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Roma, 18 lug – Il grande tabù sul possibile legame tra immigrazione e emergenza sanitaria è stato infranto qualche giorno fa dal deputato di Fratelli d’Italia, Edmondo Cirielli: “Chi sbarca sulle coste italiane proviene innanzitutto dalla Nigeria, il secondo paese, dopo il Sudafrica, con il più grande numero di persone affette da Aids”, ha fatto notare. Secondo le stime, almeno il 20% della popolazione nigeriana è sieropositiva. E, calcola Cirielli, “poiché negli ultimi tre anni e mezzo sono arrivati oltre 80mila nigeriani, si presume che di costoro più di 15mila siano sieropositivi”. Ovviamente fare di ogni immigrato un pericoloso untore sarebbe irresponsabile e ingeneroso. Ma il problema esiste, anche se facciamo finta di niente.

In “Portano Malattie”, uno studio di Lorenzo Gottardo volto a demolire il “pregiudizio” riportato nel titolo e citato anche dall’Unhcr, si legge: “Nel 2014 la proporzione di stranieri tra le nuove diagnosi di infezione da Hiv è stata del 27.1%, con un numero assoluto di casi pari a 1.002, risultando in calo rispetto all’ultima rilevazione effettuata nel 2006, in cui l’incidenza straniera era del 32.9%”. Capito? Una popolazione che rappresenta circa l’8% degli attuali abitanti della Penisola si ammala di Hiv per una quota pari al 27% del totale. Tant’è che, in Salute Internazionale, un articolo “buonista” scritto da tre specialisti, Francesco Castelli, Salvatore Geraci e Stella Egidi (quest’ultima di Medici Senza Frontiere), non può esimersi dal precisare: “Non si intende negare l’evidenza. Molti degli immigrati che transitano sul suolo italiano provengono da paesi in cui l’infezione continua ad avere una tristemente elevata prevalenza. Rispetto alla popolazione italiana, quella straniera residente in Italia risulta avere un’incidenza dell’infezione (seppur con una diminuzione del numero assoluto dei casi) di quasi quattro volte superiore”.

La preoccupazione non riguarda solo l’Hiv. Prendiamo i primi dieci Stati da cui arrivano gli immigrati sbarcati nel 2017: secondo i dati del Viminale, si tratta di Nigeria, Bangladesh, Guinea, Costa d’Avorio, Gambia, Senegal, Mali, Marocco, Sudan, Eritrea. Ora, secondo il Report tematico vaccinazioni dell’Unicef, datato 25 ottobre 2016, la Nigeria resta uno dei soli tre Stati al mondo (insieme a Pakistan e Afghanistan) in cui il virus selvaggio della poliometie è ancora endemico. Nel settembre 2015, per la prima volta nella storia, sembrava esser riuscita ad interrompere la trasmissione del virus, ma poi ci è ricaduta. Nel 2015, inoltre, sei Paesi hanno registrato una copertura vaccinale inferiore al 50%: Repubblica Centrafricana, Guinea Equatoriale, Somalia, Sud Sudan, Siria e Ucraina. Ricordiamo che, in teoria, la Siria è la nazione che avrebbe scatenato l’emergenza sbarchi (anche se in effetti di siriani non ne arrivano praticamente più), mentre con l’Ucraina l’Ue ha appena azzerato i controlli al confine.

Ma torniamo ai 10 Stati da cui importiamo più immigrati: vediamo qual è stata la loro copertura vaccinale nel 2015 secondo Epicentro, il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica, a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell’Istituto superiore di sanità. Per quanto riguarda il vaccino anti tubercolosi, c’è chi ha una copertura invidiabile (Bangladesh e Marocco sono al 99%), ma la Nigeria è al 74%, la Guinea al 75%, la Costa d’Avorio al 79%. Risultati generali piuttosto alti per quanto riguarda il siero contro difterite, tetano e pertosse, ma la Nigeria resta al 76% e la Guinea al 70%. Per quanto riguarda il morbillo, la Nigeria è coperta al 71%, la Guinea al 60%, la Costa d’avorio all’82%, il Senegal all’80% (ricordiamo che l’emergenza italiana è scattata con l’87%). Per quanto riguarda la poliomielite, la Nigeria ha, come detto, una situazione disastrosa con una copertura del 64% e peggio fa la Guinea col 60%.

In passato, del resto, sono stati gli addetti ai lavori a lanciare l’allarme: nell’ultimo congresso della Società italiana di pneumologia (Sip), citando i dati del ministero della Salute, è stato affermato che nel decennio 2004-2014, in Italia, il numero dei casi notificati di tubercolosi si è attestato intorno ai 5.000 all’anno, oltre la metà in cittadini stranieri che sbarcano sulle coste della Penisola da nazioni dove l’infezione è molto frequente, e che nel 40% dei casi si ammalano nei primi 2 anni dall’arrivo nel Belpaese. Gli specialisti riuniti nel summit spiegavano: “Arrivano migliaia di migranti provenienti da Paesi dell’Africa subsahariana dove l’endemia è elevata, e da Paesi dell’ex Unione Sovietica e del Medio Oriente dove, oltre a essere molto diffusa, la malattia è spesso causata da batteri multiresistenti che non rispondono alle consuete terapie e sono correlati a una mortalità del 50%: una strategia di monitoraggio e individuazione dei casi è perciò indispensabile per tutelare il diritto alla salute dei concittadini e anche dei migranti stessi”. Francesco Blasi, presidente della Sip, aggiungeva che “i migranti pongono una questione di sanità pubblica ineludibile”. Una questione che, tuttavia, i buonisti fanno di tutto per eludere.

Adriano Scianca

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