Milano, 25 apr – Il lato nevrotico del politicamente corretto è sempre più evidente, quasi un tratto distintivo che fa del pensiero unico una catena di ossessioni che andrebbero studiate in chiave psicologica, antropologica e storica, sempre che si abbiano tempo e voglia da investire nelle questione. A noi, per ora, basta registrare i ridicoli cortocircuiti che si producono nel campo di quanti ci ammorbano con lezioni e messaggi sulle tematiche etniche, di genere e via martellando.

Anche i paladini dei diritti sbagliano


Abbiamo già avuto modo, nella settimana del Salone del Mobile a Milano, di raccontare dell’opera d’arte pensata contro i femminicidi e finita nel mirino delle femministe che accusavano di sessismo lo stesso benintenzionato autore. L’ultimo caso di derby democratico è arrivato a coinvolgere, invece, nientemeno che il sindaco Beppe Sala. Già proprio lui, il campione dell’immigrazionismo e dell’integrazione in salsa radical chic alla meneghina. Ma cosa avrà combinato il facoltoso primo cittadino per vedere incrinata la sua fama di esemplare paladino dei “diritti”? Diciamo che lo zelo di chi cura la sua immagine e dei suoi sponsor editoriali gli ha giocato un brutto scherzo. Ecco quindi che sulla copertina di Style, l’inserto del Corriere della Sera che ammicca alla borghesia illuminata e ben vestita, compare il nostro, in posa sorridente, seduto con vicini due bambini, ovviamente belli, un maschietto (di chiarissima carnagione) e una femminuccia (di pelle scura, riccia). Il titolo è pure tutto un inequivocabile programma: “Città aperta”.

La Rete non perdona

Tutto perfetto, dunque, per confermare uno dei messaggi preferiti da Sala e dalla prestigiosa stampa che lo sostiene? Neanche per idea. C’è qualcosa che non va in quella foto in copertina. Lo fanno notare i temibili social network, nella parte incontentabile della sinistra della sinistra: il bimbo bianco è ritratto in posizione eretta al fianco del sindaco, mentre la piccola nera si trova ai suoi piedi, stringendogli una gamba come se fosse sottomessa. Troppo per gli occhi di chi guarda il mondo con le lenti del intellighenzia ultra-progressista e allora giù accuse di razzismo, sessismo e maschilismo. Già, tali imputazioni rivolte proprio a Sala Giuseppe e proprio da sui elettori, come una sostenitrice che scrive su Facebook:  “Questa fotografia è stereotipata e offensiva e dà un’immagine distorta della nostra città”. La signora, mamma “di un bambino nero”, dice in una lettera aperta: “Sembra proprio che quando deve avere a che fare con le persone nere, lei non riesca ad azzeccare una. Le bambine e i bambini neri – prosegue indignata – non sono al mondo per stare ai suoi piedi, né per dimostrare la sua apertura mentale; non sono tutti immigrati da salvare né per forza portatori di una cultura esotica e difficile da digerire; e se anche non fossero italiani il loro posto sarebbe comunque accanto a lei e alla città di Milano, senza discussioni né distinzioni. Le femmine – bacchetta ancora l’elettrice delusa – hanno smesso da tempo di sedere più in basso dei maschi”. Infine arriva il consiglio al sindaco a scegliersi “consulenti migliori e di fare uno sforzo in più sulle questioni di genere e di colore, di provenienza e di cittadinanza, perché con il cuore e la testa per ora non ci siamo”.  Però, che mazzate al povero Sala, sempre così ossessivamente “inclusivo” e che ora scivola su una copertina che pure pareva tanto compiacente. Ci è rimasto così male che non è ancora riuscito a replicare. E pensare che lo schema era così consolidato e rassicurante, una roba da Oliviero Toscani o da Ringo Boys. I beninformati però garantiscono che, per rimettere le cose a posto, nella prossima foto il bambino bianco verrà sculacciato dal sindaco e la piccola di colore riderà, di entrambi.

Fabio Pasini

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3 Commenti

  1. Ormai sia nei manifesti pubblicitari,sia nelle pubblicità in tv che tra il pubblico televisivo,i giovani di origine esotica vengono sbandierati come i cuccioli di Labrador nei filmetti americani per famiglie.

