Roma, 18 set – C’è qualcosa di morboso nella quantità di significati che da qualche anno vengono caricati sul corpo di Sydney Sweeney. L’ultimo episodio è arrivato con la campagna per Novig, piattaforma americana di prediction market sportivi di cui l’attrice è anche azionista. Nello spot Sweeney gioca deliberatamente con l’erotismo: tennis, golf, hockey, basket e altri sport diventano il pretesto per una sequenza in cui appare seminuda o nuda, coperta dall’attrezzatura sportiva. Diverse atlete, dalla campionessa olimpica di nuoto Ariarne Titmus alla velocista Amy Hunt, hanno accusato la campagna di ridurre nuovamente le donne nello sport a corpi da guardare; l’ex ginnasta Gracie Kramer ha risposto mostrando il proprio allenamento con la frase «this is what a woman in sport looks like». Sweeney, senza entrare direttamente nella polemica, ha rilanciato immagini delle vecchie copertine dell’ESPN Body Issue, dove erano gli stessi atleti e le stesse atlete a posare nudi.
La controversia sarebbe abbastanza ordinaria se non fosse l’ennesima puntata della stessa storia. Nel 2024, dopo la partecipazione di Sweeney al Saturday Night Live, i suoi seni diventarono addirittura materia di guerra culturale: il National Post arrivò a domandarsi se fossero l’annuncio della «fine del woke», mentre dall’altra parte proliferavano articoli sulla sua sessualizzazione. Qualche mese dopo accadde l’esatto contrario. Per interpretare la pugile Christy Martin l’attrice mise su massa e muscoli, cambiando visibilmente il proprio fisico: fotografie in bikini furono sommerse di commenti che la definivano ingrassata, poco attraente o semplicemente «finita». Sweeney rispose mostrando gli insulti seguiti dalle immagini degli allenamenti sostenuti per il film.
Nel 2025 fu invece American Eagle a trasformarla nuovamente in un caso politico-culturale. La campagna «Sydney Sweeney has great jeans» giocava esplicitamente sull’assonanza jeans/genes, mentre un video parlava dell’ereditarietà di caratteristiche come capelli e colore degli occhi. Poiché Sweeney è bionda e ha gli occhi azzurri, alcuni critici lessero la pubblicità come una strizzata d’occhio all’eugenetica e alla superiorità razziale; altri vi videro semplicemente un gioco pubblicitario deliberatamente provocatorio. In appena due anni, dunque, lo stesso corpo è riuscito a diventare simbolo della restaurazione del desiderio eterosessuale, vittima del body shaming, incarnazione di un presunto ideale razziale e infine emblema della sessualizzazione delle sportive. Il problema, evidentemente, non può essere soltanto Sydney Sweeney. Il problema è che la cultura contemporanea sembra incapace di lasciare il corpo semplicemente essere un corpo.
Sydney Sweeney «se non avesse quelle tette»
Attorno a Sweeney ricorrono due reazioni apparentemente opposte ma sorprendentemente speculari. Da una parte c’è chi liquida il desiderio che suscita come prova della superficialità maschile: in fondo, si sostiene, gran parte dell’interesse nei suoi confronti dipenderebbe semplicemente dal seno, dal volto, dalla conformazione del corpo. Dall’altra, soprattutto negli ambienti redpill, ricorre la lamentela inversa: le donne attribuirebbero agli uomini un valore sproporzionato sulla base dell’altezza, del volto, della struttura fisica, trasformando l’estetica in una sorta di arbitrario tribunale morale. Sono posizioni nate da sottoculture quasi opposte, eppure compiono lo stesso slittamento. Entrambe trattano il giudizio estetico come qualcosa di sospetto proprio perché non coincide con il giudizio morale. Per le une, trovare una donna desiderabile soprattutto per il suo corpo sarebbe una forma di degradazione; per gli altri, essere giudicati fisicamente desiderabili o indesiderabili costituirebbe un’ingiustizia perché l’aspetto non dice nulla sulla bontà, sull’intelligenza o sul carattere. Il risultato è identico: poiché la bellezza non misura il valore morale di una persona, si pretende che non debba avere un valore autonomo neppure sul piano estetico ed erotico.
