La recente pubblicazione del rapporto 2018 dei servizi segreti ha fatto chiarezza sulla reale pericolosità della mafia nigeriana. Ciò nonostante, molti media mainstream hanno tentato di tacere o di minimizzare la cosa. Per l’occasione pubblichiamo un articolo di approfondimento sul tema, apparso sul Primato Nazionale di marzo 2018.

Fermo, luglio 2016. Nella chiesa del centro marchigiano si celebrano i funerali di Emmanuel Chidi Namdi, l’uomo ucciso nel corso di una rissa con un ultras locale, Amedeo Mancini. Il caso ha diviso l’Italia, la chiesa è gremita, presenti le massime autorità dello Stato. In mezzo a loro, anche tanti connazionali della vittima. Molti di loro si distinguono per il fatto di indossare indumenti rossi e neri. Tutto normale? Non proprio, perché pochi giorni dopo i funerali del nigeriano, il vice questore di Macerata, Marcello Gasparini, invia una segnalazione alla Procura in cui afferma «di aver appreso da fonte confidenziale, ritenuta attendibile, che al funerale di Emmanuel sono intervenuti membri della setta Black Axe, riconoscibili perché tutti indossanti abiti dal colore rosso e nero al fine, verosimile, di rendergli manifestamente onore e che la loro presenza rivelerebbe che il deceduto faceva parte della stessa confraternita». Viene quindi aperto un fascicolo in cui viene contestato il reato di associazione a delinquere, anche se poi l’attendibilità della segnalazione verrà messa in discussione.

La setta dell’ascia

Ma cos’è, questa Black Axe che tanto ha impensierito le autorità? È quella che viene definita la «mafia nigeriana», o almeno uno dei suoi clan. Una volta tanto, la qualifica di «mafia» fuori dai classici contesti del crimine organizzato del meridione d’Italia non sembra abusiva. Basti pensare che nello scorso novembre, a Palermo, ci sono stati cinque rinvii a giudizio per associazione mafiosa relativi a malavitosi nigeriani. Il che, proprio in Sicilia, fa un certo effetto. Il procedimento è nato da un’indagine della procura di Palermo, proprio a carico della Black Axe, l’ascia nera. Gli investigatori hanno identificato un clan che aveva la gestione e il controllo di una serie di attività economiche illecite: dalla riscossione di crediti allo sfruttamento della prostituzione e al traffico di stupefacenti. La banda, che aveva il quartier generale nel quartiere storico di Ballarò e cellule anche in altre città italiane, era organizzata secondo una struttura verticistica basata su rigide regole fatte di «battesimi», riti di affiliazione dei membri e precisi ruoli all’interno del sodalizio simili a quelli di Cosa nostra. Un gentile dono correlato all’immigrazione di massa, di cui avremmo fatto volentieri a meno.

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Quello nigeriano è il gruppo etnico più corposo tra quelli sbarcati in Italia con le recenti ondate migratorie. Nel 2016 sono arrivate in Italia 11.009 donne nigeriane e 3.040 minori. Nel 2017, complessivamente, i nigeriani sono stati al primo posto per sbarchi (18.153). L’allarme sullo sbarco della mafia nigeriana in Italia lo lanciò esattamente due anni fa la Direzione Investigativa Antimafia: «Tra le strutture criminali di matrice africana, la più pervasiva appare quella nigeriana, formata da diverse cellule criminali indipendenti e con strutture operative differenziate ma interconnesse, dislocate in Italia e in altri Paesi europei ed extraeuropei – scrivevano nel 2016 gli analisti della Dia –. Le recenti attività investigative condotte dalle forze di polizia evidenziano come le consorterie in parola abbiano assunto la conformazione di vere e proprie associazioni per delinquere, utilizzando modus operandi tipici delle mafie autoctone, tra i quali la forte propensione ad operare su business di portata transnazionale».

Droga e prostituzione

Un articolo del Times di qualche tempo fa, parlava apertamente di uno scontro, in Sicilia, tra Cosa Nostra e i rivali venuti dall’Africa. Dopo un primo momento di collaborazione per lo sfruttamento della prostituzione e il traffico delle droghe, ora i nigeriani si starebbero organizzando in bande paramilitari per il controllo del territorio italiano. Sempre secondo il Times, i «Vichinghi» (rivali dei membri della Black Axe) starebbero usando il capoluogo siciliano come punto d’approdo e smistamento in Italia per centinaia di migliaia d’immigrati clandestini. Si tratta di gruppi capaci di trattare i grandi traffici di cocaina provenienti dalla Colombia, oltre a quelli di marijuana che arrivano dall’Albania. La Nigeria, attualmente, è la più importante nazione africana per il mercato degli stupefacenti. Nel Paese, infatti, giungono e transitano gli stupefacenti provenienti dal Brasile, dal Pakistan o dalla Thailandia, con destinazione Europa e Stati Uniti. I nigeriani trafficano tutti i principali tipi di droga, dalla cocaina all’eroina, dalla cannabis alle droghe di sintesi.

