Roma, 10 ago – Portare a terra gli immigrati clandestini, curarli, identificarli e poi alloggiarli – oltre che dare loro da mangiare – sono misure che hanno delle implicazioni di carattere economico poiché pesano in modo considerevole nel loro complesso sulla economia del paese ospitante. Inoltre, dopo essere stati assistiti a spese dello Stato, non viene loro richiesto nulla in cambio e quindi, sotto il profilo economico, contribuiscono a sviluppare una cultura del non lavoro. Senza dimenticare, oltretutto, che in alcuni casi per diversi anni ottengono anche alloggi, facilitazioni e privilegi negati paradossalmente alle popolazioni autoctone.

All’inizio dell’immigrazione incontrollata e, cioè a partire dal 2015, gran parte dei Paesi europei e fra questi Italia, Francia Germania Svezia allestirono campi profughi per ospitare gli immigrati nelle stazioni o nelle scuole. Per esempio nel solo 2015 la Germania spese circa 6 miliardi di euro mentre l’Italia 3 miliardi. Particolarmente significativo è il caso della prima che fu costretta a fare un calcolo preciso in base al quale i nuovi profughi costavano circa 670 euro al mese, escluso il vitto e l’alloggio, cioè circa 12 mila euro l’anno. Quanto alla Svezia, ogni rifugiato costava all’incirca 2300 euro l’anno e proprio per questo fu costretta a stanziare circa 860 milioni di euro. Proprio per le cifre rilevanti che l’accoglienza implicava la Svezia sarà costretta a espellere tutti quegli immigrati la cui domanda non veniva accolta. Ebbene le persone allontanate furono tra le 60 e 70 mila.

Nessuna visione d’insieme, solo “drammi individuali”


Come mai accade una cosa di questo genere? Come mai vengono commessi errori di pianificazione così macroscopici da parte degli Stati? Una delle cause dipende certamente dal fatto che l’immigrazione viene osservata da vicino, cioè tenendo esclusivamente conto della drammaticità della situazione individuale e non prendendo in considerazione l’insieme della quantità e dei costi e soprattutto non prendendo in considerazione le possibili conseguenze di una immigrazione indiscriminata. Insomma, la mancanza di una politica di lungo respiro dell’immigrazione non ha fatto altro che determinare danni rilevanti per i Paesi europei sia livello economico sia soprattutto a livello di stabilità sociale a causa della difficoltà ad integrare tradizioni così diverse.

Una seconda ragione è da individuarsi in relazione alla cecità ideologica di chi è favorevole all’immigrazione indiscriminata. Alludiamo naturalmente all’associazionismo lobbistico religioso – cattolico e protestante in particolare – e sindacale che riceve ampi finanziamenti dallo Stato per accogliere alloggiare immigrati clandestini.

Il ruolo dei media mainstream

Una terza ragione è da individuarsi nel ruolo determinante che i mass media hanno nel condizionare e orientare – spesso in modo irrazionale – le scelte della pubblica opinione. Infatti, per come sono costruiti, i mass media non hanno la capacità di cogliere la complessità di un fenomeno di questo genere perché sottolineano soltanto la drammaticità del singolo fatto di cronaca perdendo di vista la complessità del fenomeno oggetto della loro momentanea attenzione. A tale proposito pensiamo, ad esempio, a quando nel settembre 2015 su una spiaggia turca fu trovato il corpo di un bambino siriano di tre anni che cercava di passare in Europa per raggiungere il Canada.

Un altro grossolano errore dovuto alla mancanza di una politica lungimirante consiste nell’incapacità di assorbire nel mercato del lavoro un numero così elevato di immigrati, impossibilità che dipende dal fatto che hanno basse o bassissime qualifiche di lavoro. Consapevoli di questa situazione molti immigrati hanno finito per costituire in Europa delle enclave, diventando una sorta di nuovo proletariato socialmente pericoloso perché non integrato né culturalmente né economicamente.

Roberto Favazzo

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