Insomma, queste reazioni pretendono di smascherare un segreto inconfesabile: vi interessa Sydney Sweeney perché è fisicamente attraente. Ma dov’è esattamente la rivelazione? È perfettamente plausibile che una parte consistente dell’interesse erotico suscitato da una persona dipenda dal suo corpo. Dire che senza determinate caratteristiche fisiche Sweeney susciterebbe meno desiderio equivale grosso modo a osservare che un attore famoso per la propria bellezza sarebbe percepito diversamente se avesse un altro volto. Non abbiamo scoperto l’ideologia dietro al desiderio: abbiamo appena descritto il desiderio. Roger Scruton, ragionando proprio sul rapporto fra bellezza ed eros, parte da un dato elementare che molta discussione contemporanea sembra trovare imbarazzante: nella persona, la bellezza suscita desiderio. Riprendendo Platone, osserva che bellezza e sessualità sono probabilmente legate molto più intimamente di quanto permetta l’idea moderna di un giudizio estetico completamente «disinteressato»: nell’attrazione, scrive, gli occhi vengono prima catturati dalla persona bella e da lì può iniziare il desiderio.
Non ne consegue affatto che la persona bella sia buona. Ed è precisamente qui che anche la reazione redpill sbaglia bersaglio. Dire che l’aspetto fisico interviene nel desiderio, nella fascinazione o persino nella prima impressione non significa sostenere che determini il valore morale dell’individuo. Confondere i due piani non è una critica al culto della bellezza: è l’incapacità di concepire la bellezza come un valore autonomo. Gli antichi lo sapevano benissimo. Nel terzo libro dell’Iliade, Paride è ripetutamente chiamato «simile a un dio» nell’aspetto, ma quando fugge davanti a Menelao Ettore lo investe proprio sul contrasto fra la sua bella forma e l’assenza di forza e coraggio. Non è la confutazione del valore della bellezza: è esattamente il contrario. La sua avvenenza rende ancora più stridente la mancata corrispondenza fra forma e carattere. Il mondo omerico non aveva quindi bisogno di scegliere fra le due sciocchezze contemporanee: «chi è bello è necessariamente buono» oppure «poiché un bello può essere vile, la bellezza non significa nulla». Paride è bello e vile. La seconda qualità non cancella la prima; la prima rende più grave la seconda.
Il canone non è una classifica morale
Ed è qui che occorre stabilire che cosa si intende per canone. Perché Sydney Sweeney non dimostra l’esistenza di una misura eterna secondo cui la donna bella debba essere bionda, con vita stretta e seno prosperoso. Camille Paglia, nel saggio The Cruel Mirror, ricostruisce proprio le enormi oscillazioni del corpo femminile ideale nell’arte occidentale. La Venere di Willendorf associa abbondanza, fertilità e salute; l’Egitto produce invece figure allungate e geometriche; altri periodi valorizzano forme completamente differenti. È notevole, però, quanto una descrizione scritta da Paglia nel 2004 sembri anticipare il fenomeno Sweeney. Parlando dell’immaginario degli anni Novanta, individua la formazione di un ideale femminile quasi contraddittorio: figura sottile, tonica, ventre piatto e contemporaneamente seno molto grande, una combinazione che la stessa Paglia definisce difficile da raggiungere naturalmente. Sweeney non costituisce evidentemente l’unica forma possibile della bellezza contemporanea, ma incarna con singolare precisione uno dei suoi canoni erotici mainstream più riconoscibili.
Ma che il canone sia storico non significa che il canone non esista. Significa soltanto che una civiltà organizza diversamente, nelle diverse epoche, ciò che considera armonioso, desiderabile, nobile, elegante o sessualmente attraente. E soprattutto un canone non è un censimento. Non afferma che soltanto chi vi corrisponde possa essere attraente, né che ogni sua deviazione costituisca una deformità, meno ancora una colpa. Esistono donne bellissime con poco seno, donne affascinanti con corpi lontanissimi dagli standard pubblicitari, uomini esteticamente perfetti e umanamente insopportabili. Ma nessuna di queste constatazioni dimostra che non esistano forme privilegiate dello sguardo. Il problema contemporaneo nasce invece dalla trasformazione dell’eguaglianza della dignità in una pretesa assai diversa: l’eguaglianza estetica delle forme. Poiché sarebbe moralmente inaccettabile sostenere che una persona meno bella possieda minore dignità, si finisce per considerare sospetto persino ammettere che alcune persone siano più belle di altre. È un passaggio logico che non ha alcuna necessità. Che tutti possiedano la stessa dignità giuridica e morale non implica che tutti corrano alla stessa velocità, cantino con la stessa voce, possiedano la stessa intelligenza matematica o producano lo stesso effetto estetico. Abbiamo imparato a distinguere abbastanza facilmente questi piani in quasi ogni attività umana; sul corpo, invece, sembriamo incapaci di farlo.
