Roma, 1 set – Vasco Rossi è uno che non ha mai sbagliato un album. Uno che, a oltre 70 anni “suonati” e praticamente mezzo secolo di carriera, ancora sale sul palco e ancora incendia l’animo di diverse generazioni. Il rocker di Zocca, quarantaquattro anni dopo, sente il bisogno di spiegare la genesi di Vita spericolata, una delle sue canzoni più celebri. Quasi il suo marchio di fabbrica. E questa dichiarazione ha un po’ il sapore del comico che deve spiegare la battuta. Addirittura fuori tempo massimo.
Lo “spericolo” del Blasco e il “pericolosamente” del Vate
Il Blasco è un cantante e, seppur spericolato, le sue gesta più temerarie sono state quelle di affrontare il pubblico che temeva. Magari sotto l’effetto di anfetamine e poi dell’alcol che lo portava sul palco quasi sempre ubriaco. E nella battaglia combattuta tra il coraggio e la paura ha sempre vinto quest’ultima. Ma, se si parla di pericolo, non si può non riflettere sulla distinzione che corre tra il parlare di vita spericolata e il vivere pericolosamente. C’è una truffa semantica che dura da oltre quarant’anni nell’immaginario collettivo di questa Nazione stracca, ed è l’idea che un rocker emiliano con la voce piallata dall’alcol e dal fumo rappresenti il vertice della trasgressione e dell’esistenza spericolata. Un equivoco comodo e borghese che ha scambiato l’avventura con qualche sbronza al bar, scambiando un’infilzata di banalità da autogrill per filosofia di vita.
Si potrebbe scomodare una sfilza di eroi temerari da cui prendere esempio, a patto poi di saperli incarnare. Su tutti Gabriele D’Annunzio – per inciso, nessuno può pretendere che un cantante debba occupare Fiume, volare su Vienna o guidare legionari per meritarsi la sua buona stella. Il punto è che D’Annunzio appartiene a un’epoca in cui il “vivere pericolosamente” indicava una concezione dell’esistenza fondata sulla prova, sull’azione, sull’assunzione integrale del rischio. Il Vate, non ci interessa qui perché “più coraggioso” di Vasco Rossi, confronto che sarebbe tanto facile quanto insensato (e impietoso). Ci interessa perché incarna una concezione del pericolo radicalmente diversa, e quindi ci aiuta a vedere lo scarto con il presente. In breve. Per D’Annunzio il “vivere pericolosamente” assume la forma di una tensione guerriera, superomistica e tragica: carne, sangue e poesia, sfida alla mediocrità del mondo, volontà di trasformare la propria vita in un’opera d’arte. Dall’altra parte abbiamo “vita spericolata” e una concezione del rischio che appartiene pienamente all’epoca post-ideologica del “vorrei ma non posso”, della droga facile e del tengo famiglia.
La frattura linguistica tra “spericolato” e “pericolosamente”
I germi di questo malinteso risalgono infatti all’estate del 1982. Vasco stesso spiega che si trova chiuso in un’automobile in Sardegna, bloccato da un diluvio che ha fatto saltare le prove per un suo concerto. Da mesi si trascina dietro un provino musicale composto da Tullio Ferro per il quale non riesce a trovare un testo decente: il primo, tragicomico verso provvisorio recitava addirittura “Io voglio Licia…”. Lì, al sicuro nell’abitacolo mentre fuori piove, gli arriva l’illuminazione: “Voglio una vita…” e poi, di seguito, “spericolata”. Un manifesto generazionale nato non dalla polvere di un’impresa reale, ma dal desiderio un po’ frustrante di essere qualcosa che non si è. L’inno del vorrei essere qualcun altro mentre resto bloccato nella mia irrimediabile quotidianità. E questo spiega anche il segreto del suo irrimediabile successo.
Il trucco della canzone risiede innanzitutto nella scelta dei vocaboli. L’aggettivo “spericolato” indica colui che agisce sconsideratamente, privo di cautela, che si espone al pericolo in maniera temeraria, quasi facendosene beffa. È la cosciente incoscienza della bravata, l’azzardo di chi accelera a fari spenti nella notte per vedere se è così facile morire. Nel passaggio dal latino periculum, nel suo senso originario anche di prova e cimento, alla spericolatezza moderna si può leggere simbolicamente l’intera transizione dall’azione tragica ed esperienziale alla pura incoscienza priva di costo personale. Il pericolosamente dannunziano, quindi, non è la bravata di un momento, ma la ricerca metodica, cosciente e tragica del cimento: l’atto deliberato di mettere a repentaglio qualcosa di sé per plasmare il proprio destino. In D’Annunzio il pericolo è un’esperienza di conquista e affermazione, la “spericolatezza” vaschiana, al contrario, è una posa, un atteggiamento che diventa prodotto culturale.
Il rifugio della borghesia decadente
Il punto interessante, infine, non è stabilire se Vasco Rossi sia stato davvero “spericolato”, ma capire perché quella parola abbia funzionato così bene nell’Italia degli anni Ottanta. Dopo un decennio segnato dalla politica, dagli scontri di piazza, dalla violenza e da appartenenze molto più rigide, una parte del Paese aveva semplicemente voglia di altro: meno ideologia, meno disciplina, meno grandi cause e più spazio per la vita privata, il divertimento e l’individuo. È dentro questo passaggio storico che Vita spericolata trova il suo terreno ideale. La ribellione non deve più necessariamente tradursi in un gesto politico, in una scelta irreversibile o in una rottura reale con il proprio ambiente. Può diventare uno stile, un atteggiamento, perfino un modo di raccontare malinconicamente se stessi.
Il “maledettismo” di Vasco non chiede a chi lo ascolta di mollare tutto, rischiare davvero o cambiare il mondo. Offre qualcosa di molto più consolatorio e, proprio per questo, molto più popolare: la possibilità di sentirsi fuori dalle regole senza doverne davvero uscire. Si può avere un lavoro, una casa, una famiglia, una vita perfettamente ordinaria e continuare a riconoscersi in quel “voglio una vita come quelle dei film”. Quarant’anni dopo, il paradosso è solo più evidente. Quella che nasce come dichiarazione di insofferenza verso una vita normale viene cantata da decine di migliaia di persone all’interno di uno degli spettacoli più organizzati, costosi e prevedibili che esistano: lo stadio, il biglietto acquistato mesi prima, il posto assegnato, lo smartphone alzato per registrare il ritornello. Ma questa, ovviamente, non è colpa di Vasco. Non l’ha mica inventato lui lo showbiz. Lui ha scritto una canzone. È l’Italia che, per quarant’anni, ha voluto scambiare il desiderio di una vita spericolata con la spericolatezza stessa.
Tony Fabrizio