Roma, 6 ago – Che la sinistra sia ormai un contenitore vuoto di ogni identità, una sorta di vuoto a perdere, non è un mistero per nessuno. Basta osservare le battaglie ideologiche che ha abbracciato e delle quali ha poi dovuto accompagnare le esequie: dalla cancel culture al woke, dalla cancellazione dei confini all’accoglienza indiscriminata, fino ai noti fatti di Ceuta, che hanno imposto un’inversione radicale rispetto a ogni tesi calata dall’alto e spacciata fino al giorno prima come dogma indissolubile. Alla fine, dunque, la sinistra ripiega su un evergreen intramontabile: il fascismo. E stavolta la liberazione riparte da Parma.
Bonaccini e il fascismo come ispirazione
Ultimo cantore di questa novità è Stefano Bonaccini, líder máximo della roccaforte emiliano-romagnola. E chi meglio di lui poteva comprendere in anticipo – chissà quando lo sentiremo ribattezzarsi “avanguardista” – che bisognava cambiare target e modo di comunicare? La sua svolta arriva tra il 2019 e il 2020, quando si presenta in pubblico con un completo restyling: visibilmente dimagrito, barba curata, via gli occhialini da intellettuale in stile Romano Prodi, sostituiti da una montatura più leggera con lenti a goccia. Camicie spesso indossate senza giacca, ma nessuna manica arrotolata: Bonaccini non è un Renzi o, peggio ancora, un Bersani qualunque.
Netta anche la predominanza del verde. Erano gli anni in cui la Lega di Matteo Salvini raggiungeva il massimo del consenso e il verde, dai tempi del Senatùr, era il suo colore. Ma verde è anche il colore dell’Emilia-Romagna, feudo del nuovo Bonaccini: quasi «un comunista così, a due mani», per dirla con Mario Brega in Borotalco. Qui, però, non siamo al cinema. È tutto vero. E allora non basta puntare sulla comunicazione non verbale. Non basta più neppure la storia riveduta e corretta del Camera-Fabietti, nuovo catechismo della scuola berlingueriana.
Ecco quindi che la sinistra scopre la rievocazione degli avvenimenti storici. Ma non lo fa più attraverso quella brutta copia della Festa dell’Unità che ormai nemmeno in Emilia-Romagna riesce a organizzare per carenza di clienti e che oggi viene spacciata come “pastasciutta antifascista”, salvo poi servire sempre e soltanto pasta al sugo. Ha cominciato a farlo con i propri morti, sui quali pesa la colpa di non essere mai riuscita a costruire un vero culto, come rimproverava alla sinistra Marco Palladini, ex membro di Avanguardia operaia.
Così Bonaccini rievoca le barricate di Parma. E lo fa con un tono solenne, mitico, quasi epico, liberamente ispirato alla narrativa fascista. Non più martiri, ma eroi. Non più resistenti, ma combattenti. Non più peace and love, ma guerrilleros. Non più Matteotti, ma No Tav della Val di Susa. Sarà per questo che sempre più compagni disertano le pastasciutte antifasciste? Chissà. Che poi Bonaccini rappresenti gli avvenimenti del 1922, quando il fascismo da fenomeno sansepolcrista si stava trasformando in partito, come una sorta di epica vittoria militare è il risultato di una singolare miscela tra miopia da tifo e inesperienza del dilettante.
Perché occorre essere Stefano Bonaccini per prendersi gioco di Italo Balbo con una frase in vernacolo, cent’anni dopo. Di quel Balbo che contribuì alla costruzione dell’Aeronautica italiana e dell’immaginario moderno del volo, guidò le crociere aeree transatlantiche e ricevette a New York onori tali che gli venne intitolata una strada. Ancora oggi, inoltre, nel lessico aeronautico anglosassone il termine “Balbo” indica una grande formazione di velivoli.
La verità sulle barricate di Parma
Al netto della favoletta social da propinare ai compagni melaninofili annoiati a Capalbio, la storia racconta una vicenda assai diversa.
Balbo venne inviato in Emilia per spezzare lo sciopero e coordinare le squadre fasciste. Lo sciopero generale proclamato dall’Alleanza del Lavoro si rivelò un fallimento, una vera sconfitta politica definita dagli stessi socialisti come una loro Caporetto.