Platone partiva proprio dal corpo
Platone, che spesso torna nelle discussioni-speculazioni sul corpo, non è affatto il teorico ingenuo di una coincidenza fra bellezza fisica e virtù. Anzi, nel Simposio compie un movimento esattamente opposto: la bellezza corporea è il punto di partenza di un’ascesa che deve superarla. Ma il fatto decisivo è precisamente che l’ascesa comincia da lì. Nel discorso di Diotima, il giovane deve dapprima prestare attenzione alla bellezza fisica, innamorarsi di un singolo corpo bello e poi comprendere che la bellezza presente in quel corpo è affine a quella presente negli altri. Soltanto dopo può rivolgersi alla bellezza dell’anima, delle azioni, delle leggi, delle conoscenze, fino alla contemplazione della Bellezza in sé. Il sensibile non è dunque l’ultima parola, ma non è nemmeno una vergogna da cancellare. È ciò che mette in moto Eros. L’esperienza della forma particolare apre la possibilità di riconoscere la forma in generale. È difficile immaginare qualcosa di più distante dalla nevrosi contemporanea per cui l’ammissione iniziale — «questa persona è fisicamente bellissima e per questo mi attrae» — debba essere immediatamente sterilizzata con una serie di precisazioni morali. Platone voleva andare oltre il corpo, noi sembriamo invece voler fare qualcosa di diverso: saltarlo. Non ascendere dalla bellezza fisica a qualcosa di superiore, ma fingere che il primo gradino non abbia alcuna legittimità.
La critica femminista che va presa sul serio
Questo non significa che ogni critica ai canoni di bellezza sia assurda. Al contrario, è proprio qui che Susan Bordo rende il problema più complicato e più interessante. In Unbearable Weight, Bordo mostra come il corpo femminile possa diventare il terreno di una disciplina culturale estremamente concreta. Le immagini pubblicitarie non si limitano a proporre possibilità neutrali: possono omogeneizzare, normalizzare e circoscrivere ciò che le persone percepiscono come scelta. Nel corpo contemporaneo, inoltre, il controllo estetico si carica facilmente di significati morali: compattezza, magrezza, tonicità e assenza di «eccesso» vengono associate alla capacità di dominare impulsi e desideri. Bordo nota come l’ideale possa oscillare fra una figura minimalista e una figura atletica e muscolosa, conservando però un comune rifiuto del corpo molle, incontrollato, eccedente. È una chiave particolarmente utile proprio per capire il fenomeno Sweeney. Quando corrisponde al canone viene accusata di perpetuarlo; quando, per interpretare una pugile, modifica quel corpo mettendo su massa e muscoli, viene immediatamente punita perché ne esce. Il suo fisico deve essere desiderabile, ma non troppo dichiaratamente desiderabile; naturale, ma conforme; prosperoso, purché il resto rimanga controllato; atletico, purché non alteri la silhouette che il pubblico aveva acquistato insieme al personaggio.
Bordo permette dunque di formulare la critica più seria alla bellezza normativa: un ideale può trasformarsi in disciplina. Può produrre sofferenza, ossessione, chirurgia, disturbi alimentari, insicurezza permanente. Ma proprio questa critica dimostra quanto sia povera la conclusione secondo cui dovremmo allora sospendere il giudizio estetico. Una cosa è criticare la trasformazione del canone in obbligo. Un’altra è abolire concettualmente l’ideale. Una cosa è dire che nessuno dovrebbe essere umiliato perché non possiede un determinato corpo. Un’altra è sostenere che non dovremmo più riconoscere un corpo straordinariamente bello quando lo incontriamo. La prima posizione difende la persona, la seconda vuole dichiarare guerra alla forma.
Camille Paglia contro la paura della bellezza
È precisamente contro questa seconda tendenza che sempre Camille Paglia conduce da decenni una parte della propria battaglia interna al femminismo. In Free Women, Free Men racconta di avere percepito fin dagli anni Sessanta una difficoltà del femminismo contemporaneo nei confronti dell’estetica: la bellezza e l’arte tendevano a essere lette anzitutto attraverso categorie di dominio, oppressione e degradazione. La sua risposta è radicale: contemplare qualcuno più bello non dovrebbe essere vissuto automaticamente come una diminuzione di sé, allo stesso modo in cui vedere un atleta eccezionalmente veloce non rende moralmente offensiva la velocità. «Non dovremmo doverci scusare per godere della bellezza», conclude Paglia, definendola un valore umano permanente. In Sexual Personae spinge l’argomento ancora più avanti. L’oggettivazione, nella sua lettura, non è semplicemente la degradazione di una persona a cosa: è anche una delle operazioni fondamentali dell’immaginazione estetica, il gesto attraverso cui lo sguardo separa una forma dal flusso della natura e la trasforma in immagine. Paglia arriva provocatoriamente a sostenere che la produzione del «sex object» sia intrecciata all’impulso artistico stesso.
