» diventa allora meno radicale di quanto sembri, o meglio, radicalizza il linguaggio e restringe l’analisi. Trasforma un conflitto sulle condizioni materiali della riproduzione di un popolo in una contesa religiosa proprio mentre il popolo che dovrebbe costituire il “fronte cristiano” è attraversato da un processo di scristianizzazione assai più profondo dell’aumento percentuale della popolazione musulmana. La presenza islamica diventa più visibile mentre il Cristianesimo europeo diventa meno vissuto; ma fotografare simultaneamente questi due processi non significa averne spiegato il rapporto.
L’Islam politico avanza dove noi retrocediamo
Rimane infine una considerazione schiettamente strategica. Se consideriamo problematica la possibilità che l’Islam si trasformi in soggetto politico autonomo nelle società europee, il primo interesse dovrebbe essere evitare di consegnargli gratuitamente una forma unitaria. Trattare ogni immigrato proveniente da un Paese musulmano come componente della stessa comunità religiosa pronta ad assaltare le mura di Vienna, vuol dire produrre per contrapposizione esattamente quell’identità collettiva che si teme. La politica progressista delle minoranze lo fa attraverso il riconoscimento; l’anti-islamismo identitario attraverso l’ostilità. Il risultato può convergere nella progressiva separazione del musulmano dal resto della società come categoria politica specifica. Intanto, la questione decisiva rimane chi produce la trasformazione demografica, attraverso quali interessi economici, dentro quale concezione politica della società e con quali conseguenze sui rapporti di forza. Soltanto dopo viene la domanda su come l’Islam possa utilizzare gli spazi aperti da quella trasformazione. Invertire quest’ordine significa inseguire gli effetti mentre le cause continuano tranquillamente a lavorare.
Sergio Filacchioni