Londra, 16 gen – Quarantaquattro giorni. Ecco il tempo che resta alla Gran Bretagna per accordarsi con l’Unione europea rispetto alla Brexit, a meno che il Regno Unito non voglia uscire dall’Europa senza aver stipulato alcun trattato (no deal), un’eventualità, questa, che avrebbe conseguenze disastrose sull’economia inglese.

Ieri sera il patto concordato fra il governo di Theresa May e l’Ue per la Brexit è stato bocciato dal Parlamento inglese. A votare contro il trattato è stata non soltanto l’opposizione ma anche diversi membri del governo, che sono insoddisfatti dall’accordo stipulato. La bocciatura ha scatenato la fantasia degli scommettitori: chi sostiene che si tornerà alle elezioni, chi pensa che l’accordo sarà rivisto, chi pensa che ci sarà un nuovo referendum e chi pensa invece che si arriverà al no deal. Fare previsioni sul futuro è sempre rischioso; ma una cosa è certa: che questa mossa ha messo la Gran Bretagna nelle mani dell’Ue. Sì, perché a meno che il Regno Unito non accetti il no deal, un’opzione che nemmeno i più euroscettici possono prendere sul serio, il Paese deve venire a patti con l’Ue, la quale però già da stamattina, per mezzo di Tajani, ha dichiarato che l’Ue non è disposta a una nuova negoziazione: “Al Regno Unito era stato concesso tutto ciò che chiedeva quando era parte integrante dell’Unione europea. È stato concesso tutto ciò che potevamo concedere senza ledere gli interessi dei cittadini europei: non credo che si possa aggiungere altro”.

Se queste affermazioni devono essere prese sul serio, la sola strategia che la Gran Bretagna può adottare per evitare il no deal è o implorare l’Ue di rimettersi al tavolo delle trattative (cosa che difficilmente avverrà anche in considerazione dei tempi: non si può ritrattare un problema così complesso nell’arco di un mese e mezzo) oppure dirsi disposta ad accettare tutte le modifiche che l’Ue vorrà imporre per garantire almeno un salvagente al Paese il 29 marzo. Certamente così non sembrano pensarla i due grandi protagonisti della politica inglese del momento, Boris Johnson e Jeremy Corbyn, che con la loro influenza hanno spinto il Parlamento a bocciare la manovra. Entrambi profondamente euroscettici; ma schierati su due fronti contrapposti. Johnson appartiene allo stesso partito di May ma non concorda con la premier rispetto alla bontà del concordato stipulato con l’Ue.

Secondo Johnson, che, con i suoi molti sostenitori, ha votato contro il patto ieri sera e che si starà chiedendo in queste ore se gli convenga votare la mozione di sfiducia al governo che oggi Corbyn proporrà al Parlamento, per poi correre come candidato premier, il patto con l’Ue per la Brexit è troppo vincolante per la Gran Bretagna, perché, dice Johnson, tale patto rende il Regno Unito schiavo dell’Ue. Johnson propone invece una Brexit all’insegna del liberismo economico, che possa portare il Paese allo splendore economico dei decenni passati (Johnson usa lo slogan “Global Britain”). Johnson, la cui personalità egocentrica e la cui vita privata non contribuiscono certo ad aumentare le sue possibilità di diventare premier, è un rappresentante convinto della politica thatcheriana, del capitalismo, e questo lo rende particolarmente apprezzato dal suo partito e dalla borghesia inglese.

Al contrario, Corbyn è un uomo del popolo, un uomo venuto dalle manifestazioni sindacali nelle piazze, che ha presa sulla classe operaia e sui giovani e che si schiera apertamente sul fronte politico della sinistra radicale. Corbyn rappresenta la frangia più estrema del suo partito, il Labour, i cui membri sono in larga misura contrari alla Brexit e, in generale, filoeuropei (per quanto critichino il funzionamento dell’Ue). Questa distanza fra le sue posizioni personali e quelle del partito di cui è leader hanno spinto Corbyn a evitare di manifestare troppo chiaramente le sue posizioni rispetto alla Brexit: Corbyn ha ripetutamente attaccato l’Ue dipingendola come un’organizzazione finanziaria che non tiene conto dei bisogni della gente e che è pilotata dai grandi capitalisti; ma non si è mai espresso in modo chiaro rispetto a cosa farebbe se riuscisse a occupare Downing Street.

