Roma, 18 mar – Dopo lo sgombero della storica sezione del Movimento Sociale a Colle Oppio, dopo il rifiuto a intitolare una via a Giorgio Almirante, dopo le continue minacce di sgomberare CasaPound in via Napoleone III, dopo lo sfratto e la chiusura dei locali dell’Associazione intitolata ai Fratelli Mattei, dopo le prime cinque assegnazioni di case ai rom, i romani pensavano, forse, che la follia antifascista e anti-nazionale del sindaco di Roma Virginia Raggi fosse giunta al capolinea. Peraltro in ritardo, coerentemente con quanto avviene tutti i giorni per i bus che percorrono la Capitale e senza considerare che, probabilmente, al peggio non c’è mai fine.

Infatti, in una Capitale normale, di una Nazione normale, il giorno in cui ricorrono i 158 anni dalla sua sofferta e travagliata Unità, un monumento emblematico come il Colosseo recherebbe i colori della bandiera di quella Nazione: nel caso di specie, si tratterebbe proprio del tricolore italiano, nato dal Risorgimento – e non dalla Resistenza, come qualche eccelsa mente di una certa sinistra vorrebbe far credere – il quale rappresenta il simbolo che racchiude una millenaria e gloriosa storia, comune a tutti i popoli che costituivano quella che era l’Italia solo da un punto di vista geografico, i quali, finalmente, possono dirsi un popolo solo, anche da un punto di vista politico.

L’Unità d’Italia sostituita con il patrono d’Irlanda

Invece, in una Capitale come Roma, il Colosseo viene illuminato di verde, per ricordare San Patrizio, patrono d’Irlanda. Un indebito omaggio, dunque, a una storia e a una cultura rispettabili, ma che non sono le nostre. A quella che dovrebbe essere una Festa Nazionale, pertanto, l’Italia e Roma hanno dedicato solo una commemorazione all’Altare della Patria, sebbene vi fossero presenti le massime cariche dello Stato.

Da questa vicenda si possono trarre due negative conclusioni: in primo luogo, si preferisce celebrare come Feste Nazionali, eventi e date che hanno diviso e tuttora dividono gli italiani, come, ad esempio, il 25 aprile; mentre eventi e date che hanno unito l’Italia, contribuendo a formarne una, seppur flebile, coscienza nazionale e popolare, vengono ignorate o denigrate, come avviene, ad esempio, per il 17 marzo e il 4 novembre.

In secondo luogo, le istituzioni italiane preferiscono quasi sempre una sottomissione culturale ridicola, deleteria e inutile, pur non avendo nulla da invidiare e da imitare a nessun’altra Nazione. Anzi, semmai, sono queste ultime a dover guardare con ammirazione quella che per secoli è stata la Capitale del mondo. Quindi, il 17 marzo di 158 anni fa, l’Italia s’è desta. Le sue istituzioni, invece – salvo alcuni casi e in alcuni contesti storici – non lo hanno mai fatto.

Federica Ciampa

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