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Verticale, coraggioso, maschio: la risposta italiana… al calcio italiano

by Marco Battistini
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Roma, 24 set – Dodici anni senza azzurri al Mondiale, sedici primavere dall’ultima Champions League alzata da una squadra italiana. Che si parli di nazionale oppure di club il discorso non cambia: da queste parti il calcio continua ad essere in crisi mistica. Tra i tanti addetti ai lavori che nel tempo hanno provato ad analizzare le cause – dai bambini che-non-giocano-più per strada alle colpe degli stadi fatiscenti, qualunque cosa si voglia dire con queste due formule – in pochi sono davvero riusciti a centrare i punti della questione.

Le analisi di Fabregas e Capello

Ipertrofia tattica, timidezza offensiva, scarsa intensità. Volendo riassumere all’osso sono questi i principali problemi che frenano la rinascita dello sport nazional-popolare per antonomasia. Perché si può parlare di tutto ma alla fine il vero protagonista è sempre il rettangolo verde.

Cesc Fabregas non è sicuramente un mostro di simpatia. Il suo modo di comunicare può non piacere. Ma della specifica materia, va detto, ne mastica. Intervistato dal New York Times a fine 2025/26 ha spiegato che l’eccessiva attenzione della nostra scuola nei confronti della fase di non possesso avrebbe portato ad un appiattimento verso il basso della proposta complessiva di gioco. Difficile dargli torto.

Rimanendo sul tema tattico Fabio Capello ha invece recentemente puntato il dito sull’altro lato della medaglia. Secondo l’ex tecnico di Milan, Roma, Juventus e Real Madrid un’errata assimilazione del guardiolismo ha finito con il deresponsabilizzare i calciatori: a vedere certe partite sembra che il primo obiettivo sia diventato quello di non perdere pallone. Non di fare gol. Sforniamo sempre più calciatori che sanno “prevedere”, sempre meno capaci di rompere lo spartito della partita. Meno verticalità, riduzione all’osso dei rischi, azzeramento del saper giocare sotto pressione: manca (soprattutto) il coraggio. 

Troppa tattica, poca intensità

Ma troppa tattica significa anche troppa poca intensità. Nello scorso mese di aprile i tipi di Sky Sport hanno snocciolato qualche dato interessante: la Seria A non rientra nella top ten per metri percorsi in accelerazione, fa viaggiare il pallone con una velocità nettamente minore rispetto ai campioni esteri di riferimento (e ovviamente alla media della Champions League). Si salta l’uomo poco e male, si pressa ancora peggio. 

Qualcosa però si starebbe finalmente muovendo. I numeri non spiegano tutto, ma ci restituiscono parecchi spunti e possibili punti di osservazione. Prendiamo per esempio la classifica della massima competizione nazionale: al comando troviamo Roma e Inter, in zona Europa sorprendentemente figurano Cagliari e Frosinone. Quattro squadre – due  grandi e due piccole – figlie legittime di altrettanti modi di interpretare il calcio. Eppure, tra differenze e punti di contatto, capaci di portare qualcosa di nuovo nel menù ormai ammuffito del pallone nostrano.

Le nuove coordinate del calcio italiano: profondità e concretezza 

Della rivoluzione gasperiniana – che prima ha condotto l’Atalanta su vette inimmaginabili e poi rigenerato tutto l’ambiente romanista – sappiamo vita, morte e miracoli. Un calcio aggressivo, uomo contro uomo, che vola sulle corsie laterali e cerca di capitalizzare al massimo ogni transizione disponibile. I giallorossi sono terzi per tiri totali a gara (20,6) secondi per contrasti e primi per intercetti a partita – rispettivamente 20,6 e 13,8.

Se Gian Piero Gasperini è in sella da quasi un quarto di secolo, Fabio Pisacane del Cagliari ha fatto appena in tempo a concludere la sua prima stagione nelle vesti di allenatore. Giovane e, se vogliamo, più legato alla tradizione: poco possesso palla (penultimi con il 40,8%), molte chiusure difensive – con una media di 30,4 a partita fa meglio solamente il Frosinone. I rossoblu vantano finora la miglior difesa del campionato, lasciano forse qualcosa allo spettacolo ma, per una squadra che ha la salvezza come obiettivo primario, rappresentano il giusto compromesso su come si possa ricercare una certa compattezza pensando allo stesso tempo in maniera verticale. 

Meno fischi, più ritmo

C’è una statistica (dati Opta) che – sicuramente aiutata da un metro arbitrale meno pervasivo rispetto all’ultimo lustro – ci aiuta a capire come in questo primo spezzone di campionato si sia giocato di più. Da una media di venticinque falli a partita siamo passati a quota ventidue e mezzo: meno fischi significano più tempo effettivo, meno interruzioni portano fisiologicamente a un ritmo più alto.

Tornando alla testa della classifica ecco un altro tecnico “alle prime armi” – ma con già scudetto e Coppa Italia in bacheca. Dodici mesi dopo la mano di Cristian Chivu nello spartito interista si vede, eccome: aggressiva e votata alla profondità la squadra nerazzurra è riuscita ad evolversi nel corso dei mesi crescendo anche in quell’intensità che servirebbe come il pane al resto del calcio italiano. Tra le differenze rispetto alla precedente gestione tecnica anche un ricorso decisamente più frequente al contatto fisico propriamente detto. Per ovvi motivi di natura qualitativa la proposta di gioco della Beneamata, ancora alla ricerca dell’equilibrio migliore in fase di non possesso, risulta essere più elaborata rispetto ad altre realtà.

Come soldati in missione

Questa compattezza da ricercare “in avanti” è anche il marchio di fabbrica del Frosinone di Massimiliano Alvini. Partito dal medio dilettantismo, il tecnico toscano ha alle spalle una lunga gavetta e tutta una serie di campionati scalati vincendo sul campo: Promozione, Eccellenza, Serie D, Serie C, Serie B. Ad ogni modo la sua proposta è più all’avanguardia che mai: pressione maschia, baricentro alto, squadra corta.

La ricerca del risultato non passa dal possesso palla, ma dal controllo della partita: i gialloblù – che spiccano per età media e utilizzo di calciatori italiani (rispettivamente 23,9 e 70%) – vanno coraggiosamente alla ricerca dell’avversario, tolgono ossigeno al fuoco nemico e cercano senza troppe superfluità di arrivare il più veloce possibile alla conclusione. Significativo il dato che ci fornisce Opta: per quanto riguarda il pressing offensivo (Passes Per Defensive Action, ovvero quanti passaggi si concedono in media agli avversari prima di compiere un intervento di recupero palla) Raimondo e soci primeggiano, superando in tal senso pure la Roma – 9,5 contro 9,9.

Ma proprio guardando in casa della realtà neopromossa c’è qualcosa che va oltre ogni aspetto tecnico, fisico e tattico. Nell’ultimo turno di campionato il Frosinone ha affrontato al Benito Stirpe proprio il Como di Cesc Fabregas. Alla vigilia l’allenatore catalano aveva avvisato i suoi: «Avremo di fronte undici fratelli disposti a morire l’uno per l’altro». Per la cronaca finirà 2-0 per i padroni di casa e chi vive quotidianamente l’ambiente ciociaro ci descrive l’atteggiamento degli uomini di Alvini come quello di soldati in missione.

«Sono tutti sulla stessa linea» sempre per dirla con l’ex centrocampista di Arsenal, Barcellona e Chelsea: il calcio italiano ha forse iniziato a rispondere ai suoi stessi interrogativi.

Marco Battistini

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