Londra, 18 giu – Ogni giorno controllo le email al ritmo di sveglie diverse, una per ogni zona lavorativa del mondo con cui mi trovo ad operare almeno da due anni. Le borse sotto gli occhi raccontano una storia e se ci penso mi dà fastidio coprirle eppure è questa la vita oggi di chi è emigrato, di chi cerca di restare italiano da un lato, mentre ci prova adattarsi costantemente al tempo atmosferico e alle sfide circostanti. Quelle che si presentano ogni giorno: dal cercare di fare una chiamata al cellulare alla mia ragazza, fino a sincronizzarmi con l’ambasciata per capire come dovrò votare e infine leggere qualche testata per capire cosa sta accadendo nel mio paese e sognare un caffè.

È proprio in questo periodo del trambusto riacceso sui migranti – problema che visto da qui Inghilterra sembra vicino in parte, ma assolutamente non essenziale alle precarietà e ai bisogni attuali dell’Italia per un suo rilancio – che continuo ogni giorno a leggere e rileggere post e risposte da ambo i lati politici, eppure sono le assunzioni le cose che più di ogni altra oggigiorno mi arrecano incredibilmente fastidio. Si tratta delle assunzioni basate sul fatto che “anche tu sei migrante e allora…”, proprio come sillogismi aristotelici ineccepibili che se ne fregano della mia identità, della mia storia personale, della sofferenza che patisco ogni giorno a star lontano da chi amo. Ragionamento che sopratutto mi detta cosa pensare e mi toglie pure quel poco di libertà di avere un’opinione libera (che poi le opinioni possono sempre esser sbagliate, no?).

Sono disgustato dall’uso strumentale che la stampa e la politica fa delle parole e di come prenda la pelle di queste persone per parlare di altro, mentre valorizza a parole da un lato le singole esperienze ma poi butta tutto in caciara o in una soluzione senza senso il tutto per venirne fuori col termine generale di: migrante. Tanto che si dice che questo è il periodo dei nuovi migranti, il neo-neolitico; si dice che i migranti sono l’avanguardia di uno stile di vita. Quale stile di vita? Eppure parlano di persone che scappano dalle guerre e dalla fame? Vogliamo che il mondo sia un campo di battaglia o una piaga d’Egitto? Quale stile di vita che anche io sono un emigrato e ho dovuto lasciare il mio paese perché come tanti non c’erano opportunità lavorative? Devo volere questo per i miei figli? È questo ragionamento che mi tocca e non mi lascia indifferente. Quello che mi fa incazzare e tutti i post e discussioni che non fanno altro che allargare tutto questa macchia di benzina più online che a parole e fatti. Gli stessi che dicono che i giovani devono viaggiare, ma non con perché costretti. E se questo non bastasse vi è sempre il trigger che resta dietro l’angolo dall’una e dall’altra parte, quello di una superiorità morale che spesso non esiste e con cui si risponde ad arringhe e filippiche che sono tali solo nelle dita di chi le compone. Leoni da tastiera che si credono i protagonisti di Se questo è un uomo di Calvino. Tutti immersi in vasche d’oro…

Personalmente ho vissuto e sto vivendo entrambe le esperienze, quella di vivere e lavorare in un paese in via di sviluppo quale l’India e vivere e lavorare in un paese economicamente ricco come il Regno Unito. Credo di saper esattamente di cosa parlare. Voglio cominciare prima di affrontare il mio sfogo con le definizioni da vocabolario utili a coloro che mi dicono che io sono proprio come “quelli là”, “loro” ecc… (e già usando queste espressioni si è operata una scelta razzista da parte dei mondialisti-globalisti). Per avere una definizione chiara prenderei al caso nostro un breve articolo parte di “Migraciones Internacionales” redatto da Mila Paspalanova dell’università di Città del Messico in cui si affronta proprio la contestata terminologia utilizzata in questo ambito e cerca di fare chiarezza:

Un migrante irregolare è da riferirsi allo straniero il quale è entrato in un paese senza autorizzazione o non in possesso dei documenti che ne permettano la residenza.

Resta però nel comune dibattito politico e sociale italiano, la volontà di travisare la giusta terminologia (la quale invece è presente nei vari sistemi legali di tutto il mondo e resta ben demarcata, anche in quello italiano…) e continuare a fare di tutto un solo termine con l’eguaglianza immigrati uguale clandestini uguale immigrati regolari uguale rifugiati uguali scappati da guerre e fame. Pazzia totale per uno Stato e fonte di profondo astio per chi è stato costretto ad andare all’estero e al tempo stesso ha dovuto giocare secondo le regole, perché è giusto e lo prevedono le disposizioni degli Stati. A ben vedere inoltre, è lo stesso sistema di assistenza internazionale che è assurdo per sua natura, mentre da un lato chiede l’accoglienza dei rifugiati a Stati terzi (cosa ampiamente condivisibile dove le condizioni e il pericolo sussista), dall’altro ci si limita ad osservare ingiustizie e violenze in altri paesi e si rimane inerti in nome dell’antimperialismo, evitando di cercare la risoluzione o la denuncia dei conflitti interni. Da un lato si dice che bisogna aiutare i migranti che scappano da situazioni difficili, dall’altro nessuno può sollevare alcuna obiezione su queste situazioni difficili perché è razzista, imperialista, fascista e cosi è se vi pare.