Si può non accettarlo, ma la provocazione contiene una domanda inevitabile: essere oggetto dello sguardo significa necessariamente cessare di essere soggetto? In fin dei conti la Sweeney non ha mai chiesto di ignorare il suo corpo. Nel 2023 spiegava a Glamour di avere trascorso l’adolescenza vergognandosi delle dimensioni del proprio seno e di avere poi imparato ad accettarlo. Di fronte ai titoli che trasformavano qualsiasi abito in una provocazione, riassumeva il problema brutalmente: «I just have tits». E la sua posizione sulla propria fisicità era altrettanto poco penitente: «Flaunt what you got. Own it. Love them», ovvero «Metti in mostra ciò che hai. Sii orgoglioso di te stesso. Amalo». Un messaggio che prodotto da altri contesti o comunicato da altri corpi avrebbe assunto la forma di una catechesi sul body positivity, detto dalla bella ragazza bionda viene guardato con sospetto. È proprio qui che la categoria dell’«oggettificazione» comincia a incepparsi. Una donna che utilizza consapevolmente la propria bellezza, ne trae denaro, prestigio e potere contrattuale e sceglie deliberatamente di mettere in scena la propria sensualità è un soggetto che decide di diventare anche oggetto estetico dello sguardo altrui. Le due cose possono coesistere e negarlo per difenderne la soggettività produce un curioso paternalismo: per stabilire che una donna è davvero libera dobbiamo prima decidere quali usi del proprio corpo siano sufficientemente emancipati.
Il nuovo puritanesimo e la diffidenza verso la physis
La pubblicità di Novig resta ovviamente una pubblicità. È concepita per attirare attenzione, soprattutto maschile, associare un prodotto alla carica erotica di una celebrità e trasformare quella carica in valore economico. Ma il fenomeno Sweeney è ormai troppo ampio per essere spiegato soltanto dalla mercificazione: vestita viene sessualizzata perché ha troppo seno, seminuda viene accusata di utilizzare il sesso, muscolosa viene derisa perché perde la forma desiderata, in jeans diventa una disputa sui geni, se piace agli uomini diventa la prova della superficialità maschile, se sceglie di esibirsi diventa la prova della propria sottomissione. Il corpo non può mai vincere perché il processo non riguarda più soltanto il corpo ma la sua legittimità morale. Sempre la Paglia scrive in Sexual Personae che l’arte costituisce uno scandalo per ogni moralismo, «sia della destra cristiana sia della sinistra rousseauiana», proprio perché nell’atto del guardare sopravvive una componente sensuale che nessun programma morale riesce completamente a estirpare.
Ed è forse questo il punto di contatto più profondo fra alcune delle fazioni apparentemente inconciliabili della guerra contemporanea dei sessi. Da una parte il moralista progressista può dire: non dovresti attribuire tanta importanza al suo corpo. Dall’altra il risentimento redpill può dire: non dovresti attribuire tanta importanza al mio corpo. Entrambi chiedono in sostanza al desiderio di sottoporsi a un tribunale nel quale dovrà dimostrare di possedere motivazioni moralmente accettabili. Il vecchio sacerdote ammoniva che il corpo suscita desiderio e quindi bisogna coprirlo. Il nuovo sacerdote ha imparato un linguaggio differente: il corpo può anche mostrarsi, purché ogni sguardo che suscita venga immediatamente problematizzato, sociologizzato, giustificato e infine neutralizzato. Sono cambiati i catechismi, molto meno la diffidenza verso la physis.
Una sana cultura del corpo significherebbe, quindi, riconoscere qualcosa di assai più elementare: la possibilità che l’uomo è anche forma visibile, presenza, carne, proporzione, forza, grazia, eros; che il corpo può essere educato e ammirato senza diventare una graduatoria della dignità umana; che un canone può essere contestato senza pretendere di abolire la facoltà stessa che produce i canoni. E soprattutto che dire di una persona «è bella» non significa ancora aver detto che è “buona”, emancipata o eroica. Vuol dire soltanto che abbiamo gli occhi.
Sergio Filacchioni