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Roma, 28 ott – A inizio emergenza coronavirus, la Società Italiana di Cardiologia (Sic) lanciò un allarme evidentemente inascoltato: “Nei pazienti con infarto è stata notata una sorprendente riduzione dei ricoveri superiore al 50%” nella settimana fra il 12 e il 19 marzo scorso. Oggi la situazione non è affatto cambiata, come fatto notare da Francesco Romeo, direttore dell’Unità operativa complessa di Cardiologia del Policlinico Tor Vergata di Roma. “Stanno crollando i ricoveri di elezione per malattie cardiovascolari. Significa che stiamo perdendo il 50% di quei pazienti che ci segnalano una sintomatologia non acuta, non da infarto in atto, ma che avremmo potuto ospedalizzare intercettando una sindrome coronarica a rischio di morte improvvisa”, ha dichiarato Romeo all’Adnkronos.

“Persi 4 mesi, ora è un disastro”

Il cardiologo fa notare che in questo momento è dimezzata “la capacità ricettiva di un reparto ad altissimo volume come il mio, che in genere era tutto pieno”.
Ma il grido di allarme, come detto, era già stato lanciato. Nulla però è stato fatto in concreto per evitare che si ripetesse quanto accaduto in primavera, riorganizzando ad hoc la ripresa dell’attività ospedaliera. “Abbiamo perso 4 mesi“, ha detto Romeo. “Ora si va di nuovo di corsa ad aprire le sale operatorie che diventano terapie intensive e non si fanno più gli interventi. Dal mio punto di vista, è un disastro”. Lo specialista in cardiologia fu tra l’altro il primo a denunciare a inizio emergenza il “calo degli accessi di pazienti con infarto nei nostri pronto soccorso, pari al 30-40% tra febbraio e marzo”. E “oggi, se uno si deve ricoverare in elezione, deve fare un tampone il giorno precedente, non di quelli antigenici rapidi ma il classico tampone molecolare, e la gente fuori ha difficoltà ad accedere al tampone. E poi bisogna organizzare il ricovero con tutto ciò che comporta”.

Il problema del pronto soccorso

C’è dunque un problema serio e “la soluzione che si prospetta a questi pazienti è il pronto soccorso. Purtroppo, però, in questo momento per il malato vuol dire recarsi in un luogo dove accanto a lui c’è un paziente che poi risulta Covid positivo. Non è una teoria, lo vediamo nella pratica”, assicura Romeo. “Io ho un’infinità di pazienti che arrivano, si fanno il tampone al pronto soccorso dove probabilmente contraggono l’infezione” da coronavirus, “per cui entrano con un tampone negativo e prima di uscire diventano positivi. Entrano negativi e diventano positivi nel percorso dal pronto soccorso ai reparti, che così si svuotano”.

Ci sono poi molte persone che hanno “paura di andare al pronto soccorso. E davanti a una sintomatologia che non sia eclatante, che non dia un’immediata compromissione delle funzioni vitali, se ne sta a casa e magari è un infartuato che perdiamo”. Cosa fare quindi? Secondo il cardiologo “vanno differenziati i percorsi” tra pazienti Covid e non Covid, e “vanno fatti i tamponi rapidi”, proprio per segnalare quello che osserviamo nella realtà e per portarlo insieme all’attenzione delle istituzioni”.

Alessandro Della Guglia

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