un ruolo per le compagnie militari privateRoma, 27 mar – Il 21 marzo a Montecitorio, nella cornice della Sala della Lupa, si è svolto il convegno specialistico sul ruolo delle “Private Military Security Companies” organizzato dalla Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis). Un evento a cui ho partecipato volentieri, invito dovuto probabilmente al “nostro ruolo” nella vicenda Marò, ma poiché la materia trattata può essere recepita male o strumentalizzata trovo utile farne un resoconto. Io stesso sono partito con una certa apprensione temendo un tentativo di “privatizzazione” del ruolo delle Forze Armate. Niente di tutto questo ma purtroppo queste sciagurate “vendite” dei ruoli pubblici in altri settori ci sono state. Il nodo della questione è stato ben sintetizzato dal rappresentante dell’ENI, la nostra compagnia petrolifera. In Libia prima della sciagurata guerra imposta dal francese Sarkozy per motivi economici ed elettorali, operavano stabilmente 200 imprese italiane, ora solo l’ENI. Il motivo è che l’ENI ha la struttura in grado di assicurare protezione ai suoi impianti tramite compagnie di sicurezza specializzate mentre le altre aziende, di cui qualcuna ha anche tentato di autoproteggersi in questo modo, hanno dovuto rinunciare e abbandonare il campo. E quindi è facile immaginare quale danno ne è venuto per gli interessi economici dell’Italia: in sostanza l’estromissione dalla Libia.

Il punto è che in Italia manca una legge che regolamenti l’attività delle “Private Military Security Companies” che dovrebbero operare ancora secondo il Testo Unico di Pubblica Sicurezza del 1931, e quindi di fatto “non operare”. E quindi si è fatto l’esempio della società italiana che in Iraq sta lavorando al consolidamento urgente della diga di Mosul (minacciava di crollare per mancanza di manutenzione) e che viene protetta da un contingente di 400 Bersaglieri, mentre trattandosi anche dal punto di vista giuridico di “interessi privati”, questa sicurezza dovrebbe altrettanto essere privata anziché coinvolgere direttamente lo Stato italiano con le conseguenze giuridiche, politiche e diplomatiche che questo comporta. Quindi questo settore è coperto da Compagnie di Sicurezza Militare straniere, in primis americane che fanno la parte del leone sul mercato mondiale ma anche russe, inglesi, cinesi, indiane e così via fino ad arrivare a “protettori” locali abborracciati e inaffidabili. In sostanza in Italia esistono le competenze (gli ex militari), l’imprenditorialità, la dimensione, ma non si può operare, a dire che le aziende italiane che operano all’estero non possono rivolgersi a compagnie di sicurezza italiane per mancanza di una legge che regolamenti la loro attività.

Si è evocato anche il caso Marò. Dopo la vicenda che ha visto protagonisti i due sottufficiali italiani del Reggimento San Marco, che proteggevano una petroliera italiana in zona ufficialmente dichiarata dall’Onu a rischio pirateria, si è valutata da parte della Marina Militare la possibilità di far eseguire queste scorte da personale di sicurezza in ambito “Federsicurezza” (sono quelli che in Italia proteggono banche, centri commerciali, aziende) ma, come ha spiegato il Presidente di Federsicurezza per ogni tratta di scorta (ad esempio i Marò stavano sulla tratta Ceylon-Dubai) ci sarebbe stato bisogno di 54 autorizzazioni diverse. E inoltre comunque le guardie private avrebbero potuto proteggere solo le merci, se i pirati avessero aggredito “l’uomo” (il Capitano o un membro dell’equipaggio) avrebbero dovuto astenersi e chiamare la Polizia (in Italia!). E chiaramente non se ne è fatto niente. Per cui ora le navi italiane sono protette da compagnie di sicurezza straniere. L’altro problema non evocato nel convegno forse per delicatezza ma su cui è bene intervenire è quello delle armi. Se per proteggere una banca in Italia basta la pistola, per la diga di Mosul o per un cantiere in Libia la pistola non serve a niente.

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Un’immagine del convegno svoltosi a Roma alla Camera dei Deputati

E quindi figuriamoci subito le polemiche delle anime belle sulle “compagnie militari private dotate di armi pesanti!” per proteggere “interessi economici”, che un giorno potrebbero sbarcare a Anzio come gli alleati nel 1943 per “soffocare la Democrazia”. Non è che ce lo risparmiamo se si formano i Comitati per proteggere “Gaia” dal tubo del gasdotto (Gaia soffre e si vendica coi terremoti) o i pesci dal rigassificatore (il mare si fredda e i pesci non hanno i cappotti). Insomma noi oltre alla inerzia legislativa abbiamo anche i professionisti della strumentalizzazione, esperti nel crearsi un seguito di invasati per iniziare la scalata agli scranni politici. Ma è ovvio invece che il problema della sicurezza delle nostre aziende all’estero esiste, sarà sempre più marcato visto che ci avviamo verso una situazione di terrorismo endemico e instabilità globale, e che sarebbe molto meglio se le aziende italiane potessero rivolgersi a compagnie militari private italiane per avere un quadro giuridico chiaro e netto di riferimento contando inoltre su professionalità certificate dallo Stato. In ultimo al convegno come presenza “politica” c’era il Sen. Nicola Latorre (Presidente della Comm. Difesa del Senato, e quindi presenza direi doverosa) mentre ha brillato l’assenza dei rappresentanti degli altri partiti, se qualcuno c’era non si è fatto riconoscere. Gli altri paesi hanno già provveduto da anni a legiferare, regolamentare e autorizzare proprio per creare gli strumenti di protezione degli interessi nazionali all’estero. Da noi queste materie sembra interessino poco o niente.

Luigi Di Stefano

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