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Dai cieli del Baltico a Roma: come la sicurezza sta riscrivendo la politica italiana

by La Redazione
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Roma, 18 set – Per anni la politica italiana ha potuto discutere della guerra in Ucraina come se fosse una questione relativamente separata dalla propria sicurezza. Si poteva essere favorevoli o contrari all’invio di armi, più o meno atlantisti, più o meno indulgenti con Mosca, continuando però a dare per scontato un elemento fondamentale: qualunque cosa fosse accaduta, la difesa effettiva dell’Europa sarebbe rimasta in ultima istanza un problema americano.

Negli ultimi mesi questa comoda separazione ha iniziato a saltare. Prima un drone entrato nello spazio aereo lituano è stato intercettato e abbattuto da due Eurofighter italiani della missione Nato; poi altri due caccia italiani sono decollati da Šiauliai dopo la violazione dello spazio aereo della Lituania da parte di due jet militari russi. Contemporaneamente il Pentagono valuta una revisione della propria presenza nel continente che, secondo le indiscrezioni raccolte negli Stati Uniti, potrebbe comportare il ritiro di almeno 25 mila militari e, in uno degli scenari considerati, arrivare fino a 40 mila sugli circa 80 mila oggi presenti in Europa. Nessuna decisione è stata ancora presa, ma il messaggio politico è difficilmente equivocabile: Washington sta discutendo concretamente quanta Europa intenda continuare a difendere direttamente e quanta debbano imparare a difenderne gli europei stessi.

È dentro questo passaggio che gli episodi baltici diventano qualcosa di più di una sequenza di scramble militari. L’Italia non sta assistendo da lontano alla difesa del fianco orientale: la sta materialmente esercitando. E proprio mentre i nostri caccia intervengono sopra la Lituania, il ministro della Difesa Guido Crosetto parla esplicitamente di una «difesa europea continentale» che superi persino il semplice perimetro dei Ventisette, indicando difesa aerea e antimissile, infrastrutture critiche, cyber e sorveglianza delle frontiere come elementi di uno «scudo europeo» integrato con la Nato. In Lettonia lo stesso Crosetto ha precisato ulteriormente il concetto: non un’altra costruzione burocratica europea, ma un patto di difesa capace di rafforzare la deterrenza e il pilastro europeo dell’Alleanza.

Quando la sicurezza smette di essere soltanto ordine pubblico

È questo il primo cambiamento politico da registrare. In Italia la parola sicurezza è stata per almeno trent’anni quasi interamente sequestrata dal lessico dell’ordine pubblico: immigrazione, microcriminalità, periferie, stazioni, polizia, presenza dell’esercito nelle città. Questioni reali, naturalmente, ma progressivamente separate dalla nozione più ampia di sicurezza nazionale. Difesa militare, energia, catene logistiche, protezione dei porti, infrastrutture digitali, industria strategica e politica estera vivevano altrove, affidate a specialisti, ministeri e vertici internazionali che raramente entravano nel confronto politico quotidiano.

Questa divisione oggi è molto più difficile da mantenere. Crosetto, quasi contemporaneamente agli incidenti in Lituania, ha collegato alla sicurezza nazionale perfino il controllo delle rotte commerciali nel Bab el-Mandeb, ricordando che il blocco di un corridoio marittimo può tradursi in ritardi, aumenti dei prezzi, difficoltà industriali e tensione sociale in Italia. Ha richiamato inoltre la protezione dei cavi sottomarini e delle infrastrutture energetiche. La sicurezza, in questa impostazione, non comincia più davanti a una pattuglia dei Carabinieri e non finisce alla frontiera di Trieste. Comincia dove possono essere colpiti gli interessi materiali che permettono alla nazione di funzionare.

