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Torino, violenza su una tredicenne: il problema si scrive immigrazione e si legge magistratura

by Tony Fabrizio
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Roma, 2 set – C’è una bambina di tredici anni che un sabato pomeriggio agostano esce di casa per comprare dei succhi di frutta per i fratelli. Non va incontro a un pericolo in un vicolo buio, non attraversa una zona di guerra, non si infila volontariamente in chissà quale situazione. Entra in un minimarket della periferia nord di Torino. Quello che accade dopo è materia d’indagine e di processo. Ma una cosa, stando alle ricostruzioni riportate, è già abbastanza chiara: la Procura contesta al gestore del negozio, un uomo bengalese di 42 anni, immigrato e titolare di un permesso di soggiorno per “protezione speciale”, di aver costretto la ragazzina a subire atti sessuali. E le telecamere del locale hanno anche registrato la scena. E non solo. Durante la visualizzazione delle immagini da parte degli inquirenti, le stesse telecamere avrebbero documentato, circa quaranta minuti prima, un altro episodio di violenza sessuale ai danni di una donna adulta, ancora da identificare, che si è difesa ed è stata inseguita dal bengalese fino all’uscita. A questo punto uno pensa ingenuamente che il problema principale sia il criminale. E invece no. In Italia riesce sempre a comparire un secondo problema: la risposta dello Stato per mano della magistratura.

La violenza sessuale e il miracolo della resipiscenza

L’uomo viene arrestato, passa due notti in carcere. Poi arriva la decisione del gip: niente custodia cautelare. Obbligo di firma. Perché? Perché sarebbe incensurato. Perché avrebbe collaborato consegnando i filmati. E soprattutto perché si sarebbe detto «dispiaciuto», mostrando – secondo quanto riportato dalla Stampa – «resipiscenza». E qui viene voglia di chiedersi se abbiamo ancora a che fare con il diritto o se sia stata introdotta, magari con un emendamento notturno, la pena sospesa per pentimento espresso. Anzi, espresso pentimento. Dopo il consiglio intelligentissimo di avvalersi della facoltà di non rispondere. Hai commesso un fatto gravissimo? Dispiaciti. Hai aggredito una persona? Mostrati collaborativo. Sei stato arrestato? Considera il carcere un corso intensivo di educazione civica. Et voilà: obbligo di firma. Naturalmente la questione giuridica è più complessa di uno slogan e una misura cautelare non equivale a una condanna. Ma proprio per questo la motivazione della decisione va letta e discussa senza tabù: che cosa significa, concretamente, ritenere sufficiente il “trauma dell’arresto” come deterrente quando la Procura segnala un concreto pericolo di reiterazione e gli inquirenti contestano due episodi ravvicinati? La domanda è legittima. Anzi, è doverosa. Perché qui non si sta discutendo della comodità di un imputato. Si sta discutendo della percezione che le vittime e i cittadini hanno della capacità dello Stato di proteggerli.

Il garantismo non può diventare una lotteria

Il garantismo è una cosa seria. Significa difendere le garanzie di tutti, anche di chi è accusato dei crimini più odiosi. Significa che nessuno è colpevole prima di una sentenza definitiva. Tutto vero. Ma garantismo non significa fingere che tutti i casi siano uguali. E soprattutto non significa confondere il rispetto delle garanzie processuali con l’indifferenza davanti al rischio concreto. Se un giudice ritiene che gli elementi raccolti non giustifichino il carcere, deve poterlo decidere. È l’indipendenza della magistratura. Ed è un principio che va difeso anche quando una sentenza o un’ordinanza ci fanno infuriare. Ma indipendenza non significa immunità dalla critica e soprattutto dalla revisione. Il ministro Nordio lo ha detto chiaramente: nessuna interferenza sull’autonomia della magistratura, ma verifiche ispettive alla luce dell’eccezionalità del caso e dell’allarme sociale. Bene. Perché una decisione può essere formalmente autonoma e contemporaneamente politicamente, socialmente e moralmente discutibile. E una domanda resta lì, enorme: quale tutela concreta viene offerta alla prossima possibile vittima se il soggetto ritenuto pericoloso dalla Procura torna semplicemente a circolare?

Il multiculturalismo quando arriva alla cassa

Poi c’è l’altro elefante nella stanza: l’immigrazione. Qui bisogna avere il coraggio di dire le cose come effettivamente stanno. Un criminale risponde personalmente dei propri crimini. Un bengalese che commette una violenza sessuale non rende criminali tutti i bengalesi. Ma se una quota significativa di determinati reati viene commessa da cittadini stranieri o da specifiche componenti della popolazione immigrata, allora esiste un problema che la politica non può continuare a rimuovere per paura di apparire sconveniente. Una politica migratoria ha il dovere di interrogarsi sugli effetti dell’immigrazione quando alcuni fenomeni diventano ricorrenti e quando integrazione, controllo del territorio e rispetto delle regole falliscono. Negare questa seconda verità in nome della prima è semplicemente propaganda. E qui la sinistra italiana ha un problema gigantesco. Per anni una parte del progressismo ha costruito una specie di catechismo nel quale lo straniero viene descritto alternativamente come vittima, risorsa, simbolo della società futura o poveretto da proteggere dalle nostre cattiverie. Poi, quando uno straniero finisce al centro di un’inchiesta per un crimine efferato, improvvisamente la nazionalità diventa un dettaglio irrilevante. Certo che è irrilevante per stabilire la colpevolezza individuale; non è irrilevante, invece, per discutere di immigrazione, integrazione, selezione e sicurezza. Questa distinzione dovrebbe essere elementare. Invece sembra già una bestemmia.

