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San Josè, 24 set – La Silicon Valley è oggi uno dei centri nevralgici dell’economia mondiale. Qui si concentrano le principali aziende mondiale della web economy. Solo per citarne alcune: Apple, Google, Facebook, Microsoft, Amazon, eBay.

Oggi, però, la forza delle corporation dell’high tech non è fatta solo di sofisticati algoritmi. Queste società, senza tralasciare il loro core business, si muovono come vere e proprie banche d’investimento. Facciamo qualche esempio. Apple investe circa 250 miliardi di dollari in titoli di ogni ordine e grado. Secondo una recente analisi de Il Sole 24 Ore: “Apple siede su un tesoro di ben 184 miliardi investiti a lungo termine cui si aggiungono 58 miliardi investiti in bond a breve, cui si sommano altri 18 miliardi di cassa liquida”. L’azienda fondata da Steve Jobs in un decennio ha moltiplicato per dieci la sua mole di investitore finanziario. Il colosso di Tim Cook è però in buona compagnia. Anche Google può contare su una holding finanziaria di tutto rispetto: il 60% del bilancio del grande motore di ricerca (circa 100 miliardi di dollari)  è fatto di investimenti finanziari a breve e lungo termine. Nell’elenco non può mancare Facebook. La società di Zuckerberg investe a breve su titoli di Stato e corporate per 29 miliardi e ha cassa liquida per 6 miliardi con un attivo di 74 miliardi. Quasi metà delle attività a bilancio sono asset finanziari.

Come possiamo notare, oggi,  nessun segmento produttivo sfugge alle logiche della finanziarizzazione dell’economia. L’immediata conseguenza di questa metamorfosi dei big dell’high tech è la crescita del loro peso politico. La forza di questa lobby non è, però, solo frutto di ingenti risorse finanziarie.  Infatti, all’interno della Silicon Valley si muove una classe dirigente accomunata da una medesima visione del mondo. A dircelo è  uno studio dell’Università di Stanford. Tre ricercatori dell’ateneo californiano hanno intervistato seicento leader del settore tecnologico, fondatori o dirigenti di società private che tutte insieme hanno raccolto 19,6 miliardi di dollari in venture capital. I risultati dimostrano una straordinaria comunanza di idee. Si prendano per esempio i “social issues”, che in Europa definiremmo “temi etici”: su matrimonio gay, aborto, controllo delle armi e pena di morte, gli imprenditori high-tech sono decisamente più “libertari” dell’elettore democratico medio.

I liberal, per definizione, sono allergici alle regole soprattutto quelle che regolano il mercato del lavoro. L’82% degli imprenditori ritiene negli States sia troppo difficile licenziare un lavoratore e che il governo statunitense dovrebbe facilitare tale processo. Gli intervistati sognano un’economia on demand: “si lavora quando ce n’è bisogno”, magari con l’azienda che avvisa in tempo reale il lavoratore attraverso un’app. Il termine “gig”, che in inglese significa lavoretto, rimanda infatti ad una prestazione occasionale. Gli esempi sono tanti: da Uber a Foodora. Per i manager della Silicon Valley questa flessibilità è una grande opportunità per i lavoratori: tutti saranno liberi di gestirsi i loro interessi. La realtà, però, è molto diversa.

Da un punto di vista sociologico, i lavoratori della gig economy appartengono, almeno negli Usa, a minoranze di vario tipo: secondo il New York Times, il settore impiega principalmente ispanici e afroamericani. Ciò dimostra i cosiddetti lavoretti sono l’unica prospettiva lavorativa per determinate fasce sociali, specie quelle meno abbienti. Si pensi solo al fatto che a partire dal 2009 Uber, forte dell’assenza di un regolatore che disciplini attraverso una contrattazione collettiva la posizione economica dei lavoratori, ha messo su strada almeno settecentomila collaboratori precari, il cui stipendio è lontanissimo dal “tetto minimo” previsto per chi opera nel settore con medesime mansioni. La precarietà, dunque, non ci renderà liberi ma solo più deboli e poveri. Dietro la tanto osannata società liquida c’è solo una maleodorante palude.

 Salvatore Recupero

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