Roma, 2 set – Il provvedimento del gip di Torino che ha rimesso in libertà, con obbligo di firma, il cittadino bengalese di 42 anni accusato di violenza sessuale su una tredicenne è difficile da comprendere e ancora più difficile da accettare. Il giudice ha riconosciuto la presenza di «gravi indizi di colpevolezza» e persino un «concreto e attuale pericolo di commissione di reati» analoghi, ma ha ritenuto sufficiente una misura cautelare non detentiva valorizzando l’incensuratezza, l’atteggiamento collaborativo e la «resipiscenza» dell’indagato. Il pubblico ministero aveva chiesto il carcere; Carlo Nordio ha disposto un’ispezione. Tutto questo è vero e tutto questo merita di essere discusso.
Quello che non può più essere accettato è il passaggio successivo. Giorgia Meloni prende il caso, pubblica uno sfogo sui social e presenta ancora una volta il governo come l’ultimo anello impotente di una catena che avrebbe fatto tutto bene fino all’intervento del giudice: «Le leggi le abbiamo scritte, e sono più severe che mai», le forze dell’ordine hanno fatto il loro dovere, la Procura ha chiesto il carcere, «tutta la catena ha funzionato». Poi arriva il magistrato cattivo e «noi non possiamo fare niente». No, dopo quasi quattro anni a Palazzo Chigi, questa posizione non è più sostenibile. Il presidente del Consiglio non è un commentatore politico costretto a osservare impotente le storture dello Stato. È la persona che governa lo Stato. Può legittimamente criticare una decisione giudiziaria, può inviare ispettori e può sostenere che esista un problema nella cultura di una parte della magistratura. Ma non può usare ogni nuovo fatto di cronaca per ricostruire artificialmente la posizione che occupava prima del 2022: quella dell’opposizione che denuncia, protesta e domanda agli altri di intervenire.
Soprattutto perché il giudice di Torino può avere adottato una decisione discutibile, ma non è stato il giudice di Torino a scrivere la politica migratoria italiana. Non ha approvato i decreti flussi. Non ha deciso quanti lavoratori extracomunitari debbano entrare ogni anno. Non ha stabilito che la crisi demografica debba essere tamponata attraverso l’importazione di manodopera. Non ha trasformato l’immigrazione regolare in una componente strutturale del nostro modello economico. Non ha deciso che la Remigrazione debba restare fuori dall’agenda della maggioranza. Queste sono decisioni politiche e portano il timbro del governo Meloni.
La magistratura non può diventare l’alibi permanente del centrodestra
Il problema della magistratura esiste e sarebbe infantile negarlo solo per il solo gusto di contraddire: da queste colonne non è certo mancato il supporto alla Riforma della magistratura, anzi lo rivendichiamo. Esistono orientamenti discutibili, interpretazioni partigiane, decisioni incomprensibili e un conflitto politico-istituzionale che accompagna la Repubblica da decenni. Ma proprio perché il problema esiste, trasformarlo nell’alibi universale significa evitare di distinguere ciò che dipende dai giudici da ciò che dipende dal governo. Questa distinzione è essenziale, altrimenti dobbiamo smettere di pensare che agire politicamente possa cambiare qualcosa. Se il quadro legislativo consente esiti che il governo considera incompatibili con la tutela della sicurezza, allora il governo deve indicare con precisione quali norme intende cambiare e come intende farlo nel rispetto dei principi costituzionali. Se invece, come sostiene Meloni, «le leggi sono più severe che mai» e il problema risiede esclusivamente nella loro applicazione, allora bisogna spiegare perché l’ennesimo inasprimento penale dovrebbe improvvisamente risolvere ciò che gli inasprimenti precedenti non hanno risolto. Non si può sostenere contemporaneamente che la legislazione sia ormai adeguata e che ogni nuovo fatto dimostri la necessità di un’altra stretta.