Con i clan autoctoni,
cioè con ’ndrangheta,
camorra e mafia,
il rapporto è difficile

Con le mafie autoctone, come abbiamo detto, il rapporto è difficile: ’ndrangheta, camorra e mafia vorrebbero limitarsi a subappaltare loro il lavoro sporco e a imporre una sorta di «pizzo», sempre più mal tollerato da un gruppo che sa di essere in crescita esponenziale. Molte le sigle di questo universo parallelo: la Aye Confraternite, gli Eiye, oltre ai già citati Black Axe e ai Vikings. La loro attività principale resta comunque la prostituzione, con migliaia di donne trascinate a forza sulle strade e soggiogate con riti vudù (anzi, juju, com’è chiamato l’insieme delle credenze esoteriche africane).

Il lavaggio del cervello
esercitato sulle ragazze
costrette a prostituirsi
è impressionante

L’Organizzazione internazionale delle migrazioni ritiene che «circa l’80% delle migranti nigeriane arrivate via mare nel 2016 sia probabile vittima di tratta destinata allo sfruttamento sessuale in Italia o in altri paesi dell’Unione Europea». La presenza delle nigeriane sulle nostre strade è aumentata negli ultimi due anni del 300%. Si tratta di un dramma che spesso coinvolge ragazze giovanissime, anche quattordicenni, anche se ai clienti hanno l’obbligo di dichiarare 20 anni. Il meccanismo è rodato: «Alle ragazze viene spiegato che una volta in Italia devono chiedere asilo politico. In molti casi c’è un intermediario mandato dalle madame che le aiuta a farlo: in questura vediamo questi uomini nigeriani che accompagnano anche 5 ragazze per volta e le aiutano nella procedura», ha spiegato Irene Ciambezi, referente della Comunità Papa Giovanni XXIII ed esperta di tratta degli esseri umani.

Il lavaggio del cervello sulle ragazze schiavizzate è impressionante: «Nel rito vengono usati elementi personali, come i capelli o i peli pubici, e alle ragazze viene detto che se si ribellano rischiano la morte, loro o i familiari. Alcune con questo sistema finiscono per diventare soggetti psichiatrici perché sono completamente soggiogate», spiega ancora la Ciambezi. Per quelle che sfuggono alla tratta, spesso lo psicologo non basta e infatti molte strutture italiane si stanno attrezzando con guaritori africani. Insomma, un quadro esplosivo. Secondo la stampa britannica, tale situazione viene costantemente monitorata dall’intelligence inglese. Scotland Yard avrebbe anche consigliato maggiore controllo sui voli in entrata dall’Italia e perquisizioni accurate sui vettori su rotaia e gomma che attraversano il canale.

Non sono «spicci»

Da non sottovalutare il settore dell’accattonaggio: fastidio trascurabile, per chi si imbatte in questuanti di colore fuori dai supermercati, ma vero e proprio business, per chi li organizza e comanda. I nigeriani che incontriamo fuori da chiese, negozi e ospedali sono manovrati dalla mafia africana: al mattino lasciano i centri di accoglienza e si posizionano dove ordina l’organizzazione che li sfrutta. Si tratta di soggetti che sono in debito nei confronti del gruppo criminale nigeriano. Il posizionamento dei questuanti è strategico, dietro c’è il clan, capace anche di scacciare altri gruppi legati alla stessa attività, come i rom, per esempio. Si calcola che ce ne siano oltre 200 nella sola Milano e migliaia a livello internazionale. Ecco, quindi, che i «pochi spiccioli» diventano milioni di euro l’anno.

Magia e violenza

La mafia nigeriana si fa notare anche per l’approccio particolarmente violento. Secondo quanto riferito nel 2011 dalla rivista italiana di intelligence Gnosis, edita dal Sisde, la mafia nigeriana sarebbe «in grado di pianificare indifferentemente omicidi atroci, espressione di rituali primitivi permeati da elementi magici, reati informatici di alto profilo tecnologico, originali e fantasiose iniziative imprenditoriali e gestionali applicate al delitto. In essa convivono riti primitivi e superstiziosi, spesso eletti quale iniziatico sanguinario al settarismo lobbista, e modelli tecnologicamente e culturalmente evoluti, in cui si integrano le più diverse e qualificate risorse sociali nigeriane».

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Questa insistenza sullo spirito sanguinario e rituale delle organizzazioni criminali africane porta subito la mente alla tragica vicenda di Pamela Mastropietro, la diciottenne fatta a pezzi proprio da un nigeriano. Mentre scriviamo, le indagini sul terribile fatto di cronaca che ha sconvolto Macerata sono in corso e molti elementi sono ancora da chiarire. Un giornalista sempre ben informato come Guido Ruotolo ha scritto sul sito Notizie Tiscali: «Un investigatore che indaga sulle organizzazioni criminali nigeriane a Castel Volturno, “Mama Africa” sul litorale domiziano, tra Napoli e Caserta, non ha dubbi: “È la firma della mafia nigeriana l’omicidio della povera Pamela Mastropietro, squartata e riposta in due trolley”». Non sappiamo se tale suggestione verrà corroborata da elementi probanti reali. Quel che è certo è che, nella giungla postmoderna in cui siamo precipitati, ci saremmo volentieri risparmiati questa tribù sanguinaria.

Giorgio Nigra

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