È una trasformazione concettuale che la politica italiana sta inseguendo con affanno. Lo dimostra anche l’opinione pubblica. Nel luglio scorso un sondaggio YouTrend per Sky mostrava che il 71% degli intervistati si sentiva poco o per nulla sicuro rispetto al rischio di subire reati, mentre Ipsos rilevava nello stesso periodo crimine e violenza come prima preoccupazione indicata dagli italiani, al 38%. Ma quando il discorso si sposta sul piano internazionale emerge un quadro apparentemente contraddittorio: la Russia rimane il Paese maggiormente indicato come minaccia alla sicurezza mondiale, mentre una quota molto ampia dell’opinione pubblica continua a privilegiare la cessazione del conflitto ucraino e rimane restia all’aumento delle spese militari. Non è necessariamente una contraddizione. Significa che la domanda di protezione cresce più rapidamente della disponibilità ad accettarne strumenti, costi e conseguenze. Ed è precisamente questo spazio che i partiti stanno tentando di occupare.

Crosetto prova a dare una forma alla difesa europea

Nel centrodestra la questione produce ormai due interpretazioni differenti. Da una parte c’è la linea che fa capo soprattutto a Meloni, Crosetto e Tajani: riconoscimento dell’aumento della pressione russa, rafforzamento della deterrenza, sostegno all’Ucraina e maggiore responsabilità europea, accompagnati però dal tentativo di evitare il coinvolgimento diretto nella guerra. Dopo la nuova violazione dei cieli lituani, Giorgia Meloni ha definito gli episodi delle ultime settimane «provocazioni» russe ma ha contemporaneamente invitato l’Europa a non rispondere nel modo che Mosca potrebbe desiderare, sostenendo che un’escalation diretta gioverebbe soprattutto al Cremlino.

Questa linea è più articolata del semplice «riarmo». Crosetto sta cercando di costruire un concetto di difesa europea che non coincida né con il vecchio sogno astratto dell’esercito dell’Unione né con la semplice moltiplicazione della spesa nazionale. Parla di un’Europa continentale, quindi potenzialmente capace di coinvolgere anche Paesi esterni all’Unione, e insiste su capacità operative specifiche: difesa aerea, missili, cyber, infrastrutture, industria. In altri termini, l’interrogativo comincia a spostarsi da quanto spendere a ciò che l’Europa deve materialmente essere capace di fare senza attendere automaticamente l’intervento americano. Il possibile ridimensionamento statunitense accelera inevitabilmente questo processo. La revisione del Pentagono è in corso e dovrebbe concludersi entro la fine dell’anno; Reuters ha confermato che uno degli scenari prevede una riduzione nell’ordine delle 25 mila unità. Allo stesso tempo Washington continua a investire su alcuni nodi orientali dell’Alleanza e Trump ha annunciato progressi sulla possibilità di una presenza americana permanente in Polonia. Dunque non siamo davanti a un semplice abbandono dell’Europa, ma potenzialmente a qualcosa di più complesso: meno garanzia indiscriminata, maggiore selezione degli impegni e crescente pressione sugli europei affinché sostengano direttamente una quota superiore della propria difesa.

Il problema per l’Italia è evidente. Per decenni abbiamo potuto discutere dell’autonomia strategica come di un esercizio filosofico, perché dietro qualunque ambizione europea rimanevano capacità americane difficilmente sostituibili: intelligence, logistica, difesa antimissile, comando, trasporto strategico, munizionamento, deterrenza nucleare. La guerra in Ucraina ha mostrato quanto questa dipendenza sia concreta. Reuters ricordava proprio in questi giorni che le forze Nato continuano, per esempio, a dipendere fortemente da sistemi americani come il Patriot, mentre i programmi europei tentano di recuperare terreno. L’Europa può dunque continuare a proclamarsi potenza civile oppure chiedersi che cosa succederebbe se la garanzia statunitense diventasse più selettiva. La seconda domanda non implica necessariamente rompere con Washington. Implica smettere di considerare Washington un sostituto permanente della politica europea.

Nel centrodestra la parola sicurezza significa già cose diverse

È precisamente qui che la maggioranza comincia a dividersi. Matteo Salvini ha riconosciuto l’aggressione russa all’Ucraina, ma ha contemporaneamente denunciato quella che definisce una crescente «ansia anti-russa», sostenendo di non temere che Mosca possa arrivare «a Torre Maura o Tor Bella Monaca» e accusando alcune cancellerie europee di cercare pretesti per proseguire la guerra o vendere armi. Crosetto, il giorno successivo, ha risposto con una lettura opposta: «la Russia da mesi sta provocando e testando», ha sostenuto, richiamando attacchi ibridi e fisici avvenuti in Europa. Il contrasto non riguarda semplicemente Putin. Riguarda la geografia stessa della sicurezza italiana.

