Rimini, 21 mar – Riccardo Lanzafame titolare della pizzeria Malatesta di Montescudo aveva assunto un giovane del Gambia di nome Masamba come pizzaiolo. I ragazzo era ormai dipendente del locale da quattro mesi quando il ristoratore ha esposto vicino accanto all’insegna un cartellone che accusava i suoi “compaesani” di razzismo.

La denuncia del ristoratore

Il suo manifesto recava le seguenti parole: “In questo locale abbiamo assunto un ragazzino africano. Se sei razzista, non entrare“. Lo stesso Lanzafame ha spiegato il perché di questo gesto: era infatti nato in polemica con un post di Marco Ceccoli, Presidente dell’associazione dei commercianti di Montescudo. Egli, infatti, sulla pagina Facebook del Comune aveva scritto: “Facevo prima a prendere un Papa nero piuttosto che un pizzaiolo africano“. Il titolare del ristorante Malatesta ha altresì narrato di molteplici episodi “sgradevoli” che sarebbero avvenuti da quando nel locale lavora il giovane africano: il locale avrebbe visto dimezzare la sua clientela, e alcune persone avrebbero addirittura messo in atto un vero e proprio “boicottaggio”, ordinando le pizze e poi non ritirandole.

Forse il razzismo non c’entra

Ma alcuni posto condivisi dallo stesso Lanzafame a mezzo social, e riportati anche da The Post Internazionale, lasciano intendere una verità diversa: il ristoratore non sarebbe l’eroe dell’antirazzismo come vuol dipingersi. Sembra, invece, molto contrario alla cosiddetta “integrazione”: in alcuni exploit social definisce Salvini “il miglior ministro degli ultimi settant’anni” e non lesina un duro attacco a Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, accusandolo di recitare “il paladino dei diritti costituzionali dei clandestini”. Stesso sdegno lo dedica a Virginio Merola, sindaco anch’egli ma di Bologna che, ad avviso di Lanzafame, “cerca casa ai migranti, sfrattando gli italiani”.

Nella medesima cittadina di Montescudo, inoltre, vi è un altro locale (sempre una pizzeria) gestito da un romano nato in Eritrea con “una bellissima cognata africana” che lavora con lui. Si legge, infatti, in un commento di una compaesana di Lanzafame: “Insomma, saremo anche un paesino di quattro anime, ma ci piacciono i locali dove si mangia bene, e il colore della pelle di chi ci lavora non è mai stato un problema. Nella Locanda Malatesta la gente non ci va perché non si trova bene. Punto”.

Manovra pubblicitaria?

Dunque, qualcosa non torna nella faccenda di Montescudo: sembra proprio che i ristoratori italiani, per attirare clienti e far parlare di sé, abbiano deciso di gridare all’allarme razzismo che va tanto di moda. Stessa tattica mediatica utilizzata da Gino Sorbillo il pizzaiolo napoletano il cui ristorante nel centro storico della città partenopea fu attaccato da una bomba carta, che prima di ogni cosa gridò al complotto perchè si era precedentemente speso per difendere il giocatore di colore Koulibaly. Peccato che Sorbillo avesse subito ben altri 5 attentati dietro i quali non c’era proprio nessun caso di razzismo. Lasciamo che siano le pizze a parlare.

Ilaria Paoletti

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