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ddl cirinnà monicaRoma, 31 gen – Il chiacchiericcio non passa mai di moda. E così l’abitudine a creare etichette e schemi genera mostri, incomprensioni e, ovviamente, un’infinità di articoli di giornale sul nulla. Molto semplicisticamente, la piazza del Family Day è stata etichettata, al solito, come piazza omofoba e reazionaria. Allo stesso modo, le piazze anti-immigrazione vengono etichettate come piazze razziste e reazionarie. Il risultato, in ogni caso, è lo stesso: la tua parola non conta, la tua libertà di espressione è un favore concesso e ciò che dici, di conseguenza, non interessa. Una strategia perfetta per fomentare tensioni sociali, grazie al giornalismo compiacente ed uno schema semplice: anziché accettare il dialogo su questioni concrete, si ostacola mediaticamente il venir fuori di posizioni ragionevoli, scomode per chi vuol fare come gli pare e dimostrazione, allo stesso tempo, di un’etichettatura errata.

In breve: ci prendono per il culo. E la dimostrazione non sta nel chiacchiericcio: ma nel contestato disegno di legge proposto dalla senatrice Pd Monica Cirinnà. Emendamenti e modifiche a parte, è consigliabile andare a leggere il testo originale: dall’inizio alla fine, è praticamente un copia e incolla del matrimonio, niente di più e, soprattutto, niente di meno!

Art. 11: equiparazione dell’ordinamento delle anagrafe. Art. 12: stessi “diritti spettanti al nucleo familiare” nei rapporti con la pubblica amministrazione. Art. 14: equiparazione giuridica dei figli. Art. 15: identici “diritti e doveri spettanti al coniuge relativi all’assistenza sanitaria e penitenziaria”. Art. 17: in caso di morte o incapacità, decide il “coniuge”. Art. 18: comunione dei beni in caso di silenzio assenso. Art. 21: equiparazione ai coniugi nelle successioni e nella successione fiscale; equiparazione rispetto al termine “coniuge” nel codice civile. Art. 23: “Gli esoneri, le dispense, le agevolazioni e le indennità riconosciuti ai militari in servizio o agli appartenenti alle forze dell’ordine, in ragione dell’appartenenza ad un nucleo familiare, sono estesi anche alle parti dell’unione civile”.

Nonostante tutto, nonostante il copia e incolla, ci troveremmo fin qui di fronte ad una regolamentazione tutto sommato accettabile delle unioni civili, che risponderebbe ampiamente alle richieste delle coppie non sposate – siano esse etero o gay -, consentendogli di godere di tutti quei diritti legittimi che da “estranei” non potrebbero godere, con la possibilità finalmente concreta di – per citare l’art. 1 del ddl Cirinnà nel definire l’unione civile – “organizzare la loro vita in comune”. Dopo tutto, nelle intenzioni inizialmente rese note, i promotori della legge dicevano di non voler dar vita al “matrimonio gay” ma, rispettando l’origine ed il significato del matrimonio, creare un istituto nuovo e differente, che rispondesse semplicemente alle esigenze di chi doveva fare i conti ogni giorni con una burocrazia che, ovviamente, considera estranei gli appartenenti ad una coppia di fatto (affermazione sulla quale si potrebbe, del resto, variamente discutere).

A dir la verità, però, l’impressione che si ha leggendo il testo del ddl Cirinnà, coi suoi continui rimandi al matrimonio ed ai coniugi, è che non ci sia nessuna differenza tra i due istituti e che qui si vada ben al di là anche della garanzia di organizzarsi una vita in comune senza ostacoli. Insomma, o continuano a prenderci in giro, oppure chi ha scritto il testo non l’ha spiegato bene ai suoi promotori. Ma, pur provando a non esser pignoli sull’equiparazione di fatto dell’unione civile rispetto al matrimonio, e prendendo per buone tutte le disposizioni accennate finora (qui il testo completo del ddl) considerandole strettamente necessarie, non possiamo che strabuzzare gli occhi di fronte ad altri passaggi, tutt’altro che scontati e ben più sostanziosi, derivanti da quanto già l’art. 12 premette, estendendo all’unione civile “ogni rapporto con la pubblica amministrazione funzionale al conseguimento di prestazioni, benefici o comunque provvedimenti ampliativi o autorizzatori rilasciati in ragione dello stato di coniugio”.

Insomma, non si tratta più di garantire alle coppie di fatto la “non estraneità” di fronte alla burocrazia, non si tratta più soltanto di successioni, eredità, assistenza sanitaria e penitenziaria, ecc. Non si tratta più, insomma, di questioni private e diritti legittimi, ma di accedere agli stessi privilegi riservati alle famiglie, e la questione, allora, è ben diversa, anche perché ogni privilegio è un’eccezione che va motivata, ecco tutto.

