Roma, 2 set – Tra i flutti di Ceuta è affiorato il primo cadavere: la sinistra europea ed occidentale. Lentamente, nell’opinione pubblica europea sono finalmente emersi dubbi sulla distanza tra le promesse delle istituzioni e i costi sociali e politici delle scelte compiute in nome di un progetto apolide e apolitico. Ceuta ha messo a nudo le conseguenze nefaste di narrazioni e politiche improntate all’ideologia progressista che non prevede dissenso, ma solo esecuzione del dogma.
Tra i flutti di Ceuta, il governo socialista e ambientalista di Sánchez è naufragato. Il suo governo si è dimostrato incapace di prevenire e gestire un’invasione. Ma non manca la lettura della vicenda come traiettoria geopolitica per il controllo dello stretto di Gibilterra da parte di Stati Uniti e Israele. Quel che sia, Sánchez non è più in grado di recitare la parte del presidente dell’Internazionale Socialista, exemplum per i leader democratici europei. Tanto che Conte sta spingendo verso la fine del woke. A Ceuta si è schiantato miseramente il tema dell’accoglienza e della vittimizzazione dei migranti. Il ripristino dei confini segna la crisi di un certo tipo di Unione Europea e della sinistra come modello unico.
Il fallimento del progressismo
Ma oltre all’accoglienza, anche le altre tematiche progressiste sono destinate ad incontrare una battuta d’arresto. A cominciare dall’ambientalismo di sinistra, il cui fallimento era prevedibile dalle sue stesse premesse: la vera cura per l’ambiente nasce dall’amore per il luogo specifico, per ciò che è proprio, per ciò che è ereditato; nasce dall’oikofilia, l’amore per la casa. Quando questa cura viene sostituita da una regolamentazione centralizzata, da una burocrazia sovranazionale, da un’ideologia che disprezza la proprietà privata e i veri incentivi che generano responsabilità, il risultato non è la tutela dell’ambiente, ma l’abbandono mascherato da virtù. Un altro aspetto messo in crisi dalla nuova fase globale è la posizione progressista per definizione: la storia ha una direzione corretta, il progresso è inevitabile, qualsiasi battuta d’arresto è temporanea e la freccia del tempo punta sempre in avanti. Ciò che non si adatta a questo modello non esiste o è un ostacolo da superare. Eppure le città più progressiste hanno più disuguaglianze, i Paesi più impegnati nella transizione verde sono diventati più dipendenti dal gas russo, i campus più impegnati nella diversità hanno più conflitti razziali di prima.
Una prima previsione riguarda ciò che sta accadendo nei Paesi europei in cui partiti considerati estremisti dieci anni fa sono arrivati al potere o sono diventati la vera opposizione, continuando a crescere. L’ascesa dell’estrema destra è la prevedibile reazione di popolazioni che non si sentono rappresentate dalle istituzioni e da una Ue progettata sul presupposto che i popoli si sarebbero adattati a un ordine progressista. Il problema di questo presupposto è che richiede un costo che non è sostenibile all’infinito. Prima del 2030, la pressione economica, l’inflazione, l’invecchiamento della popolazione, il debito pubblico e la deindustrializzazione renderanno tale costo insostenibile in diversi Paesi. E la tendenza a destra è appena all’inizio.
La ribellione delle nuove generazioni
In secondo luogo, la generazione Alpha rifiuterà la guerriglia come atto di ribellione, il meccanismo attraverso il quale l’ottimismo utopico produce una propria reazione quando un’ideologia viene imposta come verità indiscutibile dalle istituzioni del potere. La generazione che eredita quel mondo non lo vive come liberazione; lo vive come egemonia. E le giovani generazioni hanno un istinto molto antico contro l’egemonia: la ribellione. I sondaggi degli ultimi tre anni mostrano che coloro che sono nati tra il 2000 e il 2006, i più anziani della prossima ondata, hanno atteggiamenti significativamente più scettici nei confronti del linguaggio e della politica rispetto alle generazioni immediatamente precedenti. Il ritorno volontario a ruoli, estetiche e valori tradizionali non è stato generato da una cospirazione conservatrice; è stato generato dalla stanchezza di vivere all’interno di un’ideologia che non lasciava spazio al dubbio. Ogni egemonia imposta dall’alto produce la propria ribellione. Entro il 2030, quella che oggi sembra una sottocultura marginale sarà la posizione di un’intera generazione.
Demografia, Cina e ritorno del sacro
C’è poi la Cina, che dovrà affrontare una crisi demografica che rallenterà la sua espansione. Le conseguenze della politica del figlio unico attuata tra il 1982 e il 2015 si faranno sentire pesantemente tra il 2032 e il 2040. Le condizioni naturali della vita umana – famiglia, riproduzione, appartenenza – non sono variabili che gli Stati possono manipolare indefinitamente senza conseguenze. Le società che sopprimono queste condizioni per decreto ideologico o politico pagano conseguenze che prima o poi diverranno inevitabili. La Cina inizierà a mostrare i limiti strutturali che rendono impossibile sostenere il ritmo di espansione geopolitica ed economica che la sua narrativa ufficiale prevede.
E infine il cristianesimo: esso crescerà dove l’Occidente lo ha abbandonato. La religione non è una superstizione residua che il progresso elimina gradualmente; è una risposta a bisogni umani reali che il secolarismo non può soddisfare: rituali, significato condiviso, appartenenza, qualcosa di più grande dell’individuo, un quadro di riferimento per affrontare la morte e la sofferenza. Questi bisogni non scompaiono quando scompare la fede; rimangono senza risposta. Il bisogno del sacro è costitutivo della natura umana; non è un’aggiunta culturale rimovibile, è parte di ciò che siamo. Quando le istituzioni religiose crollano senza che nulla le sostituisca, si crea un vuoto. I dati sulla demografia religiosa globale per il 2060 indicano che il centro di gravità del cristianesimo globale si sarà spostato completamente fuori dall’Europa occidentale, non perché l’Europa abbia vinto la battaglia secolare, ma perché ha abbandonato il suo patrimonio spirituale, mentre altre culture hanno scoperto in quel patrimonio qualcosa che rispondeva a bisogni reali.
La natura umana non si cambia per decreto
Non si può amare l’umanità se non si ama qualcosa in particolare. L’Occidente secolare ha tentato di amare l’umanità in modo astratto, abbandonando il particolare che la definiva. Il progressismo moderno credeva di poter riprogettare l’energia senza rispettarne il funzionamento effettivo, di poter riprogettare la famiglia senza conseguenze demografiche, di poter riprogettare l’appartenenza culturale senza produrre frammentazione, di poter imporre un’egemonia ideologica sulle istituzioni senza generare una reazione. Convincere i popoli che il progressismo sia irreversibile, che la storia abbia una sola direzione, che chiunque vi si opponga sia dalla parte sbagliata, non è una buona idea nel lungo periodo. La natura umana non può essere riprogettata per decreto. Il fallimento era in fieri laddove l’ottimismo utopico ha deciso che la natura umana fosse un ostacolo insormontabile piuttosto che una realtà da rispettare.
La narrazione progressista dell’inevitabilità si basa sul controllo delle istituzioni che narrano quelle tendenze, e quel controllo, come tutte le egemonie che hanno ignorato la natura umana, ha una data di scadenza. La domanda che rimane non è se il collasso avverrà, ma quanti di noi saranno in grado di riconoscerlo quando arriverà e quanti continueranno ad ascoltare coloro che dicevano che era impossibile.
Claudia Placanica