Come ho detto prima, ad ogni modo, è particolarmente difficile far parte delle logiche degli altri in quanto italiano all’estero e quindi migrante. L’altro giorno ho trovato questa, che è una dei tanti post in merito all’immigrazione: “Perché mio figlio che va a lavorare a Londra è un ragazzo intraprendente e un senegalese che cerca il suo futuro qui è feccia?”

Toccandomi davvero in prima persona, essendo io italiano a Londra per lavoro e avendo avuto un senegalese come coinquilino, nell’arena di Internet esalto il mio bisogno di esprimermi. Sarò cretino a modo mio, sarò parziale, ma tanto nel post stesso si fa lo stesso gioco sottinteso di paragonare automaticamente il senegalese in questione a un clandestino (cosa estremamente razzista di per sé, vomitevole poi in quanto taciuta e sottintesa). Il problema non è tanto nel cercare lavoro e il miglioramento della propria condizione, se ciò è effettuato con regolare permesso per lavorare, regolare contratto di lavoro, con il rispetto delle leggi e della cultura dello Stato, cose queste ultime le quali possono non essere condivise, ma che comunque devono essere accettate (come quando ero in India dove culturalmente è accettata la fallocrazia o dove l’omosessualità è ancora reato). Il problema sorge quando uno straniero arriva in un paese scavalcando tali condizioni di entrata appena citate e, peggio ancora, se finisce per agire in maniera contraria all’ordinamento giuridico e/o antisociale poiché ciò risulta irrispettoso:

  • verso il paese e il popolo che diverrà ospitante
  • verso gli altri stranieri che hanno fatto visti e permessi per giocare secondo regole

Per me, per tutti anzi, ben venga l’immigrazione regolare e il rispetto delle regole da parte degli immigrati. Possiamo poi certamente dibattere di condizioni sociali e storiche degli Stati, delle disuguaglianze, del modo in cui l’imperialismo possa aver provocato certe condizioni, ma di cui al tempo stesso non ne sia il solo responsabile del presente (si pensi a comparazioni tra Corea del Sud o Mozambico per fare un esempio) ecc… eppure queste sono cose che trascendono il discorso inerente l’accoglienza e le leggi relative all’integrazione; inoltre, è innegabile che l’immigrazione regolare crea apporto economico in quanto io, immigrato regolare, concedo ricchezza allo Stato e alle aziende in cui risiedo mediante il mio lavoro, le tasse o altre imposte o grazie alla mia attività di consumatore sul territorio. Tutte cose che non vengono dagli invece irregolari (a questo punto si potrebbero paragonare a dei veri e propri degli evasori fiscali o a chi non fa lo scontrino, in quanto si tali persone si avvantaggiano a danno degli altri falsificando la concorrenza). Potremmo dire che in quanto Italiano sono agevolato grazie all’UE per andare a Londra o a Parigi per lavoro turismo ecc… sì verissimo, e uno capisce i benefici dell’UE solo quando si esce dalla zona UE e sono tanti davvero. Ciò non toglie però che se fuori dall’UE e dalla maggioranza del mondo io e il mio coinquilino senegalese fossimo stati scovati dalle autorità in qualità di illegal immigrants saremmo stati innanzitutto multati, avremmo anche potuto rischiare il carcere e infine l’espulsione con diniego di entrata nel paese. Inoltre di mio, quando ho vissuto in India, ho conosciuto svariati deficienti prodigio che si trovavano in questa situazione, dandosi alla macchia alla luce del sole e divenendo per loro impossibile ormai uscire dal paese senza rischiare la galera. Sono razzisti gli indiani? No è la legge.

Il fatto che a me affascini tantissimo Singapore per la sua modernità, usanze, centralità ecc… non mi dà automaticamente la possibilità di andarci a lavorare perché le work policies sono stringenti e duramente regolate in quanto pensate appositamente per preservare le condizioni della città stato e favorire la singaporesità. Difficile, ma è la loro legge e io la rispetto. La differenza tra me Giuseppe italiano e il mio coinquilino senegalese Papi (nickname) è che abbiamo una cultura diversa, una religione diversa e credo sia in questa diversità che abbiamo instaurato un bel rapporto tempo fa, cosa che ci ha aiutato aiutato a capire di più dell’altro e a rispettarci. Questo specie non facendoci promulgatori di una visione universale della cultura, bensì come fattore particolare; se davvero vogliamo parlare di qualcosa in comune tra noi adesso: a livello legale tra noi due abbiamo compilato gli stessi documenti, abbiamo lavorato entrambi per la medesima compagnia e inoltre abbiamo rispettato delle regole e delle convenzioni che spesso creavano dei problemi e che magari ritenevamo ingiuste, ma ci stavamo lo stesso. Solo perché qualcosa non è come ci piace, questo non dà a noi il diritto di farla cambiare per tutti quanti.

È questa la maturità.

Giuseppe Mastroianni

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