Eppure è esattamente il meccanismo nel quale il centrodestra sembra essere rimasto imprigionato. Nel 2025 è arrivato il decreto sicurezza poi convertito nella legge n. 80, un articolato di 39 norme che interviene su terrorismo, criminalità organizzata, sicurezza urbana, occupazioni, manifestazioni, personale delle forze dell’ordine e sistema penitenziario. Nel febbraio 2026 è arrivato un altro decreto-legge sulla sicurezza pubblica, sulle armi, sulla violenza giovanile, sulle manifestazioni, sulle forze di polizia e persino sull’immigrazione, convertito in aprile nella legge n. 54. A ogni emergenza corrisponde una norma. A ogni episodio una nuova aggravante, una nuova fattispecie, una nuova possibilità di fermo, un nuovo potere amministrativo. Dopo la violenza di Torino, Matteo Salvini ha immediatamente rilanciato la castrazione chimica, sostenendo che la proposta della Lega «non può aspettare». È esattamente questo il punto. Per la castrazione chimica non si può aspettare. Per il prossimo decreto sicurezza non si può aspettare. Per il prossimo emendamento penale non si può aspettare. Per discutere la politica migratoria complessiva del Paese, invece, si può aspettare tranquillamente. Si può aspettare la prossima legislatura. Si può aspettare che Vannacci diventi primo partito. Si può aspettare che Forza Italia finisca di spiegare quanto sia necessaria nuova manodopera. Si può aspettare che Piantedosi raggiunga il suo obiettivo di diecimila rimpatri. Si può aspettare sempre. Poi una tredicenne entra in un minimarket e improvvisamente tutti riscoprono l’urgenza di commentare.
I decreti sicurezza non sostituiscono una politica della sicurezza
E proprio qui sta la contraffazione principale del discorso di centrodestra: la sicurezza non coincide con la quantità di diritto penale prodotta dalla Gazzetta Ufficiale. Una società non diventa automaticamente più sicura perché il Parlamento introduce nuovi reati o aumenta le pene. Lo diventa quando lo Stato riduce le condizioni che moltiplicano il rischio, controlla realmente il territorio, seleziona gli ingressi, esegue le espulsioni, impedisce che interi segmenti della popolazione vivano stabilmente nell’irregolarità e soprattutto decide quale struttura demografica, economica e sociale vuole costruire nei prossimi cinquant’anni. Questo significa anche riconoscere una cosa elementare: non ogni immigrato delinque e non ogni violenza commessa da uno straniero può essere ricondotta all’immigrazione. Sarebbe un ragionamento tanto falso quanto inutile. La questione politica è un’altra: quanti ingressi vuole sostenere l’Italia, secondo quali criteri, con quale capacità di integrazione, con quale possibilità di allontanare chi non ha titolo per restare o viola gravemente le nostre leggi, e soprattutto per quale interesse nazionale? È qui che il centrodestra non può scaricare nulla sulla magistratura, perché la responsabilità è interamente sua.
Il governo Meloni ha programmato attraverso il decreto flussi 497.550 ingressi di cittadini di Paesi terzi per motivi di lavoro tra il 2026 e il 2028: 164.850 quest’anno, 165.850 nel 2027 e 166.850 nel 2028. Di questi, 267 mila sono destinati al lavoro stagionale e 230.550 al lavoro subordinato non stagionale e autonomo. Lo stesso ministero del Lavoro ha presentato il provvedimento come risposta alla necessità di garantire «manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale e altrimenti non reperibile», specificando inoltre l’intenzione di potenziare la formazione dei lavoratori direttamente nei Paesi d’origine. Nello stesso momento Piantedosi considera un traguardo storico arrivare nel 2026 a diecimila rimpatri tra forzosi e volontari assistiti. I due numeri raccontano benissimo la direzione scelta. Da una parte qualche migliaio di uscite viene presentato come svolta; dall’altra centinaia di migliaia di nuovi ingressi vengono programmati come necessità strutturale. Il messaggio è che l’immigrazione irregolare deve essere contenuta, mentre quella economica di massa deve diventare una componente permanente del funzionamento dell’Italia. E questa è una colpa difficilmente perdonabile.
Il decreto flussi è una scelta di modello, non una pratica amministrativa
E non basta rispondere che questi sono «immigrati regolari», perché la regolarità giuridica di un ingresso non esaurisce il giudizio politico sulla sua opportunità. Se domani lo Stato decidesse di autorizzare un milione di ingressi, sarebbero tutti perfettamente regolari. Resterebbe intatta la domanda: è nell’interesse dell’Italia? I dati della stessa Banca d’Italia rendono ancora più difficile liquidare il problema con la formula della «manodopera che ci serve». Il suo studio sui flussi migratori pubblicato nel 2025 mostra che in Italia i lavoratori immigrati sono concentrati in modo sproporzionato nei segmenti meno remunerativi: l’81% è impiegato come operaio, contro il 49% dei nativi; soltanto il 3% lavora nei servizi ad alta intensità di conoscenza; il contratto a tempo indeterminato riguarda il 64% contro l’83% dei nativi. Le imprese che li impiegano tendono inoltre a offrire salari più bassi e il divario grezzo di reddito annuale rispetto ai lavoratori nativi raggiungeva il 33%, differenza spiegata in larga parte proprio dalla diversa qualità delle occupazioni e delle imprese nelle quali vengono inseriti.
