Parma, 21 feb – Una vicenda a lieto fine. Almeno dal punto di vista giudiziario, perché la vittima degli abusi nel centro sociale antifascista porterà con sé le ferite di quella tragica notte per tutta la vita.

Riavvolgiamo il nastro. E’ il settembre 2010 quando nella sede della Rete Antifascista Parmigiana (uno stabile concesso in uso dal Comune) si celebra l’anniversario delle Barricate del ’22. Alla festa partecipa anche una ragazza, che da qualche tempo frequenta l’ambiente. Al termine della serata parte l’arancia meccanica: rimasti in pochi, viene drogata e stuprata a turno, da tre persone, che non si accontentano della violenza ma ne filmano anche le fasi. Lei si risveglierà solo il giorno successivo, decidendo di tenere per sé tutta quella terribile notte.

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La bomba a CasaPound

La svolta avviene nel 2013, nel corso delle indagini per la bomba che gli antifascisti mettono davanti alla sede parmigiana di CasaPound. E’ da una costola di queste che comincia ad emergere la squallida vicenda, nella quale gli inquirenti devono muoversi entro un ambiente fatto di omertà, silenzi e coperture reciproche. Non basteranno, perché gli autori della brutale violenza saranno individuati. Aprendo così le porte al processo, che porterà nel 2017 a pesanti condanne per tutti.

Qui si apre un nuovo capitolo. Non solo gli antifascisti parmigiani nicchiano sulla vicenda, ma si attivano per silenziarla e difendere i “compagni” alla sbarra. Parte così un fuoco di fila che raggiunge la ragazza, che con metodi mafiosi tentano di intimidire e minacciare per convincerla a ridimensionare la vicenda. L’inchiesta si arricchisce così di un ulteriore filone, che porta altri membri delle Rete antifascista a finire nel registro degli indagati con l’accusa di estorsione, favoreggiamento e falsa testimonianza per le dichiarazioni mendaci rese in aula nel corso del processo principale. Ieri le condanne: 1 anno e 8 mesi a cinque persone, tra cui una donna.

Si chiude così una vicenda ha fatto emergere un sistema fatto di violenze sessuali, omertà e minacce. Tanto più nella Parma di Pizzarotti che di recente ha varato il “Regolamento antifascista“: provvedimento che, spiega il responsabile regionale di CasaPound Pier Paolo Mora, “è discriminatorio e teso ad estromettere alcune forze politiche dalla possibilità di avere spazi pubblici e quindi di fare la propria attività politica così come è garantito dalla Costituzione. Il tutto in nome dell’antifascismo, curiosamente la stessa ragione che ha portato i protagonisti della terribile violenza stupro a coprirsi a vicenda. E che non avrebbe impedito e non impedirebbe loro, regolamento alla mano, di fare attività politica in città. Così vuole Pizzarotti”.

Nicola Mattei

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