Roma, 6 feb – Nella giornata di ieri ha avuto fine il «regno» triennale di Mario Calabresi a Repubblica. Al suo posto arriverà il nuovo direttore Carlo Verdelli, che proprio a Repubblica aveva iniziato la sua carriera giornalistica. Dopo i ringraziamenti di rito di Calabresi al momento di prendere congedo, ha però cominciato a emergere la stizza dell’ormai ex direttore: «Sono ancora sotto choc, è un pugno nello stomaco. Mi mandano via, senza un perché», avrebbe confidato ai suoi pochi fedeli rimasti. Insomma, è evidente che Calabresi serba un po’ di rancore nei confronti dell’editore Carlo De Benedetti, che l’ha defenestrato.

Un direttore assente

Ma è proprio vero, come asserisce il diretto interessato, che Calabresi è stato silurato «senza un perché»? A sentire alcune indiscrezioni che filtrano dalla redazione di Repubblica, parrebbe proprio di no. O meglio, sembra che di «perché» ce ne siano pure troppi. Le rimostranze di molti giornalisti del quotidiano romano riguardano numerosi aspetti della sua direzione. Calabresi, infatti, era stato chiamato nel 2016 alla guida di Repubblica in vista di una ristrutturazione interna che lui, però, ha fatto ricadere sulle spalle di altri. Ma ciò che più ha indispettito la redazione è stato soprattutto lo «stile» inaugurato dal direttore: poca presenza sul campo, ma tante, forse troppe passerelle in giro per l’Italia. Tra convegni, conferenze, festival, viaggi e fine settimana di riposo curiosamente «allungati» (da venerdì a martedì), Calabresi pare non trascorresse molto tempo in compagnia della squadra che avrebbe dovuto capitanare. Tutto era affidato insomma – a dar retta alle indiscrezioni – alla routine redazionale, mentre il direttore girava in lungo e in largo a fare il «pavone».

Numeri in calo

Eppure, le accuse rivolte all’ormai ex direttore di Repubblica riguardano anche il merito della sua linea editoriale: troppo appiattimento filo-renziano, mancanza di coraggio e scarsa attenzione alla qualità delle notizie (basti pensare alle numerose cantonate prese e alle fake news diffuse sulla Siria). A ciò è da sommare anche il calo di vendite del giornale cartaceo. Chiamato per risollevarne le sorti, Calabresi ci sarebbe riuscito solo a metà: la percentuale del calo è sì diminuita, ma Repubblica continua comunque a perdere lettori. Ed è questo che, alla fine, interessa veramente all’editore: il bilancio. Ma non solo: Carlo De Benedetti, il patron del giornale, in passato aveva paragonato Calabresi a Don Abbondio, specificando che «se uno non ha coraggio, di certo non può darselo». Di qui l’avvicendamento alla redazione del quotidiano più politicamente corretto d’Italia.

Elena Sempione

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2 Commenti

  1. Una nullità che credeva che le porte a lui aperte lo fossero per le sue capacità, ma che da nullità non aveva compreso che le apriva il suo cognome.
    Non ricordo quale famoso giornalista ha coniato l’espressione “famiglia paragonabile alle patate: la parte migliore è sotto terra”, ma ben si addice al caso specifico.
    Povero padre!!!

  2. Arrogante, autoreferenziale, inadeguato e parziale comunista, sempre pronto all’ipocrisia ed al buonismo,il tipico suprematista liberal , docente del niente e del nulla……….provi a lavorare.

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