Questo significa qualcosa di più preciso e politicamente devastante per la retorica del decreto flussi: l’Italia non sta importando soprattutto quella sofisticata élite tecnologica senza la quale il sistema produttivo collasserebbe. Sta usando l’immigrazione in larga misura per alimentare i settori meno qualificati di un’economia già caratterizzata da bassi salari, scarsa produttività e insufficiente investimento tecnologico. La domanda allora non è perché «mancano le braccia». La domanda è perché ogni volta che mancano le braccia la risposta debba essere cercarle all’estero anziché aumentare salari, investire nell’automazione, riattivare gli inattivi, sostenere le famiglie, formare i giovani e riportare in Italia quelli costretti a emigrare. Questa è politica della sicurezza tanto quanto una pattuglia davanti a una stazione. Perché la sicurezza comincia dalla forma della società che si costruisce, non dalla pena che si inventa quando quella società presenta il conto.
La cittadinanza non è il secondo tempo del decreto flussi
E qui entra in gioco l’altra contraddizione del centrodestra. Forza Italia continua a coltivare la propria proposta di ius Italiae, fondata sull’idea di collegare l’acquisizione della cittadinanza a un percorso scolastico svolto in Italia. Antonio Tajani l’ha presentata come una cittadinanza ottenuta perché ci si è «formati come un italiano», sostenendo che dieci anni di scuola possano costituire il criterio decisivo. È una visione perfettamente coerente con quella dei decreti flussi: prima si considera la popolazione come una variabile economica da integrare attraverso il mercato del lavoro; poi si considera la cittadinanza come il riconoscimento amministrativo dell’integrazione compiuta. Ma la cittadinanza non può diventare il premio fedeltà dell’immigrazione economica. Non è un certificato scolastico superiore, né il coronamento burocratico di un certo numero di anni trascorsi sul territorio. È l’appartenenza politica a una comunità storica. Si può certamente disciplinarne l’acquisizione, ma proprio per questo il problema non può essere affrontato come se l’Italia fosse un’impresa che prima assume manodopera e poi assegna quote societarie a chi supera il periodo di prova.
Tanto più che, quando la cittadinanza è stata acquisita, gli slogan del giorno dopo mostrano immediatamente il loro limite. Lo stesso Tajani lo ha ricordato a maggio, di fronte alla proposta di «togliere il permesso di soggiorno» dopo un grave fatto di cronaca a Modena: l’uomo indicato non aveva alcun permesso da revocare, perché era cittadino italiano. La questione della cittadinanza è quindi inseparabile dalla questione migratoria. E proprio per questo serve una visione organica, non una successione schizofrenica di flussi, naturalizzazioni, decreti sicurezza e indignazioni postume.
Quella visione è già in Parlamento
Ed è qui che cade l’ultima scusa. Perché per la prima volta non stiamo parlando soltanto di un termine, di uno slogan, di un convegno o di una provocazione culturale. Esiste una proposta di legge di iniziativa popolare sulla Remigrazione. È stata depositata il 30 giugno alla Camera dopo una raccolta che i promotori hanno quantificato in 150mila firme. È diventata l’atto C.2997. Il 14 luglio è stata assegnata alla Commissione Affari costituzionali. Al 2 settembre il suo esame non è ancora iniziato. Si può essere d’accordo con ogni articolo oppure no. Anzi, un Parlamento serve precisamente a questo: esaminare, criticare, correggere, emendare, respingere o approvare. Ma nessuno può più sostenere che «Remigrazione» sia una parola vuota. Il testo prevede l’allontanamento degli stranieri irregolari e strumenti per rendere effettive le espulsioni; l’espulsione dopo la pena dello straniero regolarmente presente condannato definitivamente; un programma di rientro volontario assistito per gli stranieri regolari; una revisione dei ricongiungimenti familiari; un intervento sulle Ong; soprattutto, l’articolo 15 propone di abolire l’attuale programmazione dei flussi, sostituendola con ingressi subordinati a fabbisogni produttivi documentati e residuali, con priorità europea. Prevede poi misure per il rientro degli italo-discendenti e collega la politica migratoria a un Fondo per la natalità.
