Roma, 17 nov – Se la mafia sono gli appalti truccati, gli inciuci milionari delle coop rosse, le testate in faccia ai giornalisti, il racket delle case popolari, allora dagli articoli per la morte di Totò Riina toglietela, la parola mafia. Perché uno stesso termine non può essere impiegato per designare questa roba e, contemporaneamente, le gesta di uno che ha fatto saltare in aria un pezzo di autostrada e mezzo quartiere di Palermo per far fuori due giudici e la loro scorta. Mafia non può essere la lupara bianca e i bambini sciolti nell’acido, ma allo stesso tempo anche la boria prepotente e chiassosa di qualche famiglia zingara.

Con Riina muore un mafioso vero, di quella mafia che non è spot mediatico e non serve a lavare la buona coscienza della generazione Erasmus che scrive su Facebook “la mafia è una montagna di merda”. Riina era la mafia vera, la mafia che comanda, la mafia che fa strage, la mafia come contropotere territoriale organizzato, come mentalità ancestrale, come ferocia senza rimorsi, non la mafia buona per far fare carriera a qualche giornalista dal volto accigliato. Era nato a Corleone, Riina. Certo, non sarà Ostia, ma anche lì la situazione era bella tesa. La sua storia criminale è contrassegnata da una lunga scia di sangue: omicidi commessi in prima persona e ordinati, vendette, regolamenti di conti, sequestri di persona, stragi. Alla fine, Riina avrà sulla coscienza un numero incalcolabile di vite umane spezzate, di sicuro nell’ordine di diverse centinaia.

Non si pentirà mai, Riina, ma fino agli ultimi giorni, malgrado la malattia, resterà chiuso nel suo impermeabile orgoglio, nei suoi riti di boss, nella sua tracotanza sanguinaria. È la mafia che non fa scenate in pubblico e non scrive su Facebook, che dispiega un potere silenzioso, ma implacabile. La mafia che tratta con la politica, la infiltra, la comanda e se viene meno ai patti la sfida, la bracca, la stermina. La mafia in cui all’espressione “voto di scambio” corrispondono interi caseggiati, interi quartieri che votano una e una sola persona, che determinano assetti politici regionali e nazionali. La mafia che non fa endorsement, ma il potere, molto semplicemente, se lo prende, con le buone o con le cattive. La mafia che innerva questa democrazia sin dalla sua nascita, che non ne lambisce i margini in modo goffo e sguaiato, ma ci si siede a tavolino, ci tratta, ci scende a patti, fino a confondersi col potere stesso, fino a essere una cosa cosa.

In questo silenzio forte e impenetrabile, Riina si è spento alle 3,37 di questa notte, dopo due interventi e cinque giorni di coma. Malato da tempo, era ricoverato nel Reparto detenuti dell’ospedale di Parma. Aveva appena compiuto 87 anni. Arrestato il 15 gennaio del 1993 dopo 24 anni di latitanza, era ancora considerato dagli inquirenti il capo indiscusso di Cosa Nostra. La mafia, quella vera.

Adriano Scianca

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3 Commenti

  1. Tanti tipi di Mafia, lui rappresentava quella più terrorista, poi ci sono stati i mafiosi “perdenti” (inzerillo bontate etc) che erano sempre mafiosi…

    comunque articolo giusto

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