Pistoia, 5 dic – Pistoia è una delle capitali della rivincita della destra nelle zone rosse d’Italia. Propio nella regione del presidente Enrico Rossi, il candidato sindaco espugnò la città dopo settant’anni di ininterrotto governo di sinistra. Sebbene la sbornia per la vittoria fatichi ancor oggi a esser smaltita, la sinistra continua a occupare tutto lo spazio possibile. Di passi falsi, dunque, non ve ne sarebbe bisogno.

E purtroppo il passo falso c’è stato. Si tratta della mozione presentata in consiglio comunale in cui si invitavano tutte le scuole della città a fare il presepe natalizio ma che non è stata approvata. La lunga premessa parlava delle radici della nostra cultura, della tradizione natalizia che si sostanzia in riti come l’assemblaggio del presepe o l’addobbo dell’albero. Comportamenti che molti di noi ritengono naturali, che non è assolutamente chiaro per quale motivo dovremmo abolire. Ecco, la mozione diceva tutto questo.

I motivi del sabotaggio non sono noti, e probabilmente poco importa quali siano. Crediamo sarebbe stato meglio un passo falso, chessò, sulla riasfaltatura di una strada che non su un’iniziativa di questo tipo. E non si tratta di fissazioni nostre, bensì del momento storico che sta vivendo l’Italia, che vive la città di Pistoia e che vivono gli italiani tutti: un momento drammatico per il relativismo culturale che una certa intellighenzia ha insinuato nei meandri della coscienza pubblica. Un virus così subdolo che sa travestirsi da buoni sentimenti ai quali non si può dir di no, coi cervelli che se ne vanno all’ammasso e, anticipando addirittura le insolenti richieste degli “ospiti”, aboliscono presepi e recite natalizie. Il tutto nel nome di un frainteso laicismo che, lo diciamo a scanso di equivoci, comporta l’essere uno Stato di diritto e non una teocrazia, e niente dice a proposito dell’abolizione delle nostre tradizioni, del nostro passato e della nostra identità.

Eppoi scivoloni di questo genere costano caro perché ci costringono a sopportare i ghigni soddisfatti dei don Biancalani, i quali, un giorno sì e l’altro pure, partoriscono perle di saggezza degne di nota. Ecco, che un consiglio comunale a maggioranza di destra conceda spazio alle assurdità di certi elementi segando una proposta di tal natura è francamente assurdo. Sentite qua: il signor parroco di Vicofaro, dopo aver pubblicato la foto della mozione, ha commentato scrivendo che “proporre un presepe con queste motivazioni è la negazione della storia, della cultura e soprattutto della religione”. Eccerto, la fede cristiana per lui si sintetizza nell’avallo dell’invasione afro-islamica, nella fantomatica disobbedienza civile alla Mimmo Lucano che vuol abolire gli autoctoni, nell’inosservanza delle più elementari norme di comportamento che dovrebbero esserci dettate dal buon senso prima che dalla legge. Ma Boulem Sansal non lo ha mai letto? E Houellebecq neanche? Da esterofili quali sono, non hanno mai guardato un documentario sulle periferie francesi, belghe, svedesi e tedesche, con quelli stati islamici sorti grazie alla fertilità delle donne velate e dalle ceneri di una cultura giudaico-cristiana che non sa riconoscere i propri nemici? Un tempo i papi combattevano comandando eserciti, non rilasciavano interviste scollacciate in cui palesavano la propria partigianeria ideologica e politica, dimenticandosi di ciò che avvenne all’emerito Ratizinger all’indomani della lectio magistralis di Ratisbona che passerà di diritto alla storia. Ci riferiamo precisamente a Bergoglio.

Con i don Biancalani, con don Luca Favarin di Padova, con il bergoglismo elevate a corrente di pensiero in barba alla secolarizzazione si è creato il terreno fertile per l’imminente sostituzione etnica e culturale. C’è chi dice che questo è il nostro destino e che niente possiam fare. C’è chi dice che questi imbonitori ghignanti condanneranno il nostro Stato di diritto fondato sulle libertà dell’individuo facendo leva proprio su queste ultime. Buon per loro che hanno la palla di vetro, noi ci limitiamo a constatare che, data la diffusa contrarietà a questo andazzo, l’unica via è quella di insorgere contro il fatalismo e di riprendere le redini delle nostre vite e della vita del nostro paese. Senza se e senza ma.

Costoro, assieme ai clandestini che tanto desiderano, sono i nuovi stranieri italiani, figli di un odio verso sé stessi che ci ha già condotti sull’orlo del baratro dell’estinzione. Non c’è oramai più posto né per loro né per gli invasori che gli stanno attaccati alla tonaca.

Lorenzo Zuppini

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1 commento

  1. Siamo al solito ricatto qualunquista: visto che la Chiesa ci ha dominato per secoli, la nostra tradizione dovrebbe coincidere con quella clericale.
    Non è ovviamente così: la cultura giudaico-cristiana è dello stesso ceppo di quella islamica.
    Chi coltiva l’una deve coltivare anche l’altra.
    Non è a caso che Pio XII dichiarò che “Siamo spiritualmente semiti” e Giovanni Paolo II dichiarò fratelli maggiori gli ebrei, come semiti e fratelli sarebbero i musulmani.
    Siamo prigionieri di questo paradosso, siamo etruschi, greci, romani: cosa c’entrano con noi la bibbia ed il corano?
    Ci sono le chiese , ci sono le tradizioni cattoliche, compromesso fra la nostra vera origine ed il dopo Impero romano (semplifico), ma la nostra battaglia culturale deve essere contro il pensiero semita, che predica che siamo tutti figli di Dio, tutti uguali, a parte i “più uguali degli altri” cioè, come dice Woody Allen: Dio non esiste. Però noi siamo il suo popolo eletto.
    Ed Israele è la realizzazione di questo spirito che non è il nostro.
    Quindi al macero bibbia, vangelo e corano; mantenere o evitare i presepi è invece solo un fatto di tradizione popolare, da non confondere con le radici profonde del nostro popolo.

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