Islamabad, 15 feb – Tutti assolti. Stiamo parlando degli 11 imputati per l’omicidio di Sana Cheema, la ragazza italo-pachistana uccisa nell’aprile 2018 perché voleva sposare un italiano. A essere finiti sul banco degli accusati erano anche e soprattutto parenti della vittima, tra cui il padre, Ghulam Mustafa, il fratello, Adnan Mustafa, e lo zio, Mazhar Iqbal. Secondo il giudice pachistano, infatti, «non ci sono prove sufficienti e mancano testimoni». Questa la sentenza, che condanna così Sana a non avere giustizia.

Dal Pakistan a Brescia

Sana, 25 anni, era nata in Pakistan ma, giunta in Italia con i genitori nel 2003, risiedeva a Brescia, dove aveva frequentato le scuole, per poi trovare lavoro a Milano. Ottenuta la cittadinanza del nostro Paese, Sana aveva anche trovato un fidanzato italiano, che intendeva sposare. Insomma, era una ragazza ben integrata nel tessuto sociale italiano. Ma il suo fidanzamento non era piaciuto affatto ai genitori, che per lei volevano invece un matrimonio combinato con un parente.

Fu omicidio


Di qui lo scontro con la sua famiglia durante un soggiorno della ragazza nel distretto di Gujrat, dove era nata. Uno scontro che, secondo l’accusa, era finito in tragedia proprio a causa del padre e dei parenti più stretti. All’inizio, la famiglia aveva tentato di occultare tutto, seppellendo in fretta e furia il cadavere di Sana. Ma poi, grazie all’interessamento della comunità pachistana in Italia, si arrivò alla verità: a Sana era stato rotto l’osso del collo. Di qui l’ipotesi di strangolamento, confermata dall’autopsia. Insomma, fu omicidio. Un omicidio che, con la decisione del giudice, è rimasto però senza colpevoli e, di fatto, impunito.

Elena Sempione

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