Roma, 14 gen – Quello di Battisti è il sorrisetto beffardo di chi soccombe con l’aureola del martire, e state certi che continuerà a ghignare fin quando il continente europeo sarà ammorbato da quell’internazionale radical chic che, vantando un’irreprensibile faccia come il posteriore, unisce scribacchini, intellettuali e politicume allo sbaraglio. Contornato, tutto questo, da una cortina di fumo che impedisce la chiarezza d’idee e d’intenzioni, lasciando la possibilità a questa casta d’eletti dal Signore di dire puttanate, fare puttanate senza però doverne mai pagare le conseguenze. In millecinquecento firmarono nel 2004 l’osceno l’appello lanciato dalla rivista Carmilla, di Evangelisti, Genna e Wu Ming 1. L’arresto del proletario armato per il comunismo veniva definito “uno scandalo umano e giudiziario” e lor signori si sgolarono affinché venisse “liberato immediatamente”.

Qualche nome: Pino Cacucci, Tiziano Scarpa, Massimo Carlotto, Nanni Balestrini, Giorgio Agamben, Antonio Moresco, Vauro (che oggi pare pentito) e un tal Roberto Saviano che allora non era ancora salito sulle barricate della lotta ai fascismi che ammorbano il mondo. Evangelisti, nel 2001, irrideva chi chiedeva l’estradizione di Battisti e pregava, affinché il compagno Battisti tenesse duro perché “con quella gente ci spazziamo il posteriore”, concludendo con un “ti tireremo fuori. Solidarity forever!”. E il deretano, bontà loro, non se lo sono spazzato con la gente come noi. Anzi, finisce che a breve saremo noi a utilizzare la loro immagine come carta igienica. Poi, siccome Battisti era divenuto anche uno scrittore, un giallista di fama internazionale e lautamente considerato nella gauche au caviar francese, immancabile fu l’appoggio di Erri De Luca, secondo cui “volendo acciuffare a tutti i costi questi ex antichi prigionieri, lo Stato non fa che pretendere di cantar vittoria su vinti di molti anni fa”.

Ipocrisia inaccettabile ma soprattutto intollerabile, perché uno stragista come Battisti diviene un vinto nel momento in cui inizia a scontare la pena comminatagli da un tribunale della Repubblica, non certamente standosene a Copacabana tra mignotte e birre godendosi l’impunità sotto al sole. De Luca voleva, e vuole, solo vedere a piede libero un comunista che durante gli anni di piombo ha assassinato a sangue freddo dei poveri innocenti. Ed è ora che questa intellighenzia da strapazzo, che queste camarille che giocano a fare i saccenti rendano conto di fronte al pubblico italiano delle nefandezze che vanno cianciando da una vita. Ma noi non siamo come loro, dunque mai imbastiremo un processo politico portato avanti dal tribunale del popolo come venne fatto per Sergio Ramelli, altro giovane prima ucciso dai comunisti e poi trinciato dal silenzio assordante dei soliti noti, giustiziando con la chiave inglese i nemici ideologici.

Ma l’estradizione del criminale Battisti può e deve servire come occasione per smascherare questi finti professori del pensiero perbene, della carità purchessia, del catechismo umanitario che alla fine dei conti si rivelano, oltreché dei cattivi maestri, i peggiori vili e ipocriti. Dobbiamo ringraziare Bolsonaro, neo presidente del disastrato Brasile e “fascistoide” con cui la sinistra modaiola proprio non riesce a sentirsi a proprio agio. Il fetore di destra giunge fin lassù, sui loro attici spiritati e nei loro salottini dove versano litri di lacrime per la terribile piega che il mondo sta prendendo. Grazie Bolsonaro, dunque. E vada a farsi fottere il suo predecessore, quel Lula che si è beccato dodici anni per corruzione e che i nostri compagni italiani definivano “presidente operaio”. Matteo Renzi, nel giugno 2015, affermava di stare “con Lula, un uomo che ha rappresentato un modello di sinistra di governo per tanti noi”.

Oggi è lo stesso Renzi a scrivere che “tutti gli italiani, senza distinzione di colore politico, desiderano che un assassino così sia riportato al più presto nel nostro paese per scontare la sua pena in carcere”. Gentiloni non si fa attendere e ci comunica che “finalmente le vittime del terrorismo avranno giustizia”. E questa giustizia gli è stata negata da un presidente Lula che, pur di salvare Battisti, è andato ben oltre i confini del suo potere ma che al contempo veniva lisciato dai politicanti italiani che si recavano nella patria della samba. Gentiloni, quando nel 2015 era ministro degli esteri del governo Renzi, si recò in Brasile ma si dimenticò casualmente di protestare per la mancata estradizione del nostro Cesare. Nel maggio 2015 fu la volta della Boldrini, allora presidente della camera: durante il meeting a salsa rosa e gamberetti le passò di mente di sollecitare l’estradizione del pluriomicida Battisti. Andrea Orlando è un altro che oggi sprizza gioia da tutti i pori, ma quando era ministro della giustizia patteggiò con Lula l’estradizione di Battisti garantendo che al posto dell’ergastolo avrebbe scontato trent’anni.

Il tutto andò a farsi fottere perché nessuno venne estradato e il buon Orlando si dedicò a intervenire durante la diretta del Grande Fratello per prender posizione contro lo scottante tema della violenza sulle donne. D’Alema, uomo noto per la sua capacità di vivere i disagi del proletariato brasiliano, si recò lo scorso settembre in visita al personale amico e carcerato Lula che definì “il miglior presidente che il Brasile abbia mai avuto”. Eccezion fatta per la questioncina della protezione garantita a Battisti, ma si sa che queste sono quisquilie. Paolo Ferrero e Marco Ferrando, rispettivamente di Rifondazione comunista e del Partito comunista dei lavoratori, hanno quantomeno esibito coerenza: parlano ancora di depistaggio di massa e invocano l’amnistia per il compagno Cesare.

Facciamo il gioco dei ruoli: indovinate cosa sarebbe accaduto se pezzi della destra italiana avessero difeso un pregiudicato stragista fascista agguantato dopo trentasette anni di latitanza? Ai vegliardi dell’Anpi sarebbe venuto un coccolone e Fiano avrebbe riniziato con la storia della sua famiglia. Però, a differenza di ciò che dice l’Espresso con le sue copertine, i delinquenti protetti stanno a sinistra perché i “compagni che sbagliavano” salutavano col pungo chiuso e non col braccio teso. Noi altri non facciamo i catechisti dei buoni sentimenti e, in mezzo a molti limiti, ci sforziamo di non macchiarci di ipocrisia. Dunque ben tornato Cesare, il piacere è tutto nostro.

Lorenzo Zuppini

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Commenti

commenti

1 commento

  1. …invece che rhum e cocaina marcira’ in un carcere di massima sicurezza, che a quel che si dice non è proprio paragonabile a Copacabana. Giusto epilogo per la vita di un infame, assassino a sangue freddo di innocenti di cui uno reso disabile dalla sua malvagità era solo un bambino.
    Il piacere è davvero tutto nostro.

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