Per la Lega continua ad avere un peso dominante la dimensione interna: controllo dell’immigrazione, criminalità, presenza militare nelle città, ordine pubblico, costo economico degli impegni internazionali. È la prosecuzione di una grammatica politica consolidata e facilmente leggibile dall’elettorato. La linea Crosetto allarga invece la sicurezza alla Lituania, al Mar Nero, alle reti informatiche, alle infrastrutture sottomarine, ai missili e alle rotte commerciali. Una nave bloccata nel Mar Rosso, un cavo tranciato nel Mediterraneo o un drone sopra un aeroporto baltico diventano parti dello stesso problema.

Non significa che le due dimensioni debbano escludersi. Significa che la politica deve decidere se considerarle segmenti della medesima sovranità oppure emergenze concorrenti. Ed è esattamente su questa distinzione che negli ultimi mesi si è consumato anche il dibattito sul 5% Nato, sui prestiti SAFE e sull’invio di armi all’Ucraina: ogni volta che il costo della sicurezza esterna viene opposto automaticamente alla sicurezza interna, alla sanità o al welfare, si torna a una concezione nella quale difendere gli interessi oltrefrontiera appare come una distrazione dalle funzioni dello Stato anziché una loro possibile prosecuzione.

La frattura del Pd passa ormai dalla politica estera

Ma sarebbe un errore leggere questo spostamento soltanto attraverso le divisioni della maggioranza. È probabilmente nel centrosinistra che la sicurezza sta producendo la faglia politicamente più profonda. Il Movimento 5 Stelle ha ormai formalizzato una linea netta: Conte ha dichiarato che il partito non voterà ulteriori sostegni militari all’Ucraina, pur continuando ad approvare aiuti economici e sanzioni, e ha successivamente indicato la questione come uno dei nodi da sciogliere prima della costruzione di una futura coalizione di governo. La sua formula è «sì alla difesa comune europea» ma no al riarmo dei singoli Stati e a ulteriori invii militari a Kyiv.

Il Pd si trova in una posizione diversa. Elly Schlein ha ribadito a luglio che l’Ucraina deve essere aiutata a difendersi «con tutti i mezzi a disposizione», compresi quelli militari. Quando Conte è tornato a settembre a porre lo stop alle armi come discriminante programmatica, Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle, Filippo Sensi e Piero Fassino hanno reagito pubblicamente riaffermando la necessità di mantenere il sostegno a Kyiv. Ma il problema non si esaurisce nella tradizionale contrapposizione tra riformisti e sinistra del partito. Schlein deve contemporaneamente impedire che il Pd venga rappresentato da Conte come il partito della prosecuzione indefinita della guerra e impedire che l’alleanza con il M5S trasformi la politica estera democratica in una semplice appendice della linea pentastellata. Il Corriere ha ricostruito proprio questa preoccupazione: sia Schlein sia Guerini considerano politicamente insidiosa la rappresentazione del confronto come una semplice contrapposizione tra «pacifisti» e «guerrafondai».

È una difficoltà reale perché il dissenso non riguarda più una misura contingente. Riguarda la risposta alla domanda che sta tornando al centro della politica europea: che cosa deve fare uno Stato quando percepisce una minaccia ma non vuole la guerra? La risposta del gruppo dirigente dem più legato alla tradizione atlantica è deterrenza, sostegno militare all’aggredito e costruzione di una maggiore capacità europea. Quella del M5S insiste invece su negoziato, interruzione degli invii e difesa europea comune senza corsa agli armamenti nazionali. Sono posizioni differenti ma entrambe tentano di appropriarsi della parola sicurezza. Ed è proprio questa la novità.

