Firenze, 27 lug – Ci mancava solo la “pista nera” sul Mostro di Firenze. Nelle indagini mai del tutto chiuse sugli otto duplici omicidi avvenuti fra il 1968 e il 1985 nella provincia del capoluogo toscano, spunta ora una nuova indagine, che riguarderebbe un fantomatico ex legionario, originario del Mugello come Pietro Pacciani, possessore di armi e legato ai servizi segreti, oltre che a non meglio precisati “ambienti di estrema destra”. Non sappiamo, ovviamente, quali siano le responsabilità del nuovo sospettato, né se abbia qualcosa a che fare con gli omicidi. Stupisce, tuttavia, la fantasiosa cornice in cui sembra venire inserito questo colpo di scena. Secondo la Nazione, quelli del Mostro potrebbero essere stati “delitti studiati a tavolino o cavalcati in ambienti eversivi per distrarre magistrati e opinione pubblica da ciò che accadeva nell’Italia della strategia della tensione”. Una tesi che fa già acqua formulata così (davvero l’opinione pubblica e addirittura i magistrati hanno cessato di interessarsi alle bombe per seguire esclusivamente la cronaca nera fiorentina?), ma che diventa addirittura grottesca quando si cerca di trovare faticosamente riscontri.

Continua il quotidiano toscano: “Il 4 agosto ’74 esplode la bomba sull’Italicus, il 14 settembre il mostro uccide a Sagginale Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore. Prima che il 6 giugno ’81 a Mosciano venissero massacrati Carmela Di Nuccio e Giovanni Foggi, imperversava la storia della loggia di Licio Gelli e c’era stato l’attentato al Papa, senza dimenticare la bomba a Bologna dell’80. Il 23 ottobre ’81, il giorno dopo l’uccisione a Calenzano di Susanna Cambi e Stefano Baldi, c’era uno sciopero generale. Il giorno prima che Antonella Migliorini e Paolo Mainardi morissero sotto i colpi della calibro 22, era stato ritrovato impiccato sotto il ponte dei frati neri a Londra il banchiere Roberto Calvi. Il 9 settembre ’83 vengono ritrovati i cadaveri dei tedeschi Uwe Rusch e Horst Meyer: il 10 agosto precedente era evaso Licio Gelli dal carcere svizzero”. Ognuno, ovviamente, è libero di credere che qualcuno abbia organizzato un omicidio per distrarre l’opinione pubblica da una strage in una stazione avvenuta un anno prima, oppure per via di uno sciopero generale (forse per placare i pendolari rimasti a piedi?), ma va da sé che siamo nel campo della fantascienza.


Repubblica aggiunge ulteriore carne al fuoco: “Colpisce in primo luogo l’efferatezza del delitto del 14 settembre 1974. Stefania Pettini, figlia di un partigiano e attivista comunista, fu sorpresa  in auto con il fidanzato Pasquale Gentilcore. Ucciso lui, l’assassino estrasse ancora viva dalla macchina la giovane donna e infierì su di lei con 96 coltellate e infine, in segno di estremo oltraggio, la penetrò in vagina con un tralcio di vite. Il suo corpo straziato ricordava quelli delle donne massacrate dalle SS di Walter Reder nel corso dell’eccidio di Vinca (24 agosto 1944)”. Ricordiamo che il Mostro ha fatto 14 vittime (o 16, se gli attribuiamo anche il primo, controverso omicidio). Che una di queste, in una zona “rossa”, fosse di famiglia comunista rientra nell’ovvietà statistica. E le altre 13 vittime? E i turisti tedeschi uccisi nel 1983? I francesi massacrati nel 1985? Tutti membri dell’Internazionale socialista da far fuori?

Insomma, la pista politica fa acqua da tutte le parti e viene del resto smentita anche dal procuratore Giuseppe Creazzo: “Smentisco categoricamente che dalle indagini in corso siano emersi elementi di prova che colleghino i delitti del mostro di Firenze con possibili ambienti eversivi. I polveroni non fanno parte dello stile di questo ufficio. Qualcuno evidentemente ha interesse a sollevarli. Non la procura della Repubblica, che indaga senza trascurare nessuna pista ma procede su elementi che abbiano una loro concretezza e non su supposizioni più o meno suggestive”. Il tutto quando, al di là delle fantasiose “piste nere”, c’è una ben più solida “pista rossa” legata a Pietro Pacciani, condannato in primo grado per essere l’unico responsabile di 7 degli 8 duplici omicidi, assolto in appello per non aver commesso il fatto, ma poi morto in attesa di un nuovo processo d’appello, a seguito dell’annullamento dell’assoluzione da parte della Cassazione. Pacciani era stato infatti partigiano col soprannome di “Paletta”. In un’intervista, aveva addirittura dichiarato di aver ucciso, durante la Resistenza, un parente dell’ex procuratore di Firenze Pier Luigi Vigna, circostanza, quest’ultima, smentita dall’interessato. L’8 febbraio 1981, Pacciani aveva ricevuto un attestato dal Pci locale, con la scritta: “Oggi, nella continuità di ieri, al compagno Pietro Pacciani”. Dato che gli stupri e le mutilazioni delle donne erano moneta corrente, nella Resistenza, forse la cosa avrebbe meritato qualche approfondimento in più. Un altro dei “compagni di merende”, Giovanni Faggi (pur assolto, in tutti e tre i gradi di giudizio, da ogni accusa riguardante gli omicidi) era un ex consigliere del Pci. Certo, Mario Vanni aveva dato spettacolo in aula con sconclusionati e isolati riferimenti al “Duce”, ma forse, anche in riferimento a un presunto secondo livello di ispirazione massonica (e sappiamo quanto la massoneria, in Toscana, sia legata alle consorterie di potere progressiste), qualche indagine in quella direzione non sarebbe stata inutile. Anche se mediaticamente meno d’impatto rispetto alla presunta pista nera.

Giorgio Nigra

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