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Roma, 20 feb – In seguito al caso Bibbiano, nel 2019, era scaturita la riforma “Allontanamenti Zero” dell’avvocato Chiara Caucino. Al momento della presentazione l’assessore regionale del Piemonte aveva dichiarato: «Nella nostra regione c’è troppa facilità negli allontanamenti dei minori. Ne abbiamo in numero superiore rispetto alla media nazionale. Dobbiamo essere più cauti e intervenire solo se ci sono situazioni di reale pericolo».

Maurizio Marchisio: 4 bambini tolti al padre (e alla madre)

L’avvocato invitava, inoltre, ad inoltrare segnalazioni su casi sospetti. Così Maurizio Marchisio, venuto in contatto con l’assessore Caucino, aveva fatto inviare all’ufficio dedicato una dettagliata documentazione relativa alla vicenda che riguarda lui e i suoi 4 figli, tolti al padre e alla madre nel 2008 con motivazioni strumentali.
La storia comincia nell’aprile 2007: Maurizio Marchisio e la compagna, madre dei bambini, vanno in crisi. Ad inizio 2008 lei si rivolge ai servizi sociali e alla neuropsichiatria infantile di Saluzzo. Su suggerimento degli operatori di quegli uffici e a totale insaputa del padre, la donna lo denuncia nel marzo 2008 di violenza sessuale (mai commessa) e maltrattamenti.
Secondo l’accusato sono fatti a cui il personale arriva attraverso ricostruzioni manipolate, travisate ed estorte alla madre attraverso una fortissima pressione. Su Marchisio piombano pesantissime diffamazioni, in seguito alle quali l’uomo verrà accusato, calunniato a mezzo stampa, dipinto come tossicodipendente, pedofilo, con relazioni extraconiugali. Infine condannato senza un giusto processo, preventivamente incarcerato sino a fine pena, scontata per intero.

Un figlio ridotto a un infermo psichiatrico

Maurizio Marchisio, mentre si trova nel carcere di massima sicurezza di Cuneo, invia nel 2009 la sua prima istanza al tribunale penale. Nel 2010 presenta un esposto al Tribunale dei Minori. Nel 2012 presenta una querela contro il responsabile dei servizi sociali Fabrizio Castellino. Non avendo mai avuto alcun riscontro, nel 2014 si rivolge al Consiglio superiore della magistratura, inviando un esposto di 40 pagine al ministro della Giustizia Andrea Orlando, con richiesta di ispettori. L’esposto viene indirizzato anche all’ordine degli avvocati di Torino, al Procuratore capo della Repubblica presso la Procura di Torino, chiedendo una procedura d’urgenza e verifica di tutti i fatti compiuti dalle varie figure gravitanti nella Asl e nella Neuropsichiatria infantile Cuneo 1 e sugli avvocati, che ravviserebbero 23 presunti reati commessi nei suoi confronti verso i figli e anche sulla ex compagna.
Dopo una nuova richiesta di aiuto lanciata nel 2018 dal figlio Emanuele, Maurizio Marchisio – che non ha mai ricevuto risposta da parte di nessun ufficio interpellato – racconta la sua storia in un video postato sulla sua pagina social. Dopo poco riceve una denuncia con richiesta di rimozione.
In questi anni i suoi quattro figli hanno vissuto in varie comunità. Il padre è particolarmente preoccupato per uno di loro, Emanuele. Quando venne preso in carico dalla neuropsichiatria infantile aveva 4 anni. Il bambino ha ricevuto trattamenti a base di psicofarmaci che lo hanno portato a sfiorare la schizofrenia, arrivando a pesare 140 chili, a soffrire di colecisti a 13 anni, un Tso a 14 anni. Praticamente ridotto a un invalido psichiatrico. In comunità, in assenza della mamma, è stato picchiato e molestato pesantemente dagli operatori. Vessato con pugni, schiaffi, tagli sulle mani perché chiedeva di vedere il padre. Di questo ragazzo, che oggi ha 16 anni, il padre non ha sue notizie dal 2018.

Silenzi e omertà. E i conflitti d’interesse dei servizi sociali

Racconta Maurizio Marchisio: “Sono anni che provo a bussare alla porta delle istituzioni e dei tribunali, ho presentato istanze e ricorsi. Sono stato falsamente accusato, ho scontato 30 mesi di carcere senza avere la possibilità di difendermi. Nel procedimento penale nessuno si è accorto che avvocati, operatori e giudici presentavano un enorme conflitto di interessi tra difesa e accusa penale, con evidenti tornaconti nell’ambito dei servizi sociali, gli attori coinvolti erano sempre gli stessi”.
In questa storia, che dura da 12 anni, “le persone che hanno gravitato intorno alla mia famiglia hanno operato per ostacolare la riappacificazione con la mia compagna e il ricongiungimento con i nostri figli, mettendo in campo un feroce ostracismo. Per due anni, ad esempio, ho potuto incontrare i miei bambini per 2 ore a settimana, in un ambiente protetto. La prassi è stata interrotta per 18 mesi da una misteriosa decisione dei servizi sociali al solo scopo di creare in loro quel sentimento di sfiducia e quel senso di abbandono che si crea quando il bambino non vede più tornare il genitore, si chiama alienazione genitoriale. Mi auguro che la mia drammatica vicenda possa interessare qualche magistrato onesto disposto a fare chiarezza su questa storia che ha distrutto la mia famiglia, finita nella rete di persone che non hanno certamente operato secondo etica, deontologia e, forse, nemmeno legalmente”.
Antonietta Gianola

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