Genova, 29 dic – Quaranta pagine. In questo fascicolo è racchiusa una parte del destino del Ponte Morandi. Si tratta degli incartamenti del ricorso che Autostrade per l’Italia ha presentato, nei giorni scorsi, contro la nomina del commissario ed i suoi primi decreti.

A muovere Autostrade, che si è rivolta al Tar della Liguria, sono considerazioni di carattere economico e non. Oltre a “considerare il Decreto Genova portatore di numerosi profili di illegittimità”, spiegano dalla società, ciò che Aspi contesta sono anche le esternazioni della politica e il fatto di vedersi usata come “bancomat” senza però allo stesso tempo essere considerata tra i partecipanti al ripristino della struttura. Questo in virtù della concessione che il governo ha inteso toccare, nonostante la ventilata (ma poi ritirata) ipotesi nazionalizzazione: “Tutte le attività inerenti la demolizione e la ricostruzione del ponte – si sottolinea infatti – rientrano tra quelle comprese nell’esclusivo perimetro della concessionaria”.

Autostrade non arretra dunque di un centimetro dai suoi propositi di far parte della squadra chiamata a ricostruire l’opera, da lei stessa considerata strategica per la viabilità di Genova. Proprio per questo motivo, la società di famiglia di Benetton ha sì presentato ricorso, ma senza chiedere la sospensiva dei decreti al fine di non ostacolare l’avanzamento dei lavori. Una mera operazione di pubblicità, se fosse confermata l’indiscrezione per cui Autostrade avrebbe, nelle settimane successive alla tragedia, acquistato terreni e capannoni delle aziende colpite dal crollo. Un modo, dicono dalla società, per aiutarle nell’immediato. Ma anche – visto che per costruire i nuovi piloni bisognerà passare dall’esproprio di quelle aree – per far sentire la propria voce, potendo così godere di una forza contrattuale potenzialmente capace di mettere i bastoni tra le ruote al commissario. Rischiando di prolungare di mesi – se non addirittura anni – la ricostruzione del viadotto.

Filippo Burla

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