Conte non abbandona la sicurezza: prova a ridefinirla

Ridurre il Movimento 5 Stelle a un partito semplicemente «pacifista» impedisce infatti di capire la trasformazione in corso. Conte ha esplicitamente affermato a giugno che la sicurezza dovrà essere un pilastro del programma del centrosinistra, chiedendo investimenti per le forze di polizia e contestando l’idea che il tema possa essere monopolizzato dalla destra. Ad agosto ha ribadito il concetto parlando della necessità di non «lasciare la sicurezza alla destra», proprio mentre confermava il rifiuto di nuovi invii militari all’Ucraina. Il tentativo politico è piuttosto evidente: separare la domanda di protezione dell’elettorato dalla risposta militare proposta dal governo. Più polizia e sicurezza interna, sì a una difesa comune europea, ma meno armi a Kyiv e nessuna trasformazione dell’economia europea in economia di guerra. Si può discutere sulla coerenza strategica di questa impostazione, ma la direzione politica è chiara: il M5S non vuole più regalare alla destra la parola sicurezza e cerca di inserirla dentro una diversa gerarchia delle minacce.

C’è poi un paradosso significativo. Il 15 settembre, proprio mentre le divergenze sull’Ucraina diventavano più visibili, Pd, M5S e Avs hanno presentato insieme alla Camera una mozione che chiede di superare il voto all’unanimità europeo anche in materia di politica estera, difesa e sicurezza comune, sostenendo al contempo l’autonomia strategica dell’Europa. Dunque il campo largo riesce a concordare sul fatto che l’Europa debba diventare un soggetto politico più capace di decidere; molto meno su che cosa dovrebbe decidere quando dispone finalmente della capacità di farlo. È una contraddizione destinata a riemergere ogni volta che politica estera e sicurezza smetteranno di essere dichiarazioni d’intenti e richiederanno una scelta concreta.

La guerra ibrida porta il fronte dentro lo Stato

A rendere ancora più complicato questo riallineamento c’è poi la progressiva dissoluzione della distinzione tra guerra e pace. Il governo italiano parla ormai apertamente di interferenze, cyberattacchi, operazioni di influenza, spionaggio e ritorsioni economiche attribuite a interessi collegati alla Russia. Tajani ha definito «consistente» il pericolo di tentativi di influenza sul voto italiano, mentre Salvini ha invitato a non trasformare questa attenzione in «ossessione per i russi». Il Corriere della Sera ha inoltre riferito di report circolati tra Nato e governo italiano nei quali viene studiato persino lo scenario, definito possibile ma non previsto come certo, di un attacco russo limitato contro un obiettivo dell’Alleanza nei primi mesi del 2027, con la Romania tra i teatri analizzati. Secondo la ricostruzione, l’ipotesi sarebbe quella di un’azione abbastanza circoscritta da mettere alla prova la volontà politica degli alleati e quindi la credibilità dell’articolo 5. Si tratta di uno scenario attribuito a report e fonti diplomatiche, non dell’annuncio di un attacco imminente; proprio per questo il suo interesse non risiede nella data, ma nel fatto che una simile eventualità venga ormai inserita nella pianificazione.

Qui il problema politico diventa molto più difficile da aggirare. Perché se la minaccia assume la forma di un carro armato che attraversa una frontiera è relativamente semplice stabilire dove inizi la difesa. Se assume invece la forma di sabotaggi, reti informatiche violate, infrastrutture energetiche, droni fuori rotta, operazioni economiche, campagne di influenza o pressioni sui confini, il fronte non è più una linea geografica facilmente identificabile. E questo riporta inevitabilmente il discorso dentro la politica nazionale. Difendere una centrale elettrica da un attacco cyber è difesa? Proteggere un cavo sottomarino è difesa? Garantire una nave commerciale nel Mar Rosso è difesa? Intercettare un drone sopra la Lituania è difendere l’Italia? Crosetto risponde sostanzialmente di sì: perché una concezione moderna della sicurezza parte dagli interessi e dalle dipendenze concrete, non dalla distanza chilometrica da Roma.

