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Vannacci e la “ricetta del pomodoro” contro la crisi occupazionale

by Tony Fabrizio
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Vannaccismo

Roma, 25 set – Roberto Vannacci ha trovato chi raccoglierà i pomodori dopo che avrà cacciato i migranti: voi. Non è una battuta venuta male a un comico. È, più o meno, il punto di arrivo del ragionamento che il generale ha svolto rispondendo a una domanda di Giovanna Pancheri di Sky TG24. La domanda, per una volta, era talmente semplice e intrisa di quel sinistrismo da salotto da sembrare quasi insidiosa. Se si mandano via i migranti e rimangono scoperti tutti quei lavori che oggi vengono svolti in larga parte da loro, chi li farà? E se a perdere il lavoro fosse un italiano qualificato, magari un laureato o un operaio specializzato, cosa succederebbe? Se l’ufficio di collocamento gli proponesse di raccogliere pomodori e lui rifiutasse, perderebbe il sostegno? Vannacci ha risposto che sì, bisognerebbe accettare «qualsiasi proposta» venga fatta dallo Stato o dai servizi per l’impiego. Mentre nel frattempo, con calma, si potrà cercare qualcosa di più qualificato e più adatto alle proprie aspirazioni.

Una questione di intercambiabilità

Eureka! È una soluzione talmente semplice che viene quasi da chiedersi perché l’economia mondiale non ci abbia pensato prima. Il laureato perde il lavoro? Pomodori. L’ingegnere? Fragole. Il tornitore specializzato? Melanzane. L’architetto con vent’anni di esperienza? Vendemmia. Il programmatore informatico? Zucchine. E senza fare troppo gli smorfiosi perché professionisti e lavoro debbono essere intercambiabili.

E se qualcuno obietta che forse un ingegnere aerospaziale potrebbe essere impiegato meglio in un’attività nella quale servono competenze di ingegneria aerospaziale, si rischia di cadere nell’assistenzialismo, nello schizzinoso, nell’autorealizzazione. In tutte quelle pericolose debolezze della società contemporanea che evidentemente il pomodoro non conosce.

Del resto, l’autorealizzazione può aspettare. Il pomodoro no. Naturalmente c’è una cosa che sarebbe bene non perdere di vista, soprattutto mentre ci si diverte con questa idea: raccogliere pomodori è un lavoro serio. Anzi, è proprio questo il punto.

Vannacci e i lavoratori

Il problema della proposta non è che Vannacci abbia scoperto un lavoro indegno. Il lavoro agricolo non è affatto indegno. È una delle attività più antiche e necessarie dell’uomo. Nell’agricoltura contemporanea, richiede esperienza, capacità, organizzazione, conoscenze tecniche, resistenza e responsabilità. Chi lavora nei campi non è un disoccupato parcheggiato in attesa di un’occupazione vera. È un lavoratore.

E proprio per questo merita di essere pagato come tale. La terra non è la discarica della disoccupazione italiana, così come il bracciante straniero non è la discarica del mercato del lavoro europeo. Il campo non dovrebbe essere il luogo nel quale spedire chi non trova altro. Ma quello nel quale chi sceglie di lavorare possa svolgere un mestiere dignitoso e ricevere una remunerazione dignitosa.

Meno – o meglio Marinetti – e più Corridoni

Qui, semmai, ci sarebbe bisogno di un po’ meno Marinetti e di un po’ più Corridoni. Perché la questione del lavoro non si risolve facendo correre gli uomini più velocemente da una mansione all’altra come figurine intercambiabili. Il lavoro è competenza, professionalità, organizzazione, salario e dignità. E quando il lavoro viene pagato troppo poco, la risposta non dovrebbe essere quella di cercare un lavoratore ancora più disperato disposto ad accettarlo.

Questo vale per l’immigrato e vale per l’italiano. Anzi, proprio qui la soluzione di Vannacci diventa curiosamente contraddittoria. Se il problema è che alcuni lavori agricoli vengono svolti da immigrati perché questi, essendo spesso in condizioni di particolare vulnerabilità, possono essere sottoposti a condizioni salariali e lavorative peggiori, non è sufficiente sostituire il lavoratore straniero con un italiano disoccupato. Bisogna intervenire sulle condizioni che rendono possibile lo sfruttamento.

Altrimenti abbiamo trovato una soluzione meravigliosa. Prima il caporale sfrutta il migrante, poi lo Stato sfrutta la sua assenza di alternative e gli manda il disoccupato italiano.

Cambia il bracciante, non il meccanismo

È come cambiare il cameriere in un ristorante nel quale il conto è sempre sbagliato. Il problema non è chi porta il conto. Il problema è il conto. E il conto, nel mercato del lavoro agricolo, si chiama salario. Se la raccolta dei pomodori viene pagata decentemente, se il contratto è regolare, se le condizioni di lavoro sono dignitose, se il trasporto e l’alloggio non diventano strumenti di ricatto, se il caporalato viene combattuto seriamente, allora improvvisamente accade qualcosa di straordinario: non serve più spiegare agli italiani che devono andare nei campi.

Potrebbero andarci spontaneamente. Perché sarebbe un lavoro e non «il lavoro che gli italiani non vogliono fare» che già adesso non è una cosa che corrisponde a verità. Non «il lavoro da rifilare al disoccupato che altrimenti perde il sussidio». Un lavoro. Pagato. È una differenza piuttosto importante. Per questo la grande trovata occupazionale di Vannacci non è né una politica dell’immigrazione né una politica del lavoro. Non risolve davvero il problema dell’immigrazione – né vuole risolverla visto che la proposta sulla remigrazione, dopo essersi riempito la bocca in ogni comparsata televisiva, anche lui contribuisce a cullare la proposta in Parlamento affinché dorma – perché non spiega come governare i flussi, l’integrazione, la legalità e il fabbisogno di manodopera. E non risolve il problema del lavoro. Perché non dice come aumentare produttività, salari, formazione, investimenti e potere d’acquisto. Dice soltanto che, se perdi il tuo lavoro, devi essere disposto ad accettare qualunque cosa.