  2. Alla cortese attenzione del sindaco Giuseppe Sala e del team editoriale per la rivista Corriere della sera – Style

    Gentilissime e Gentilissimi,

    Permetteteci di presentarci: siamo Donne Nere italiane, cittadine di un paese in cui molte di noi sono nate e cresciute, e del quale vorremmo poterci sentire sempre parte integrante, non integrata, come accade ancora molto spesso. Vorremmo essere sempre soggetto della nostra rappresentazione, narrazione mediatica e agenda politica e non un mero oggetto o un’immagine strumentalizzata all’occorrenza. Per tali ragioni, ci è sembrato necessario, e doveroso, scrivere a Lei, Sindaco Sala e al team editoriale di Style (Corriere della Sera) in riferimento alla foto pubblicata il 24 aprile scorso che ritrae proprio Lei, Sindaco, seduto, in compagnia di un bambino, bianco, posizionato alle Sue spalle ed una Bambina, Nera, collocata ai Suoi piedi. Partendo da quella che è la prospettiva di noi Donne Italiane e Nere, ma anche di tutte e tutti coloro che sono coinvolte/i nella vita, la crescita e l’educazione di bambine/i nere/i, scriviamo per esporvi in maniera sincera e sentita la nostra criticità in merito all’immagine, per fornirvi un’analisi di chi, a suo tempo, è stata quella Bambina ed è oggi madre di una bambina simile, ed infine, per avanzare delle proposte volte ad attivare un reale dialogo inclusivo e multiculturale, evitando di ritrarre determinate categorie in modo offensivo e deleterio.

    L’immagine pubblicata raffigura un uomo bianco e potente, Lei Sindaco Sala, seduto su una sedia. Alle Sue spalle si vede un bambino bianco, in posizione eretta, mentre ai Suoi piedi, seduta a terra che Le abbraccia teneramente la caviglia, si vede una Bambina Nera, rappresentata quasi fosse un docile cagnolino. Se per una determinata fascia di Milano e dell’Italia, l’immagine rispecchia il messaggio di una “Milano aperta”, Noi, Bambine, Ragazze, Donne Nere abbiamo colto un simbolismo molto diverso, che fa riferimento a codici visivi e culturali propri di una tradizione coloniale e patriarcale che, storicamente, ha collocato il soggetto Femminile Nero ai gradini più bassi della scala gerarchica sociale. Guardando questa foto, noi, le dirette interessate, Donne Nere, Afrodiscendenti e Italiane, non abbiamo potuto fraintendere: questo posizionamento della Bambina Nera ai piedi di un uomo bianco non è un’immagine neutra, ha un significato storico fortemente connotato, un significato ed una storia, purtroppo, non conosciuta da Paolo di Paolo, il team editoriale di Style e da Lei Sindaco. Fin dai tempi della schiavitù nelle Americhe, per arrivare al più recente colonialismo italiano, le donne nere non sono state considerate donne bensì “femmine”, adatte a relazioni sessuali ma sprovviste dell’essenza femminile attribuita esclusivamente alle donne bianche. A tal proposito, per esempio, è bene ricordare che molti casi di violenze sessuali commessi da uomini italiani ai danni di bambine (e bambini) in Africa Orientale, anche se denunciati e portati in tribunali, spesso tali crimini non venivano puniti poiché il corpo di una donna, o bambina nera, non aveva lo stesso valore del corpo di una donna bianca e, dunque, non meritava la stessa considerazione né rispetto. Questo è stato confermato, seraficamente, anche dal celeberrimo giornalista e storico Indro Montanelli, che per rispondere ad accuse di pedofilia, data la natura sessuale della relazione intrattenuta per diverso tempo con una bambina abissina di dodici anni, disse, a tal riguardo: “Scusate ma in Africa è differente”.
    La foto in questione, inoltre, si accompagna al seguente messaggio: “Milano città aperta, tollerante ma attenta alle regole”. Coloro che non vedono il torto in questa foto e nella didascalia, partendo dall’ autore stesso dello scatto, il fotografo Paolo di Paolo, Lei, Sindaco, e il team editoriale di Style hanno effettivamente ragione di non vederlo, perché non sono i soggetti in questione. Essere ciechi di fronte a situazioni razziste capita poiché, talvolta, certi dettagli molto chiari agli occhi dei soggetti razzializzati, sfuggono a chi, anche tra i più volenterosi è sprovvisto di “lenti adeguate”, per così dire, in grado di vedere, o cogliere, certe informazioni. Anche se la razza in sé, come fenomeno biologico non esiste, ed è dunque insensato classificare gli esseri umani in base ad un’idea scientificamente non veritiera, le micro aggressioni quotidiane di matrice “razziale” subite dai soggetti razzializzati, esistono e sono reali. Tali dinamiche, che si basano su un significato storicamente attribuito a certi tratti fisici, come il colore della pelle ed alcuni tratti somatici, in grado di definire un certo gruppo di persone, si manifesta in gesti apparentemente neutri, o addirittura pensati come positivi, come la foto in questione. Tuttavia, la presunta neutralità o “buona intenzione” di tali gesti o parole producono risultati controproducenti, in quanto contribuiscono a ricalcare la cosiddetta “linea del colore”, quella linea tra bianco e nero, in grado di stigmatizzare, umiliare, ed escludere una certa parte della popolazione da alcuni diritti fondamentali, tra cui il diritto alla rappresentazione. In ultima battuta, ci preme ribadire che la scelta dell’aggettivo “tollerante” corrobora la linea di pensiero e d’azione secondo la quale un determinato gruppo di persone, aventi diritto ai benefici della cittadinanza, si trova a dover sopportare una presenza scomoda di persone considerate “diverse” e prive di voce nello spazio sociale e politico. Riteniamo che se l’obiettivo di Milano sia davvero quello di proporre un’apertura su vari fronti, la scelta del vocabolario di riferimento dovrebbe essere accurata. In tal senso proponiamo “multiculturale” per veicolare il messaggio di una Milano multietnica ed entusiasta della ricchezza derivante dalle molteplici culture che la compongono, e per incoraggiare un rapporto paritario di scambio reciproco di conoscenze teso alla convivenza armonica.