Si possono contestare alcune soluzioni. Si può proporre una disciplina diversa della cittadinanza, delle espulsioni o della protezione internazionale. Ma bisogna iniziare a discuterne. Perché questa è precisamente la differenza tra politica e propaganda: la propaganda pronuncia la parola che funziona; la politica si sporca le mani sul testo che può diventare legge.
Meloni la dileggia, Vannacci la rinvia
Ed è proprio davanti a questa prova che le due destre stanno mostrando limiti speculari. Giorgia Meloni ha provato a neutralizzare la Remigrazione riducendola ai rimpatri volontari assistiti: «Già li facciamo». Piantedosi ha utilizzato una formula ancora più rivelatrice: «Che vuol dire remigrazione rispetto a quello che già si fa?». Roberto Occhiuto, vicesegretario nazionale di Forza Italia, ha almeno avuto il merito della chiarezza, liquidandola come «una stronzata». Ma anche Vannacci e Futuro Nazionale non escono indenni da questa contraddizione. Per mesi hanno costruito intorno alla Remigrazione una parte essenziale della propria identità. La parola compare ormai ufficialmente nel programma di Futuro Nazionale. Però, quando una proposta concreta è arrivata in Parlamento, la risposta di Rossano Sasso è stata che, «visti i tempi di fine legislatura», il partito preferisce lavorare attraverso emendamenti e che la Remigrazione verrà realizzata con decreto «una volta che Futuro nazionale sarà primo partito».È una risposta politicamente insufficiente, perché la Remigrazione non può essere urgentissima nei comizi e rinviabile in Parlamento. Non può essere la linea rossa con cui si chiede consenso oggi e il decreto da emanare nel futuro ipotetico in cui si sarà diventati primo partito. Se Futuro Nazionale ritiene insufficiente la proposta, presenti gli emendamenti. Se la ritiene sbagliata, dica dove. Se dispone di un testo migliore, lo depositi e chieda l’abbinamento. Ma chieda che il Parlamento cominci a discutere. Altrimenti la differenza con il centrodestra diventa soltanto lessicale: Meloni dice che la Remigrazione «la facciamo già», Vannacci dice che la farà domani. Nel frattempo non la fa nessuno.
Ogni giorno che passa è una scelta politica
Ed eccoci al punto che nessuno a destra può più aggirare. Nessuno può sostenere che l’approvazione della proposta sulla Remigrazione farebbe magicamente scomparire stupri, rapine, omicidi o violenza urbana. Nessuna legge può farlo e chi lo promettesse starebbe vendendo l’ennesima panacea. Diciamo una cosa molto più seria: non è più possibile lamentarsi degli effetti di un modello mentre si continua a governare quel modello come inevitabile. Non potete lamentarvi dell’immigrazione di massa e programmare quasi mezzo milione di ingressi lavorativi extra-Ue. Non potete denunciare quartieri fuori controllo e continuare a pensare che la politica migratoria consista nella distinzione burocratica tra clandestino cattivo e lavoratore importato buono. Non potete presentare ogni sentenza discutibile come la causa dell’impotenza dello Stato quando siete voi a decidere quali leggi portare in Parlamento. Non potete invocare la natalità italiana nei congressi e trattare l’importazione di popolazione come risposta automatica al calo demografico. Non potete parlare della cittadinanza come qualcosa di sacro e contemporaneamente trasformarla nella certificazione finale di un percorso amministrativo di integrazione. E soprattutto non potete continuare a pronunciare la parola Remigrazione senza voler discutere la legge sulla Remigrazione.
Ogni giorno nel quale quella proposta rimane ferma non è più un ritardo tecnico ma una scelta. E ogni nuovo post indignato dopo la prossima violenza avrà un valore politico sempre minore. Giorgia Meloni domanda: «Chi lo spiega a quella famiglia?». È una domanda terribile. Ma proprio perché lo è, non può essere utilizzata come chiusura della discussione. Deve diventare una domanda rivolta a Palazzo Chigi: chi spiega agli italiani perché, dopo anni di decreti sicurezza, mezzo milione di ingressi programmati e indignazione fiume sull’immigrazione, una proposta organica che pretende di cambiare paradigma non meriti neppure di essere discussa? La magistratura ha le proprie responsabilità, ma la politica deve smetterla di nascondersi dalla sua stessa ombra. L’unica arma che serve impugnare è un’arma politica. È già caricata sul tavolo del Parlamento: si chiama Remigrazione. Approvatela o abbiate il coraggio di bocciarla. Ma da questo momento, se scegliete di lasciarla nel ripostiglio, smettete di raccontarci che non potete fare niente.
Sergio Filacchioni