La soluzione (contraddittoria)

È una filosofia occupazionale che potrebbe essere riassunta dallo slogan quasi pentastellato riveduto e corretto “dell’uno vale un altro”. Non importa quanto sai fare, importa quanto sei disposto a fare per non perdere il sussidio. E questo, francamente, ha qualcosa di assai poco futurista. Anche perché la proposta arriva da un generale dell’Esercito che nel 2024 è stato sospeso dall’impiego per undici mesi dopo il procedimento disciplinare legato alla pubblicazione de Il mondo al contrario; il TAR del Lazio ha poi confermato la sospensione respingendo il suo ricorso.

Ora, per carità, nessuno pretende che un generale sospeso debba andare a raccogliere pomodori. Sarebbe una caricatura e Vannacci ha tutto il diritto di reinventarsi professionalmente. Infatti la sua giravolta è stata piuttosto rapida: dalla divisa alla candidatura politica, fino all’elezione al Parlamento europeo, sorvolando i campi in business class. Ma proprio per questo la scena possiede una sua involontaria comicità. Agli altri dice: avete perso il lavoro? Accettate qualsiasi cosa. A lui la vita ha offerto un’altra possibilità: cambiare mestiere. Che è esattamente ciò che dovrebbe poter fare qualsiasi lavoratore.

Non è necessario essere generali per avere diritto a una seconda possibilità professionale. Non bisogna essere europarlamentari per poter dire che un lavoro non corrisponde alla propria esperienza e cercarne un altro. E soprattutto non si dovrebbe trasformare la necessità di lavorare nella necessità di accettare qualsiasi condizione.

Il lavoro come forma di autonomia

La mobilità professionale è una cosa seria. La disponibilità a fare lavori diversi è una virtù. La cultura del mestiere è una cosa nobilissima. Ma tutto questo ha senso se il lavoratore resta una persona, non se diventa un pezzo di manodopera da spostare dove manca. È qui che Corridoni torna a essere più moderno del futurismo da campo di pomodori.

Il lavoro non deve essere una punizione per chi è rimasto senza lavoro: deve essere una forma di autonomia. E chi lavora deve avere la forza contrattuale per dire non soltanto «sono disposto a lavorare», ma anche «questo lavoro vale tanto». Perché se un ingegnere deve accettare qualsiasi paga pur di non perdere il sussidio, mentre un bracciante deve accettare qualsiasi paga pur di non perdere il posto, non abbiamo due problemi diversi. Abbiamo lo stesso problema: la svalutazione del lavoro.

Ed è qui che la polemica sull’immigrazione rischia di diventare una gigantesca distrazione. Si discute per ore di chi debba raccogliere i pomodori e molto meno di quanto debba essere pagato chi li raccoglie. Si discute della sostituzione del lavoratore e molto meno del potere d’acquisto. Alla soluzione del migrante che ruba il lavoro si sostituisce il problema del sistema che rende conveniente pagare poco quel lavoro. Il pomodoro diventa così il protagonista di una guerra culturale mentre il salario resta tranquillamente seduto in platea.

L’operazione Vannacci

A vedere le soluzioni, anzi le trovate del Generale, viene da pensare che questi sia solo un succedaneo di quella sinistra che vede il problema nella scomparsa degli immigrati da sfruttare nel lavoro dei campi. D’altronde il fenomeno Vannacci con la pubblicazione de Il mondo al contrario fu lanciato proprio dalle colonne di Repubblica che dettò alla destra l’agenda di chi leggere e chi seguire. E ha risollevato anche giornali proprio come Repubblica: Vannacci è un personaggio mediaticamente molto redditizio. Le sue provocazioni producono reazioni, le reazioni producono titoli, i titoli producono altre dichiarazioni e altre dichiarazioni producono altri titoli. È un circuito perfetto, nel quale il generale finisce per essere contemporaneamente protagonista e combustibile della macchina mediatica.

Osservare il meccanismo

Non serve nemmeno immaginare una cabina di regia a Repubblica, basta osservare il meccanismo. E forse la cosa più divertente è che, alla fine, Vannacci rischia di essere il miglior ufficio stampa involontario dei suoi avversari. Ogni volta che propone una soluzione estrema, qualcuno la prende sul serio, qualcun altro si scandalizza, qualcuno replica e il generale torna al centro della scena. Tutti lavorano. Tranne, forse, il problema. Che non è quello di strappare consensi al centrodestra e alla Meloni quanto quello di non farsi votare dai laureati che verrebbero spediti dritti nei campi. Non è, forse, un implicito invito a votare Bonaccini che, da solo diplomato, diventerebbe il punto di riferimento del mondo accademico?

Non sappiamo se un laureato voterebbe Vannacci. Forse, è questa la vera curiosità sociologica da studiare. Non tanto quale titolo di studio abbia chi vota Vannacci, ma quale titolo di studio serva per capire che un salario da fame non diventa un buon salario soltanto perché al posto del migrante ci metti l’italiano. La terra non è una discarica, il lavoro non è una punizione, il bracciante non è un lavoratore di serie B, l’’ingegnere disoccupato non è un paio di braccia inutilizzate.

E un generale sospeso dall’Esercito che si reinventa politico non dovrebbe avere bisogno di spiegare agli altri che cambiare mestiere è possibile: lo ha dimostrato lui stesso.

Tony Fabrizio

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