L’art. 20, ad esempio: Le agevolazioni e gli oneri fiscali che derivano dall’appartenenza a un determinato nucleo familiare vengono estese alle parti dell’unione civile”. Viene da chiedersi: da cosa è motivato questo automatismo? Ma andiamo avanti. Art. 24: “Nel caso in cui l’appartenenza ad un nucleo familiare costituisca titolo o causa di preferenza nelle graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia popolare, di tale titolo o causa di preferenza possono godere, a parità di condizioni, le parti dell’unione civile”. Anche in questo caso: pari diritti o, più prosaicamente, maggiori privilegi rispetto agli altri cittadini? La questione è tutta nella distinzione ontologica dei due istituti, che invece vengono legislativamente assimilati lasciando irrisolta la questione di fondo, la ragione di un privilegio, lasciando peraltro spazio a due doppioni di fatto, a dispetto di ogni annuncio retorico. Il successivo articolo 25, invece, si occupa di estendere alle parti dell’unione civile anche la “preferenza per l’inserimento in graduatorie occupazionali o in categorie privilegiate di disoccupati”. Categorie privilegiate. Ecco la poesia dell’uguaglianza che svanisce. L’art. 26, infine, dona a chi fa parte di un’unione civile “diritti, facoltà e benefici previdenziali e assistenziali” previsti per i coniugi; ed immaginiamo, in questo caso, di poter far rientrare in questo ambito anche la reversibilità della pensione, diritto legittimo ma non così scontato, dal momento che riconosce comunque un privilegio con un costo per lo Stato.

In risposta alle etichette superficiali di omofobi, razzisti e quant’altro, quindi, bisogna usare l’arma impropria del ragionamento e lavorare sui dettagli. D’altronde, sono le sfumature e le ombre che fanno la differenza in un disegno. Come sappiamo, infatti, basta un comma, più precisamente il comma 2 dell’art. 14 a sancire la possibilità per le coppie non sposate, anche dello stesso sesso, di adottare o avere in affidamento dei minori, ovviamente, anche in questo caso, “a parità di condizioni con le coppie di coniugi”.

Se, dunque, si intende legiferare senza improvvisazioni ed in maniera sensata sull’argomento, c’è un unico modo: contestualizzare le differenze e i privilegi delle famiglie “tradizionali” per impedire che, in futuro, il privilegio sia la norma e non più l’eccezione e così l’uguaglianza di fronte alla legge ancor di più una finzione.

Ora, è sufficiente un’indagine rapida per scoprire, attraverso la sua etimologia, il significato di matrimonio: “compito della madre”. Il matrimonio è l’unione dei due coniugi attraverso il legame di sangue con la prole ma, soprattutto, è l’allevamento dei futuri cittadini o, come si sarebbe detto un tempo, la continuità della stirpe. Ecco, quindi, cosa lo rende rilevante e meritorio di privilegi di fronte allo Stato (ed ecco perché è solo tra uomo e donna). Ed è inaccettabile, invece, voler legiferare ancora sull’onda del sensazionalismo e del sentimentalismo, criterio che non garantisce uniformità di giudizio.

Riassumendo, vuoi far figli e mettere su famiglia, ti sposi e lo Stato ti concede dei privilegi riconoscendo questa unione, al pari di un investimento, potenzialmente fondamentale per la Nazione; non sono i figli la tua priorità o per qualche ragione non vuoi sposarti, ma vuoi comunque una vita condivisa con qualcuno a cui sei legato, fai un’unione civile e ti prendi diritti e doveri di una unione civile. Ma se fai un’unione civile e vuoi anche i diritti di quelli sposati, allora c’è qualcosa che non va nel “legislatore”.

Il fatto che poi il matrimonio sia comunemente identificato con l’istituzione religiosa questo non centra assolutamente nulla: la “famiglia” è un fatto naturale ed i suoi “allargamenti” un fatto tutt’altro che moderno. Non è assolutamente questo il punto ed a nessuno importa sapere chi abita con chi, in quanti e perché. Né con chi hai rapporti sessuali. Si tratta, semplicemente, di diritti e doveri. Della possibilità di scegliere – non sposarsi, unirsi civilmente, sposarsi, sposarsi con rito religioso – e poi accettarne le conseguenze, anziché fare i capricci.

Emmanuel Raffaele

2 Commenti

  1. Il bello è che c’è chi paventa lo spauracchio-poligamia per il futuro, invece è il contrario esatto: la Cirinnà è una legge creata ad hoc per omosessuali monogami, e ribadisce il modello monogamo come unico modello socio-sessuale. Volete sapere la verità? La verità è che i gayofili sono dei cattolici repressi, come i vari pseudo-cattolici Vendola, Luxuria e compagnia cantante. La verità è che odiano tanto i cattolici perché vogliono essere come loro, e il loro desiderio più grande è tornare ad essere allattati al seno di Mamma-Chiesa e farsi portare all’altare da Papà Bergoglio… altro che dar vita a modelli culturali alternativi a quello cattolico! Ora io dico: ma è mai possibile che una società debba giungere alla patologia collettiva solo per non ammettere che alcuni soffrono di complessi infantili irrisolti? Francamente ci siamo stancati di dovere essere ostaggio dei complessi edipici di certi soggetti!