    Conclusione e proposte
    Poiché crediamo realmente nella multicuralità e crediamo di doverci implicare attivamente nella costruzione del dialogo e dell’inclusione, abbiamo pensato delle proposte concrete volte a decostruire i pregiudizi che ledono al nostro vivere in comune. È opportuno che il gabinetto di una delle città più importanti d’Italia, e la redazione di una delle testate più diffuse del paese, si dotino di persone competenti in materia di diversity & inclusion, chiedano consulenza ad esperte/i di studi di genere, razza e sessualità, e che nel veicolare le immagini pongano estrema attenzione alle conseguenze di un determinato linguaggio visivo. Noi siamo pronte ad offrire il nostro contributo e la disponibilità ad incontrarci ogni qualvolta lo si ritenga necessario, sperando di prevenire situazioni spiacevoli, come questa, e lavorare insieme per costruire un’immagine della città e del paese in linea con l’assetto sempre più demograficamente multiculturale. Inoltre vorremmo essere ascoltate quando si affronta il tema del razzismo, in quanto, benché chi non è vittimizzato possa provare empatia, riteniamo che l’autorità e l’autorevolezza di esprimersi sulla sofferenza fisica e psicologica spetti a coloro che il razzismo lo vivono in prima persona, tutti i giorni, e in vari modi. Riteniamo che questo discorso valga per tutte le cosiddette “minoranze” e categorie non dominanti che rispondono al genere, alla sessualità, allo stato di salute, alle condizioni fisiche o alla classe sociale. Siamo convinte che dall’ascolto si possano costruire le basi per formulare soluzioni finalizzate al miglioramento della società. È importante capire (e ripetere all’infinito) che quando un gruppo di soggetti che condividono una specifica identità è coinvolta in quella che ritiene essere un’offesa, non esiste voce esterna che possa negare tale sentire. Non si può parlare per altri e non ci si può rifiutare di ascoltare, non se si vuole essere realmente inclusivi, se si punta all’integrazione, se si vuole una Milano, e un’Italia, multiculturali. Altrimenti si può fingere, mostrando sulla copertina di un giornale una piccola ne*retta (ma non troppo) accucciata alla caviglia di un uomo il quale, guardando dritto l’obiettivo sorride, pensando di aver vinto una sfida che non ha nemmeno ancora compreso.

    Un cordiale saluto,

    Eden Embafrash, Donna Nera
    Alesa Herero, Donna Nera
    Kwanza Musi dos Santos, Donna Nera
    Kiasi Sandrine Mputu, Donna Nera
    Leaticia Ouedraogo, Donna Nera
    Sara Tesfai, Donna Nera
    Susanna Owusu Twumwah, Donna Nera
    Angelica Pesarini, Donna Nera
    Loredane Tshilombo, Donna Nera

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