Treviso, 11 mar – Se la ex-moglie è una fannullona, allora non ha diritto all’assegno di mantenimento. Una sentenza che farà discutere, sicuramente in controtendenza e coraggiosa quella di Treviso, dove un giudice (donna, il che fa apparire la sentenza ancora più peculiare) ha revocato l’assegno divorzile a favore di una ex-coniuge di origine sudamericana perché ritenuta “di un’inerzia colpevole” nel trovarsi un lavoro. La donna, che si era presentata davanti al Collegio giudicante trevigiano per per richiedere un aumento dell’assegno a ben 1900 euro mensili, si è vista negare tale maggiorazione, ma non è finita qui: i giudici le hanno sospeso la corresponsione dei 1.100 euro mensili che, da oltre un anno, riceveva dal suo ex-partner.

Scansafatiche

La donna, quindi, che a quanto pare sarebbe abile al lavoro e non avrebbe menomazioni di alcun tipo – se non quella che fa la propendere al parassitismo – sarà finalmente costretta a uscire di casa per cercarsi un lavoro come tutti. La sua “inerzia colpevole nel reperire un’occupazione” è stata giudicata inaccettabile e l’ex-moglie, che avrebbe potuto inserirsi in un ambiente lavorativo ma non l’ha fatto, è stata giudicata una “scansafatiche”. Per i giudici, infatti, “a prescindere dal divario reddituale e patrimoniale, non essendovi stato alcun sacrificio (da parte della donna, ndr), non vi è alcun diritto a un assegno divorzile”. Come riportato da RaiNews, l’ex-marito è un professionista trevigiano con uno stipendio che supera i quattromila euro e la casa pagata dall’azienda per la quale lavora. Lei, invece, è una donna di 35 anni di origini sudamericane, laureata in Commercio Estero e disoccupata. Ai giudici ha detto di non aver più trovato un’occupazione stabile come segretaria perché ad ogni colloquio sarebbe stata respinta in quanto non “in grado di parlare bene la lingua”. Ma esistono anche lavori manuali che non implicano una conoscenza perfetta dell’italiano…

Diritti e doveri

Nell’ultimo anno la straniera ha vissuto con il mantenimento di 1.100 euro mensili, ma il Collegio di giudici si è espresso sentenziando che la differenza di reddito tra i due ex-coniugi, sicuramente rilevante, è da ascriversi anche all’inerzia dimostrata dalla donna nel cercare un’occupazione. Non è stato riscontrato “alcun apprezzabile sacrificio della signora, durante la vita coniugale, che abbia contribuito alla formazione o all’aumento del patrimonio” e non esisterebbe prova “che sia stata condivisa anche la decisione della signora di dimettersi dalle attività lavorative“. Per il giudice “ha un’età che le consente di reinserirsi nel mondo del lavoro e possiede un titolo di studio facilmente spendibile“. Insomma, l’assegno divorzile non è un atto dovuto a priori: il coniuge più debole economicamente deve dare prova di buona volontà e cercarsi un lavoro, se non vi sono elementi impossibilitanti. Il messaggio del Collegio di Treviso è chiaro: la parità tra i sessi si esprime anche in contesti come questo, ma chiaramente, tante signore che chiedono a gran voce il riconoscimento dei diritti, non sono altrettanto solerti nell’assolvimento dei loro doveri.

Cristina Gauri

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