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Roma, 25 gen – Può diventare quello della traduzione dei classici della letteratura uno strumento dell’agenda-setting per orientare il grande pubblico? L’ipotesi era stata ventilata nei giorni scorsi dalla storica prima traduttrice italiana de Il Signore degli anelli di J.R.R. Tolkien, Vittoria Alliata di Villafranca. In una intervista su Il Giornale criticando una nuova traduzione in arrivo da parte dell’editore italiano ipotizzava: «Forse per prendere il tempo necessario a travestire Il Signore degli Anelli in foggia Lgbt in ossequio al nuovismo». Un’ipotesi sottilmente inquietante, che appare poco probabile, vista l’esperienza del nuovo traduttore, Ottavio Fatica, e visto soprattutto che di materiale in Tolkien che possa essere “riletto” in chiave nuovista o Lgbt non ce n’è (a meno di non fare facili e squallide battute sull’amicizia tra Gimli e Legolas).



Ipotesi che potrebbe essere derubricata all’ennesima querelle tra traduttori parte dell’inevitabile battage pubblicitario per il lancio del primo volume della nuova traduzione. D’altronde il primo annuncio al grande pubblico della nuova traduzione era stato al Salone di Torino lo scorso maggio, in cui si attaccava proprio il lavoro della prima traduttrice. Nel frattempo la prima traduttrice risponde per le rime, mentre la nuova traduzione latita, era data in uscita per novembre 2018 sia da parte di Wu Ming  4 che dall’Aist, principali promotori, ma ancora non ve n’è traccia. Forse perché Bompiani ha preferito puntare per il periodo natalizio su M, il figlio del Secolo di Scurati (ironia della sorte per chi vuole imporre a Tolkien una lettura di sinistra), o forse per non ben specificati lavori di rifinitura, o come si potrebbe anche ipotizzare dall’intervista a Vittoria Alliata, a mezza voce, proprio per qualche intoppo con la Tolkien Estate.

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Certezze, come la nuova traduzione, latitano. Ma nel frattempo Wu Ming 4, sul blog del loro collettivo, propone un breve post dal titolo La guerra preventiva contro la nuova traduzione del Signore degli Anelli, che nel contesto della querelle può suonare come una la più classica delle excusatio non petita accusatio manifesta. Che l’ipotesi di una traduzione in ossequio al nuovismo non sia così azzardata? In fondo è quello che è successo nel 2017 al povero Omero con la “nuova tradizione dell’Odissea” da parte dell’accademica britannica Emily Wilson, uscita nel 2017 e che nel 2018 si è guadagnata una certa fama per aver abbondato proprio di quel nuovismo che teme l’Alliata a proposito di Tolkien. Daltronde il The Guardian l’ha definita una pietra miliare del panorama culturale.

Obiettivamente l’operazione è estremamente ricercata da un punto di vista tecnico. La Wilson anziché usare il verso libero che aveva accumunato le traduzioni storiche in lingua inglese, utilizza il pentametro giambico, il verso classico della poesia inglese. Ma se la scelta metrica è rigorosa, quella semantica appare opinabile. A cominciare dall’incipit dove lo scaltro Odisseo, l’uomo dal multiforme ingegno, polytropon, diventa semplicemente “complicated”, complicato, buono per un ritornello di Avril Lavigne. Che l’operazione sia una rilettura che vuole provare de-mitizzare il mito è chiaro fin dalla prefazione della stessa, dove Ulisse viene definito aggressivo, bugiardo, ladro, colonizzatore. Dove abbondano termini contemporanei, che forse “suonavano meglio con la metrica”: il viandante diventa così un hobo, barbone, si mangiano kebab e canapè. Si vuole togliere il “maschilismo” delle precedenti traduzioni ma facendolo si rischia di derubricare la stessa Penelope dal suo ruolo di regina. Lo fa notare il professore associato di Studi classici all’Università di Houston, Richard H. Armstrong, che alla fine definisce la nuova traduzione, giocando sui termini della Wilson, un Omero per mascalzoni.

D’altronde per la Wilson polýmetis, dalle molte astuzie, diventa semplicemente king of lies, re delle menzogne, finendo Ulisse per essere appellato come semplice mascalzone. L’obiettivo, come dichiarato nell’intervista alla rivista online Il Tascabile è sbarazzarsi della pomposità. Ma così facendo si rischia di impoverire la lingua togliendo le sfumature di significato. Si vuole modernizzare, ma il rischio implicito è che l’impoverimento linguistico abbia un fine orwelliano, quello della neolingua. In cui la semplificazione assoluta del linguaggio da parte del Socing, il partito unico di 1984, serve proprio per limitare il pensiero. Forse è solo una paranoia distopica, d’altronde che Ulisse fosse un anche un imbroglione difficile negarlo. Ma che l’operazione di Emily Wilson aderisca ai principi di un’agenda politica diventa chiaro quando la xenia, l’ospitalità sacra, secondo Emily Wilson diventa un modo per parlare di immigrati e rifugiati.

Dimenticano, o apertamente omettendo, che per gli antichi greci la xenia, aveva anche una valenza religiosa, un semplice viandante che chiedeva ospitalità poteva celare un Dio sotto mentite spoglie. Una semplificazione siffatta non diventa solo linguistica, ma assume il ruolo di operazione politica atta ad imporre chiavi lettura contemporanee ad un mondo completamente diverso, con scale valoriali e religiose quasi incomprensibili all’uomo globalizzato contemporaneo. Bárbaros, coloro i quali non parlano la lingua e non sono adusi ai costumi Greci. Il caso di questa traduzione dell’Odissea ben esemplifica i rischi di simili operazioni. Confidiamo che Tolkien sia più fortunato di Omero. E teniamo d’occhio eventuali nuove traduzioni e riduzioni dell’Eneide.

Flavio Bartolucci

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3 Commenti

    • Ho sempre immaginato che Legolas fosse bisessuale. E me lo sono immaginato come il simbolo di quella minoranza di non-etero che hanno il coraggio necessario a rendersi conto dell’indecenza dei pride, della corruzione dei movimenti lgbt e dello schifo dei globalisti e rifiutano la bandiera arcobaleno per arruolarsi nella lotta per la difesa della tradizione, dei confini e della repressione contro l’orda del politicamente corretto.

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