Roma, 29 giu – Si è grosso modo conclusa la vicenda della nave Sea Watch carica di immigrati clandestini, e, non per essere a tutti i costi apocalittici, ma l’illustrissima capitana ha concluso la sua indecente prova di coraggio speronando e schiacciando la motovedetta della Guardia di finanza sulla banchina del porto. Roba da clip sui social network in cui si vede l’enorme nave fuori controllo che avanza come un corpo morto. E con questo ultimo capitolo di questa saga del ridicolo, in una storia che complessivamente ha fatto vomitare, è stata messa la parola fine alla vicenda grottesca di uno Stato sovrano tenuto in ostaggio da un gruppo di ragazzine fanatiche e saccenti che sanno parlare mille lingue tranne quella del rispetto delle regole.

Uno schiaffo allo Stato

Perché qui, prima di tutto, abbiamo assistito a una serie di schiaffoni dati allo Stato italiano da questo gruppuscolo di disperati allo sbaraglio, oltretutto senza che il Paese abbia potuto farsi valere come avrebbe dovuto e come si richiederebbe in un contesto di disordine generale. Per quale motivo la capitana è stata lasciata sulla nave per tutti questi giorni, dandole la possibilità di effettuare la spaventosa manovra di questa notte, evitando l’intervento delle forze dell’ordine che la avrebbero già potuta arrestare e trascinar via a pedate nel sedere? E per quale motivo, nello stesso momento del varco dei confini marittimi, non sono intervenute le forze dell’ordine per arrestare l’avanzata di una nave che si presentava come ostile? O forse il ministro Salvini dava per scontato che sulla Sea Watch non vi fossero persone pericolose per l’ordine pubblico e la pubblica sicurezza del Paese? Le autorità competenti sono rimaste a guardare lo spettacolo aspettando che la situazione degenerasse nell’attracco forzato. Ed era evidente che sarebbe accaduto poiché, comunque la si voglia vedere, era impensabile lasciare la nave a largo di Lampedusa fino a Natale, come aveva affermato il ministro dell’Interno. Sebbene si tratti di una frase divertente, l’inerzia delle conferenze stampa e dei comunicati, preferita a un’azione militare di ripristino della legalità, ha generato l’attracco di questa notte.

Il campeggio del Pd


Ma se lo Stato italiano ne esce sconfitto a causa della impunità con cui la capitana ha manovrato per giorni, l’altro morto ammazzato della vicenda è quella sinistra politica e ideologica rappresentata dalla pattuglia di cinque portenti che si è divertita a fare il campeggio sulla Sea Watch. Il loro ritratto è drammatico ed è più grottesco dei loro volti stanchi e sfiancati per le notti difficili sul ponte della nave. Ed è il ritratto di sempre ossia quello di odiatori di sé stessi e di ciò che sostanzia la propria esistenza: bianchi, occidentali, italiani e con un bagaglio culturale ben specifico che ci rende, se non migliori, diciamo più fortunati di molta gente che popola questa Terra. Corrisponde, guarda caso, alle motivazioni date dalla capitana per spiegare la sua partenza al timone della Sea Watch. Si sentiva in colpa per le sue fortune e il biancastro della sua carnagione rendeva il tutto insopportabile: dunque, meglio salpare per i terzi mondi per afferrare il senso della vita agguantando clandestini e dichiarando guerra alla maledetta Italia e all’odiosa Europa. Non ha riconosciuto il valore delle leggi di uno Stato preferendovi la riflessione tipica del
comunista: se la legge è con me, bene; ma se non è con me, allora me ne fotto. Sofri, quello che dispenda patenti di dignità, ne sa qualcosa, giusto? È così che la capitana che “ha conseguito lauree a go-go” è divenuta l’ennesima eroina della sinistra pariolina talmente avvezza alle barche da non lasciarsi sfuggire l’occasione di salire sulla 55 metri della Ong tedesca.

Il reality delle virtù

Dei drammi altrui se ne fottono perché i quaranta clandestini andranno
dispersi in un altro mare ossia nel mare della criminalità organizzata o dello sfruttamento della manodopera. Nessuno saprà più niente di loro. Forse loro o i loro figli creeranno problemi per l’emarginazione cui saranno soggetti a causa dell’impossibilità di assorbirli nel tessuto lavorativo. Forse raccatteranno ortaggi a tre centesimi l’ora che poi verranno consumati da chi li ha tanto voluti e tanto desiderati. I Fratoianni, gli Orfini, tutta questa pletora di annoiati che disprezza intimamente il popolo italiano soprattutto se bisognoso, soprattutto se in difficoltà perché intento a votare quei mostri di destra. Essì, perché la sinistra, a forza di stronfiare con la puzza sotto al naso e di infangare chiunque osasse scostarsi dalla sua narrazione, ha cambiato il suo antico bacino elettorale con una minoranza intransigente e straborghese, viziata, riccastra, pacchiana, orientata immancabilmente verso quel concetto di “bene” universale che pretendono di spalmare sulla società intera, pena la caduta nel girone degli stronzi. Sempre per citare Sofri.
Disprezzano il Drive in e la tivù berlusconiana, eppure sono finiti a far parte di un reality in cui quotidianamente viene fatta la narrazione delle virtù e delle buone intenzioni di questa nicchia di privilegiati annoiati. Le foto della preparazione dell’accampamento a prua e del kit del parlamentare e del risveglio alle 4 per il turno di guardia fanno parte dello spettacolo marcescente di una classe dirigente che, oltre a non dirigere, non si è neanche mai curata di apparir tale. A loro basta sentirsi migliori.

Lorenzo Zuppini

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