La particolarità della situazione parmense emerse il 2 agosto, quando Guido Picelli e gli Arditi del Popolo decisero di trincerare il popoloso quartiere dell’Oltretorrente dietro vistose barricate. Una scelta maturata anche a causa dell’iniziale passività delle autorità locali e interpretata dai vertici fascisti come un’aperta provocazione e un pericoloso precedente.
La città, caratterizzata da una forte tradizione di sinistra e da una borghesia poco incline al fascismo locale, vide in breve tempo l’arrivo di migliaia di squadristi provenienti dalle province vicine e pronti a dare battaglia.
Per evitare che la situazione degenerasse in uno scontro sanguinoso con l’Esercito o finisse per alienare il consenso della classe media, Benito Mussolini inviò sul posto Italo Balbo. La ricostruzione storica ridimensiona fortemente il primo grande mito legato a quelle giornate: Balbo non giunse a Parma per raderla al suolo, bensì per supervisionare l’operato degli squadristi e imporre una soluzione politica al conflitto. Nei giorni successivi, tra ultimatum alla Prefettura, cecchinaggi dai campanili ed episodi isolati di violenza, si susseguirono febbrili trattative per ristabilire l’ordine senza arrivare a uno scontro frontale a ridosso delle fortificazioni.
La crisi si avviò alla conclusione il 5 agosto, quando da Roma giunse la notizia della destituzione del prefetto Fusco e del passaggio di tutti i poteri al generale Lodomez, attraverso la proclamazione dello stato d’assedio. Ottenuto il cambio al vertice istituzionale e il formale intervento dell’Esercito per lo smantellamento delle barricate, Balbo ordinò la ritirata delle squadre nella mattinata del 6 agosto, evitando incidenti con i militari.
Anche il secondo mito, quello relativo all’entità dello scontro sul campo, deve essere ridimensionato. Non vi fu infatti alcun bagno di sangue tra le due fazioni sulle barricate, perché i due schieramenti non entrarono mai davvero in contatto diretto. Il bilancio finale fu di cinque morti tra gli antifascisti, colpiti durante gli scontri avvenuti in città, e due tra i fascisti, deceduti però fuori dal perimetro urbano, nel corso di agguati e spedizioni esterne.
La domanda sorge spontanea
Una volta ridimensionato il mito sotto il peso della ricostruzione storica, Bonaccini e i suoi accoliti dovrebbero interrogarsi sul ruolo svolto dall’Esercito e sulla sua effettiva capacità di ristabilire l’ordine. Persino il governatore rosso converrà sul fatto che non possa fregiarsi pienamente del titolo di “ribelle” chi attende dietro le barricate che siano le autorità dello Stato a risolvere la situazione. La spedizione di Balbo in Emilia, lungi dall’essere una semplice aggressione, fu quindi un’azione finalizzata a ristabilire l’ordine, spezzare una situazione insurrezionale e riportare la città sotto l’autorità dello Stato e della Nazione. Nell’attesa che Bonaccini formuli una risposta, potrebbe almeno cominciare dalle date. La Crociera aerea del Decennale avvenne nel 1933, mentre Balbo si recò a Parma nel 1922. Anche il trito appello acchiappavoti ai valori della pace, della democrazia, della Costituzione antifascista e dell’unità nazionale suona stonato quanto la sua collocazione cronologica.
Nel 1922 l’Italia non era in guerra: la Grande guerra era terminata e la seconda guerra mondiale non era ancora cominciata. Quanto alla democrazia, si tratta di un concetto che la sinistra applica con una certa elasticità. Denuncia le dittature, ma nessuno tra i democratici ha gridato al mostro durante la stagione dei governi Conte e Draghi, sostenuti e accompagnati dagli stessi compagni e alleati di Bonaccini. La Costituzione, inoltre, sarebbe stata promulgata soltanto nel 1948 e la sua definizione come documento integralmente “antifascista” resta una lettura politica, non una formula contenuta nel testo. Gli emiliani, oggi, forse riuscirebbero a unirsi per cacciare i maranza. Ma di barricate, almeno per il momento, non se ne vede neppure l’ombra.
La nuova “Quattro giornate”
Le barricate di Parma vengono così trasformate nella nuova Quattro giornate del mito antifascista: un episodio ingigantito, levigato e consegnato alla leggenda secondo le necessità politiche del presente. Bonaccini, prima di copiare una narrazione e perfezionare un metodo che la storia difficilmente potrà confermare, potrà sempre sostenere di avere gli occhi foderati di prosciutto.
Tony Fabrizio