Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 3 mar – Claudio Azzara, nella premessa al volume di Paolo Lamma, Teoderico, appena uscito per le Edizioni di Ar, ha giustamente definito quello del re ostrogoto un «significativo esperimento» – per quanto rivelatosi infine fallimentare – di coesistenza tra le genti barbare insediatesi in Italia e la popolazione autoctona. Il fatto che si parli di «esperimento» è oltremodo importante, perché dimostra come ci si trovi oramai in un contesto ben diverso da quello del tramontato impero romano d’Occidente. Sebbene sempre Azzara abbia, a ragione, sostenuto, in riferimento alla caduta dell’impero romano, che «un’epoca, con la civiltà che in essa si espresse, non cessa certo di esistere in un giorno» (nella sua prefazione al volume di Tommaso Indelli, Odoacre, edito sempre dalle Ar), è comunque indubbio che il 476 e.v. abbia segnato la fine di un percorso e l’inizio di un altro, con buona pace di impostazioni storiografiche eccessivamente ‘continuiste’, quali quella che oggi dilata l’età tardoantica sino al VII-VIII secolo, senza nemmeno avvedersi di finire in tal modo per dissolvere il suo stesso oggetto d’indagine.

Un nuovo inizio?

Una volta chiarito questo punto, ben si comprende l’incipit del testo di Lamma: «Il problema degli inizi rappresenta sempre un interessante soggetto di ricerca». È chiara qui la consapevolezza di trovarsi davanti qualcosa di inedito, di originario, con tutta la precarietà, l’oscurità, l’incertezza e il fascino che ciò implica. Teoderico sin da subito comprese di doversi emancipare dalla mentalità barbarica «spinta dai bisogni» e destinata solo «a temporanee vittorie da predoni» (p. 32), per tentare qualcosa di nuovo e di duraturo. Di ‘statale’, se non suonasse troppo anacronistico. Inseritosi nel complicato gioco politico dell’impero d’Oriente, l’Amalo riuscirà infatti a far legittimare la sua spedizione italiana dallo stesso imperatore, così da poter fondare il suo potere su solide basi e su di un inattaccabile riconoscimento ‘internazionale’.

Per quel che riguarda la ‘tipologia’ del potere di Teoderico dopo esser giunto in Italia e aver sconfitto Odoacre, Lamma acutamente nota che il re goto abbia cercato di «non lasciarsi imprigionare da una formula costituzionale troppo rigida» (p. 85). Teoderico era re di stirpe, patrizio, magister militum praesentialis, console e cittadino romano. A seguito della vittoria su Odoacre si era fatto proclamare rex dal suo esercito goto e ottenne la vestis regia da Costantinopoli nel 498, pur scegliendo, nella titolatura ufficiale, la formula romana di Flavius Theodericus rex, piuttosto che quella etnica di rex Gothorum, e senza contare certi atteggiamenti ‘imperiali’ da lui adottati, come l’impiego della porpora, l’allestimento di giochi circensi a Roma e la cura dell’edilizia urbana e dei resti monumentali di epoca classica[1].

Il regno di Teoderico

Questa indeterminatezza del potere teodericiano si spiega proprio con la novità del suo regime, che doveva permettere la convivenza tra eredità classica e cultura germanica, tra goti e romani e anche tra ariani (quali erano i goti) e cattolici. Non a caso Lamma introduce il capitolo dedicato alla ‘politica interna’ perseguita da Teoderico, facendo ricorso all’endiadi conservatorismo/trasformazione, ovvero «ostentata fedeltà all’antiquitas» (p. 85), unita a una notevole capacità di ripensare e rimodellare il «corpo sociale italico» (ibid.). Da qui deriva la soluzione, in realtà già di Odoacre, di riservare la funzione militare ai goti e l’amministrazione ai romani, il mantenimento del Senato – con il quale l’Amalo ebbe rapporti mutevoli, a seconda delle circostanze storiche – e una serie di provvedimenti economici che assicurarono all’Italia un periodo di tranquillità, ordine e prosperità. Gli ultimi anni del regno di Teoderico (che muore nel 526) saranno però funestati da rapporti conflittuali con la chiesa romana, l’impero e lo stesso senato; si tratta dei primi segnali di una crisi che, aggravata dalla debolezza dei suoi successori[2], sarà alla base della successiva guerra gotico-bizantina, scoppiata nel 535, e del fallimento ultimo del modello di convivenza pensato dal re goto.

Per chiudere queste scarne osservazioni, si può sottolineare il fatto che con quest’opera le Ar hanno provveduto a inserire il tassello centrale di un trittico (con i due lavori di Indelli, uno già ricordato, l’altro sui Longobardi, Langobardia, uscito nel 2013) in grado di coprire tutto l’arco temporale che va dal 476 sino ai domini longobardi dell’Italia meridionale, caduti in mano dei Normanni solo nella seconda metà dell’XI secolo.

Giovanni Damiano


[1] Su questi punti si veda anche C. Azzara, Teoderico, il Mulino 2013, pp. 24-27.

[2] È la tesi esposta in G. Ravegnani, I bizantini in Italia, il Mulino 2004.

1 commento

  1. […] Per quel che riguarda la ‘tipologia’ del potere di Teoderico dopo esser giunto in Italia e aver sconfitto Odoacre, Lamma acutamente nota che il re goto abbia cercato di «non lasciarsi imprigionare da una formula costituzionale troppo rigida» (p. 85). Teoderico era re di stirpe, patrizio, magister militum praesentialis, console e cittadino romano. A seguito della vittoria su Odoacre si era fatto proclamare rex dal suo esercito goto e ottenne la vestis regia da Costantinopoli nel 498, pur scegliendo, nella titolatura ufficiale, la formula romana di Flavius Theodericus rex, piuttosto che quella etnica di rex Gothorum, e senza contare certi atteggiamenti ‘imperiali’ da lui adottati, come l’impiego della porpora, l’allestimento di giochi circensi a Roma e la cura dell’edilizia urbana e dei resti monumentali di epoca classica[1]. […]