Ambulatorio-immigratiRoma, 12 dic – Lo Stato italiano è laico: ce lo hanno ripetuto in tutte le salse, nei giorno scorsi, i difensori del preside di Rozzano, secondo il quale cantare “Tu scendi dalle stelle” a scuola poteva essere una provocazione nei confronti dell’Isis. Le conseguenze sono assurde, ma il principio (la laicità) è sacrosanto. Ora, tuttavia, scopriamo che tanta inflessibilità vale solo per le tradizioni che siano radicate nel popolo italiano.

Di fronte agli usi e costumi degli altri, invece, anche le strutture pubbliche possono piegarsi alle esigenze confessionali oltre ogni limite di ragionevolezza. Basti dare un’occhiata al documento “Salute e spiritualità nelle strutture sanitarie”, presentato in questi giorni a Roma. Si tratta di un testo che raccoglie le visioni su salute e malattia delle principali religioni. Ma non si tratta solo di un generico approfondimento culturale: il testo, infatti, vuole essere una guida per chi opera nel settore, affinché le esigenze di ogni paziente siano rispettate. Al solito, ci sarebbe il caro vecchio buonsenso a dover regolare questo tipo di situazioni, che però, quando si parla di società multiculturale, è spesso il primo e l’unico ad essere espulso.

Tanto per cominciare: dove iniziano e dove finiscono le fedi di cui è rilevante essere informato per un dottore? Il documento cita il baha’ismo (?), semisconosciuta fede che conterebbe sette milioni di fedeli. Scientology ne dichiara otto. Perché loro sì e i nipotini di Ron Hubbard no? Ma è evidente che così non se ne esce, perché poi lo stesso criterio del numero dei fedeli è discutibile, e allora va a finire che le esigenze spirituali di cui tener conto sono infinite, tante quante sono le teste dei pazienti. Ma anche leggendo le “istruzioni” delle religioni più accreditate, i problemi sembrano moltiplicarsi all’infinito.

I buddisti non pretendono niente, ma per esempio segnalano che «l’autopsia è vista come un atto cruento nei confronti del defunto e quindi è accettata con grande difficoltà». Ce n’è abbastanza per mettere un dottore nella condizione di doversi interrogare sul karma. E così facciamo notte.

L’ebraismo non ha grosse pretese, ma una frase così qualche problema filosofico potrebbe crearlo: «Sia il medico che il paziente devono avere consapevolezza che la guarigione dipende, in ultima analisi, da Dio e che è necessario pregare costantemente di non incorrere in errore nel corso della terapia». Rispettabile convinzione personale, ma se la mettiamo in un vademecum significa che i medici devono entrare in corsia con la Torah in mano? In un ospedale pubblico? Quanto agli indù, viene detto che «le donne indiane dovrebbero essere assistite, lavate, etc. solo da donne».E se in un piccolo ospedale di provincia c’è solo un dottore donna per uno specifico reparto che si fa, la mettiamo reperibile sette giorni su sette, nel caso si presenti qualche donna indù? E poi in Italia non c’è l’eguaglianza uomo-donna? Come funziona il politicamente corretto: la carta del diritto dello straniero vince sulla carta dei diritti delle donne?

Anche per l’islam ci viene detto che «è ovvio che nell’ospedale il personale di assistenza sanitaria e i medici debbano porre attenzione a salvaguardare la dignità della degente musulmana e del suo senso del pudore, assai diverso dallo standard comune. Sempre più musulmane preferiscono essere visitate da medici donne». È ovvio? All’estensore della nota sembra del resto ovvio anche che il personale ospedaliero debba «conoscere l’orientamento verso la Mecca nella stanza in cui si trova il malato immobilizzato». Ma ve li immaginate gli infermieri degli ospedali italiani che si mettono a cercare la direzione della Mecca? Quanto ai sikh, meglio non mettersi a fare obiezioni: oltre a non potersi tagliare i peli del corpo e a dover indossare sempre il caratteristico turbante, nell’equipaggiamento obbligatorio per il buon fedele c’è anche «un piccolo pugnale che è obbligato a tenere sempre con sé». Oltre al vademecum per per evitare discriminazioni, forse sarà bene permettere ai dottori di portarsi dietro un bisturi.

Adriano Scianca

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