Il disimpegno americano può diventare il momento della verità

Alla fine il vero elemento capace di accelerare tutte queste contraddizioni non è neppure Mosca. È Washington. Finché l’Europa poteva delegare agli Stati Uniti la parte più costosa e politicamente difficile della propria sicurezza, ogni partito italiano poteva permettersi una certa dose di incoerenza. Si poteva chiedere maggiore sovranità europea senza costruirne gli strumenti; contestare la Nato continuando a beneficiare del suo ombrello; denunciare la spesa militare sapendo che qualcun altro possedeva le capacità mancanti; invocare autonomia strategica e contemporaneamente acquistare tecnologie, intelligence e protezione all’estero. Una riduzione significativa della presenza americana trasformerebbe queste contraddizioni in decisioni di bilancio, industria e politica estera. Meno America non significa automaticamente più Europa. Può significare anche semplicemente un’Europa più debole, se gli europei non sostituiscono almeno parte delle capacità che Washington decide di ridurre. Allo stesso modo, più spesa non significa automaticamente maggiore sovranità, se quella spesa consolida nuove dipendenze tecnologiche, industriali e operative.

È su questo terreno che il discorso sulla difesa europea acquista finalmente una dimensione politica seria. Non basta decidere se raggiungere il 3,5 o il 5%, se comprare cento mezzi anziché ottanta o se chiamare un programma ReArm Europe, SAFE o in qualunque altro modo. Bisogna stabilire quale spazio geografico l’Italia considera essenziale, quali industrie intende controllare, quali tecnologie non può permettersi di delegare, quali rotte commerciali deve poter proteggere, quali alleati è disposta a difendere e quali capacità vuole mantenere sotto un comando politicamente europeo. Ed è esattamente questa domanda che i due Eurofighter italiani decollati dalla Lituania portano improvvisamente fuori dai documenti ministeriali.

La nuova frattura non è tra guerrafondai e pacifisti

Per questo la politica italiana sembra avviata verso un riallineamento più profondo della semplice divisione sull’Ucraina. Non sta nascendo un fronte dei «guerrafondai» contrapposto a quello dei «pacifisti». Una simile rappresentazione può essere utile nella propaganda reciproca, ma spiega sempre meno.

Dentro il centrodestra convivono una lettura della sicurezza sempre più continentale e strategica, quella espressa soprattutto dalla Difesa, e una lettura più concentrata sulla dimensione interna e più scettica verso l’allarme russo, rappresentata dalla Lega. Nel centrosinistra convivono un’area che considera ancora il sostegno militare all’Ucraina parte della sicurezza europea e un’altra che vuole separare sempre più nettamente la costruzione di una difesa comune dall’invio di armi a Kyiv. Nel frattempo tutti, da Crosetto a Conte, parlano di sicurezza; tutti evocano a modo proprio l’autonomia europea; quasi nessuno può ormai fingere che il problema riguardi soltanto ciò che accade a qualche migliaio di chilometri dai nostri confini. La nuova frattura sembra dunque riguardare non se essere favorevoli alla sicurezza, ma quale idea di sicurezza debba diventare principio organizzatore dello Stato. Difesa dei confini o delle infrastrutture? Polizia o antimissile? Mediterraneo o Baltico? Welfare o industria militare? Nato o autonomia europea? La risposta più comoda consiste nel trasformare ogni coppia in un’alternativa. Quella più difficile consiste nel riconoscere che uno Stato può essere costretto a occuparsi contemporaneamente di tutte.

La grande novità del 2026 è proprio questa. Gli Stati Uniti discutono quanto arretrare, la Russia misura continuamente i margini della deterrenza occidentale, i militari italiani proteggono cieli che per decenni l’opinione pubblica nazionale ha percepito come periferici e i partiti cominciano a capire che la sicurezza non può più essere trattata come un semplice capitolo dell’ordine pubblico o della politica estera. Per molto tempo l’Italia ha potuto permettersi di discutere della forza senza possederne realmente il problema, perché qualcun altro garantiva l’ultima linea della sua sicurezza. Se quella garanzia diventa meno automatica, anche il dibattito politico dovrà necessariamente cambiare. È probabilmente questa, molto più dei singoli droni o dei singoli caccia russi, la notizia destinata a restare.

Vincenzo Monti

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