gayRoma, 8 lug – Diventare genitori può avere diversi significati. Sicuramente, al di là di tutto, è qualcosa che capita. Capita a seguito di un “avere a che fare” di due individui di sesso diverso in maniera tale da portare ad una gravidanza. L’amore, il progetto di diventare genitori, e tutte le altre cose che siamo contenti di celebrare se ci sono, ci possono essere ma non sono scontate né necessarie per ritrovarsi genitori.

Ragion per cui, estendere il concetto di famiglia a coppie a cui “non capita”, certamente non va contro l’idea di un figlio cresciuto con l’amore di due persone, va però contro l’idea di gestire quel che capita. In questo principio, ovvero dover gestire quel che capita spontaneamente, per natura e sorte, è radicato un principio sociale, ovvero quello di “prendersi la responsabilità” di qualcosa che è sicuramente un onere, e per alcuni anche un piacere e un desiderio.

Agli omosessuali può “capitare” di avere figli, perché non sono rari casi di persone con orientamento prevalentemente omosessuale che hanno però avuto figli, hanno o hanno avuto famiglie con donne.

Alle coppie omosessuali invece non capita di avere figli, proprio come coppia.

In un sistema di fatto “a tre” come quello della foto che ha fatto discutere i questi giorni, l’affittatrice di utero è lasciata ai margini, giustamente se è vero che si tratta solo di chi ha prodotto un neonato da affidare a due persone. Trattasi comunque di un sistema che è possibile in appendice all’esistenza di un utero, che l’utero sia in affitto, e che qualcuno paghi l’affitto. Una cosa che non capita, che va costruita.

La genitorialità concepita in questo modo somiglia più a una scelta individuale, quella che i più considererebbero la massima espressione della libertà. Il meccanismo per cui prima si vuole un figlio e poi lo si ha è in un certo senso una distorsione, la natura è che le gravidanze si verificano, e la risposta di base della società deve essere nei confronti di queste condizioni. Uno stato che sostenga, biologicamente, il proprio tessuto sociale, deve andar dietro alla propria natura e sorte, ovvero alla vita che capita.

E’ singolare che se da una parte la genitorialità è un diritto che va estendendosi a coppie o singoli di vario tipo, dall’altra non produce e snobba l’esigenza di risposte di massa rispetto alle gravidanze che capitano. Le politiche familiari sono rimaste molto indietro rispetto al riconoscimento del diritto alla famiglia, e questo non può che essere un controsenso sterile.

E’ commovente quando due persone, nell’impossibilità di generare, impegnino se stessi nel sostenere un nato da madre sola, un orfano, o il figlio di una coppia in condizioni precarie. Tutte situazioni lasciate piuttosto “scoperte” da parte di una società in cui anziché garantire i diritti se ne creano di nuovi. In questi casi non avrebbe particolare senso distinguere, e quindi privilegiare, le coppie gay piuttosto che i singoli non gay o le coppie anziane. Tutti ugualmente diversi rispetto al “diritto” di un neonato.

Commovente è ciò che fa riscoprire un’alleanza sociale spontanea, che segue la vita, e non la dirige. In altre parole i diritti del neonato possono essere sì definiti in maniera indipendente da chi poi si troverà a doverlo crescere, che sia o meno la stessa coppia che lo ha generato. I diritti invece dei singoli che “aspirano” a esserne genitori vengono per secondi.

Non c’entra la questione dei ruoli legati al sesso (madre-padre), che rimane un grande interrogativo (i cresciuti da padri o madri gay avranno una vita normale? Sostanzialmente non lo sappiamo). Ma proprio perché è un interrogativo, come tale va trattato. Togliendo al concetto di maternità e di famiglia genitoriale i connotati che la rendono eterosessuale, non si crea un’altra genitorialità, si applicano alcune delle conseguenze della famiglia “etero” a presupposti che ancora non conosciamo.

Conosciamo in parte le conseguenze biologiche della privazione del contatto con la madre, in termini cosiddetti “epigenetici”, cioè come la struttura biologica si sviluppa in presenza o assenza di un contatto materno (dove per materno si intende materno), che può derivare dall’assenza della madre o da un suo distacco emotivo e fisico dal neonato, o da un distacco forzato. Questo è già una ragione in più per trattare quest’interrogativo con qualche scrupolo.

Le famiglie, già formate, che sono segnalate ai servizi sociali, sanno bene quanto sia lungo e controllato il percorso con cui si decide chi è in grado di continuare a fare il genitore, chi e come può vedere il figlio. Qui la valutazione della genitorialità è rimessa in discussione dall’inizio (non rari i casi di accanimento), ed è quindi curioso che in una condizione ancora meno chiara e tutta da determinare sia invece consentita come in nome di un diritto tutto ideologico.

La sottile linea tra adattarsi, con uguale diritto (del neonato) alle varie situazioni possibili (gravidanza non voluta, non prevista, povertà, famiglie numerose, un genitore assente o deceduto); e produrre gravidanze adattate ai diritti delle varie categorie, è invece la questione centrale.

Non di commozione, quindi, ma se mai di “sensazione” nell’accezione giornalistica. Proprio di questi giorni, ad esempio, è il racconto di un figlio vissuto con due madri lesbiche, che attribuisce i propri problemi di orientamento sessuale, di identità e di depressione alla situazione da lui vissuta, e percepita come abnorme e priva di riferimenti “di ruolo”. Certo, non è che questa interpretazione debba essere corretta, solo per dire che al momento siamo giornalisticamente “1-1” tra entusiasti e detrattori di questa prospettiva.

 Matteo Pacini

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