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Benevento, 21 giu – Gli immigrati rendono più della droga, disse Salvatore Buzzi in un’ormai celebre intercettazione telefonica. Di questo se ne era accorto anche l’imprenditore beneventano Paolo Di Donato, ora agli arresti domiciliari per truffa ai danni dello Stato, falso, corruzione e tanto altro. Di Donato, presidente del consorzio «Maleventum», era stato ribattezzato «il re dei rifugiati» per la sua capacità di lucrare sulla pelle degli immigrati e sulle casse dello Stato. Lui, però, aveva sempre rifiutato categoricamente questa accusa e aveva spiegato: «Io faccio l’imprenditore: mi occupo del sociale sì, ma non sono mica un prete, devo fare utili». E infatti si parla di una frode che si aggira sul milione di euro.
Il meccanismo era ben oliato: con la possibile complicità di funzionari pubblici, il «re dei rifugiati» truffava lo Stato percependo contributi per «rifugiati» che figuravano come ospiti delle sue strutture, ma che se ne erano invece già andati via da tempo. Se calcoliamo che l’imprenditore beneventano disponeva di 13 centri per circa 800 immigrati, non è difficile comprendere come l’indotto abbia raggiunto in pochi anni il milione d’euro. Ma non c’è solo Di Donato tra gli accusati: per ora, infatti, ci sono 5 arrestati e 36 indagati. Tra le persone finite ai domiciliari ci sono anche il funzionario Felice Pansone della Prefettura di Benevento e un carabiniere. Entrambi sono accusati di «truffa ai danni dello Stato per il conseguimento di erogazioni pubbliche», frode in pubbliche forniture, corruzione e rivelazione di segreti d’ufficio.
Per gli inquirenti, dunque, si tratta di un vero e proprio «sistema criminale» che aveva messo su un enorme giro di affari grazie ad assegnazioni pilotate degli immigrati, al sovraffollamento dei centri, alla falsa attestazione di ospiti presenti nei centri. Il tutto, poi, con la connivenza di alcuni funzionari pubblici. La vicenda del «re dei rifugiati» Di Donato, peraltro, ricorda molto da vicino quella dell’imprenditore bresciano Angelo Scaroni, che era arrivato a guadagnare ben 7mila euro al giorno grazie ai richiedenti asilo. Anche in quel caso la truffa ai danni dello Stato si aggirava sul milione di euro. Ma del resto si sa: «siamo tutti umani».
Elena Sempione

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