E non raccontiamoci la favola dell’ignoranza culturale

C’è poi un’altra deriva che sarebbe grottesca se non fosse tragica: l’idea, quando viene evocata in certi dibattiti, che persone provenienti da culture diverse possano non avere piena consapevolezza dei confini fondamentali del comportamento sessuale. No. La civiltà non funziona così. Non esiste un lasciapassare antropologico. Una tredicenne non è un territorio culturalmente inesplorato. Il consenso, la coercizione, la violenza, la tutela dei minori non sono concetti che diventano facoltativi attraversando una frontiera. E se qualcuno davvero pretende di giustificare la violazione delle nostre leggi con l’appartenenza culturale dell’autore, allora non sta difendendo l’integrazione: sta certificando miseramente il suo fallimento. Chi viene in Italia deve sapere una cosa molto semplice: qui le regole valgono per tutti. Non esistono culture speciali per le quali la morale e la legge diventano elastiche.

La sinistra scopre l’indignazione, ma con il libretto delle istruzioni

Inevitabili le reazioni politiche, più o meno interessate. Italia Viva parla di decisione «surreale», «vergognosa» e «inaccettabile»; esponenti del Pd denunciano la pericolosità sociale e il rischio per le donne. Il minimo sindacale. Anzi, politico. Il sei politico. Viene, però, da chiedersi: dov’era questa stessa inflessibilità quando il problema era discutere seriamente di immigrazione clandestina, integrazione fallita, espulsioni difficili, recidiva e controllo del territorio? Perché l’indignazione a episodio avvenuto è gratis. Indignato e laconico anche il vicepresidente del Consiglio Tajani, che commenta con un “bene” l’invio degli ispettori da parte del Guardasigilli, mentre Salvini rilancia la proposta della castrazione chimica per rilanciare il partito. Meloni si dice solidale con la ragazzina e avanza legittimi dubbi sulla piega della vicenda, dove tutto sembra avere funzionato tranne ciò che più interessa ai cittadini: la percezione di essere protetti. Nessuno, però, da destra a sinistra dell’emiciclo, pone fino in fondo l’unica domanda che dovrebbe essere posta: se gli ispettori accerteranno che il gip ha sbagliato nella scarcerazione, costui pagherà mai per il suo errore?

E poi arriva Vannacci con la parola magica: remigrazione

Dall’altra parte, Roberto Vannacci e Futuro Nazionale scelgono una strada ancora più muscolare: processo per direttissima – con giudici simili? – e «remigrazione». Qui almeno una cosa va riconosciuta: il problema dell’immigrazione e della sicurezza viene messo sul tavolo senza il consueto balsamo linguistico, ma anche qui arriva il sospetto di una gigantesca operazione di marketing politico. Perché se davvero esiste una soluzione legislativa, ed esiste davvero, nella remigrazione, la si porta avanti. Vieppiù se questa è pronta e già consegnata e controfirmata dal volere del popolo italiano. Non si aspetta che maturino le condizioni politiche perfette. Non si trasforma ogni emergenza in un trailer della prossima campagna elettorale. Se una proposta è pronta, la si discute, la si vota e ci si assume la responsabilità del risultato. Altrimenti la «remigrazione» rischia di diventare la versione sovranista del bonus promesso in campagna elettorale: una parola potentissima, ottima per incendiare il pubblico, molto meno utile se resta confinata ai comizi.

Il punto, però, è una bambina

E alla fine c’è una cosa che rischiamo di dimenticare mentre i partiti si dividono tra garantismo, buonismo, giustizialismo e slogan identitari: la tredicenne. Una ragazzina che era uscita di casa per comprare dei succhi di frutta e che, secondo l’accusa, è stata aggredita da un adulto bengalese. Una ragazzina che dovrà convivere con quello che le è successo, mentre gli adulti intorno a lei discutono di codici, ideologie, immigrazione, elezioni e comunicati stampa. Ed è qui che lo Stato dovrebbe essere più forte. Intransigente. Non contro il principio di presunzione d’innocenza, non contro l’indipendenza dei giudici, non contro le garanzie dell’indagato, ma contro l’idea che una vittima possa sentirsi sola davanti alla macchina dello Stato. Se l’ordinanza del gip è corretta, che venga spiegata fino in fondo; se presenta criticità, che vengano accertate; se le ispezioni del ministero non rilevano nulla, lo si dica. Ma se, invece, emergono errori, si abbia il coraggio di ammetterli. E, forse, si inizierebbe pure a capire che chi sbaglia deve pagare. Chiunque esso sia. Una cosa, però, non può essere chiesta ai cittadini: di smettere di indignarsi. Perché in questa storia l’indignazione non è un problema, è il minimo sindacale. Il problema è che, ancora una volta, rischiamo di accorgerci della sicurezza dei nostri figli e di noi stessi soltanto quando è già troppo tardi. È un problema che si scrive immigrazione e si legge sicurezza. Ed è un detonatore con un timer che ha già iniziato a mietere vittime.

Tony Fabrizio

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