Chi è il più forte? Dipende dai punti di vista. Per quanto riguarda la popolarità, Corbyn è certamente molto meno criticato dall’elettorato; Johnson ha invece un comportamento che cozza con la compostezza inglese. Tuttavia, Johnson gode di larga fiducia all’interno dei Tory, i cui membri si sentono in sinergia con lui, mentre Corbyn è guardato con sospetto per le sue posizioni radicali. Probabilmente, Corbyn è guardato con sospetto anche dai suoi potenziali elettori, che, pur condividendo il suo euroscetticismo, si domandano che cosa questo rappresentante della volontà della classe operaia e lavoratrice possa effettivamente fare una volta eletto: le decisioni del governo devono essere approvate dal Parlamento e questo è possibile solo se la maggioranza vota a favore; ma come la mettiamo con il fatto che i Labour sono filoeuropei mentre Corbyn non lo è per niente? Voteranno mai decisioni drastiche contro l’Ue? E, inoltre, voteranno a favore della Brexit, che, come dimostrano gli esiti del referendum del 2016, il popolo inglese vuole? La risposta a quest’ultimo quesito è senza dubbio negativa, come dimostra il fatto che questa mattina 100 labouristi si sono ribellati a Corbyn chiedendo un secondo referendum sulla Brexit.

Si è creata, insomma, una situazione di stallo, in cui la Gran Bretagna è preda dell’Ue: Johnson ha poche speranze di essere eletto, a causa delle sue posizioni liberiste, che poco piacciono agli elettori, che chiedono invece garanzie di protezione economica; Corbyn, anche qualora fosse eletto, non potrebbe agire in modo deciso seguendo le sue ispirazioni, perché una larga parte del suo partito, che guarda addirittura con favore all’appartenenza del Regno Unito all’Ue, non lo permetterebbe. Questi due intoppi erano già noti al tempo delle ultime elezioni ed è proprio per questo che fu Theresa May, un’esponente di destra in ultima analisi moderata (o, perlomeno, più moderata di Johnson: altroché una nuova Thatcher!), a essere candidata come premier. Il voto di ieri ha affossato la fiducia degli elettori in Theresa May; ma questo significa davvero che Johnson o Corbyn hanno la possibilità di occuparne il posto? Se ne può dubitare. Quello su cui contano i due leader non è tanto la fiducia degli elettori verso di loro, quanto la sfiducia degli stessi rispetto all’avversario: Johnson pensa probabilmente che, malgrado le sue posizioni liberiste e l’antipatia che sa di suscitare in molti, gli elettori indecisi voteranno lui perché hanno sfiducia nelle effettive possibilità di manovra di Corbyn; Corbyn penserà che malgrado i limiti di manovra che il suo partito gli pone, gli elettori indecisi voteranno lui perché troppo spaventati dalla visione capitalistica di Johnson.

Un esito, quindi, basato non sulla fiducia ma sulla sfiducia; una scelta del meno peggio. Forse andrà così; forse comparirà, alla testa di uno dei due partiti o addirittura di entrambi, un nuovo candidato, finora rimasto nascosto; oppure si arriverà ad una situazione di stallo dovuta all’assenza di voti sufficienti; oppure ad una parità di forza fra i due partiti. Chi vivrà vedrà, si potrebbe dire; ma intanto le lancette corrono, tic tac tic tac, e il 29 marzo è già quasi arrivato: come potrà concretizzarsi una qualsiasi delle ipotesi prospettate compiersi prima di tale data, cioè prima che l’economia inglese si sfasci?

Edoardo Santelli

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