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Top of the Pops e la musica che non si ascolta più

by Roberto Johnny Bresso
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Roma, 5 set – Può capitare, curiosando su YouTube in cerca di vecchi video e spezzoni musicali, di imbattersi in vecchie puntate della storica trasmissione musicale della BBC Top of the Pops. Ebbene, è letteralmente impossibile non restarne ammaliati. E passare parecchio tempo a guardare intere puntate. Ascoltando sì le canzoni, ma anche osservando il look degli artisti, dei presentatori e del pubblico, vera cartina di tornasole per comprendere intere generazioni.

Una formula semplice ma geniale

Top of the Pops nasce su BBC One l’1 gennaio 1964, condotto tra gli altri da Jimmy Savile, personalità prorompente della musica e della cultura britannica, la cui immagine dopo la morte sarebbe stata totalmente devastata dalla rivelazione che egli era stato un pedofilo ed uno stupratore seriale (se non conoscete la sua storia o la voleste approfondire, vi consigliamo il documentario, distribuito da Netflix, I crimini di Jimmy Savile). La celebre sigla era una cover strumentale di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin eseguita dai CCS.

La formula era tanto semplice quanto geniale: mostrare la classifica dei singoli più venduti del Regno Unito attraverso l’esibizione in studio (in playback o, più raramente, dal vivo) degli artisti più in voga del momento. In un’epoca nella quale non esistevano ancora i video musicali, ciò permetteva ad una vasta platea di giovani di familiarizzare con il look dei propri musicisti preferiti. Aiutati anche dal fatto che in studio era presente un vasto pubblico che rispettava i canoni estetici del periodo.

Top of the Pops e le sottoculture

Per decenni, quindi, la trasmissione non servì solamente a far vendere dischi. Divenne un volano a 360 gradi della cultura pop. Contribuendo alla diffusione di un dato modo di vestire e allo sviluppo e alla diffusione capillare delle sottoculture giovanili come fenomeni non più di nicchia.

La prima canzone trasmessa fu I Only Want to Be with You di Dusty Springfield, mentre la prima band ad esibirsi in studio furono i Rolling Stones con I Wanna Be Your Man. Ciò già chiarisce bene la varietà che il programma proponeva. Non si cercava di imporre un genere piuttosto che un altro, bensì dare al telespettatore la possibilità di farsi una cultura musicale quanto più ampia. Inutile dire che le band facevano a gara per poter essere presenti (si arrivò persino a punte di quasi 9 milioni di spettatori) per accrescere la propria fama, il proprio seguito. E, ovviamente, il proprio conto in banca.

TOTP, inoltre, non era affatto snob: dava spazio a chiunque garantisse un certo seguito e interesse, tanto che, per un certo periodo, il punk la fece da padrone e persino l’Oi! vi trovò spazio. I Cockney Rejects ad esempio si esibirono con la loro versione di I’m Forever Blowing Bubbles, composta per la finale di FA Cup raggiunta (e poi vinta) dal West Ham United nel 1980.

Gli anni Ottanta e Novanta

Nei decenni ’80 e ‘90 TOTP raggiunse il suo più alto grado di popolarità. Per poi perdere gradualmente di interesse, prima per colpa di MTV e poi per via del web. Ovvero fenomeni che permettevano all’utenza di poter ascoltare musica tutto il giorno senza dover attendere l’appuntamento settimanale della trasmissione targata BBC. Nonostante tutto, mantenne una certa nicchia di fedelissimi che furono totalmente amareggiati quando nel 2006 la trasmissione chiuse per sempre i battenti.

Neil Tennant, cantante dei Pet Shop Boys, affermò che da quel momento i nuovi artisti avevano perso “quel grande momento nel quale venivano incoronati i Re del Pop settimanali”. Le proteste portarono almeno alla produzione di un annuale speciale natalizio, ma ovviamente nulla poteva essere più come prima. La ragione è molto semplice e va al di là di internet: le nuove generazioni, in linea di massima, sono sempre meno interessate alla musica ed alle sottoculture. Ascoltano ciò che passa il convento, ma la soglia di attenzione spesso si ferma al ritornello, nemmeno all’intero pezzo. E le sottoculture sono percepite quasi come un retaggio da boomer: ora ci si veste tutti allo stesso modo e non per seguire l’artista di turno. Anzi è lo stesso artista ad indossare ciò che viene lui imposto dal mondo esterno.

Top of the Pops ebbe anche una versione italiana a partire dal 2000, prima su Rai 2 e poi su Italia 1. Nata fuori tempo massimo, era solo una pallida ed inutile imitazione della versione britannica. Nessuno francamente ne sentiva il bisogno allora né, tanto meno, oggi la mancanza.

Roberto Johnny Bresso

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